È ufficiale: i 140 bambini uccisi a Las Lamas sono stati vittime di un rituale religioso

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Correva l’anno del Signore 1525 quando Don Andrés de Tapia, un conquistador fedelissimo ad Hernàn Cortés, annotò nei suoi diari l’ingente presenza nel nuovo continente di quelli che la popolazione locale definiva “Huey Tzompantli,” torri di crani. Inizialmente non furono in molti a dare peso a queste affermazioni: troppe guerre e troppi affari erano in corso in Sudamerica affinché i generali o i reali spagnoli potessero preoccuparsi d’una simile inezia. Eppure, a distanza di quasi 500 anni, sappiamo con certezza che quelle “torri di crani” non erano solamente una fantasia di Andrés de Tapia, ma una cruda realtà intorno alla quale tutt’ora emergono nuove sfaccettature.

Nel corso della propria storia, i cosiddetti popoli precolombiani si sono macchiati del sangue di migliaia di cittadini innocenti, sacrificando la loro vita al fine di ingraziarsi gli Dei. Com’è è stata possibile una simile follia? Tutto ebbe inizio nel XV secolo con la diffusione fra i popoli andini della cultura pastorale dell’epoca. Una cultura fortemente superstiziosa, dove l’ignoranza era dilagante e la violenza comunemente accettata. Non appena essa ebbe modo di intrecciarsi con il culto degli Dei venerati dagli Inca, nacque una miscela micidiale la quale in poco tempo generò l’idea che uccidere qualcuno per compiacere Wiraqucha (la divinità creatrice dell’universo) non fosse poi così sbagliato.

Eppure, prima di oggi in pochi sapevano che tali sacrifici non riguardavano solamente gli adulti, ma anche i bambini. In passato, presso la capitale Aztecha di Tenochtitlàn, l’attuale Città del Messico, erano stati rinvenuti i cadaveri di alcuni ragazzi in età adolescenziale, ma essi erano in numero limitato e non vi erano prove che si fosse trattato di un sacrificio religioso.

Ebbene, nella giornata di venerdì è accaduto ciò che nessuno avrebbe mai sperato che accadesse: i corpi di 140 bambini ritrovati nei pressi del sito di Las Lamas, nel Perù occidentale, sono stati ufficialmente dichiarati vittime di un perverso rituale religioso.

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Il sacrificio è stato compiuto probabilmente in un solo giorno e, secondo gli archeologi, andrebbe fatto risalire a circa 550 anni fa, quando il Perù non era ancora stato conquistato dagli Inca e la regione era dominata da un altro popolo precolombiano di cui oggi si parla molto poco: i Chimù. All’epoca, i Chimù controllavano il territorio che si estendeva dall’Oceano pacifico fino all’attuale capitale peruviana, Lima; dominarono la regione per diversi decenni prima di essere definitivamente sconfitti dagli Inca, profondamente agguerriti e, soprattutto, ben più numerosi.

I bambini uccisi, secondo gli studi, avevano tutti fra i 5 e i 14 anni di età e appartenevano indistintamente ad entrambi i sessi. È probabile, a giudicare dalle apparenze, che la maggior parte dei ragazzi appartenesse a famiglie benestanti, se non addirittura aristocratiche, famiglie per le quali offrire in sacrificio i propri figli rappresentava un motivo d’orgoglio e di soddisfazione. Non tutti i bambini provenivano da un’unica città: grazie a un brillante studio basato sui tessuti ritrovati nella fossa comune, è stato possibile stabilire che alcuni di loro provenivano dalle città costiere, altri dalla capitale, Chan Chan, altri ancora da Huanchaquito o da villaggi limitrofi. Proprio la provenienza eterogenea delle vittime e il fatto che esse giungessero da ogni angolo del regno, lascia intuire quanto questo sacrificio debba essere stato significativo per la popolazione dell’epoca.

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In passato, in presenza di sacrifici umani gli studiosi hanno rilevato la presenza nelle vittime di chica (birra fermentata dal Mais) e cocaetilene, una sostanza prodotta dal fegato quando vengono assunte contemporaneamente droghe e sostanze alcoliche. È probabile che, anche in questo caso, gran parte dei bambini possano essere stati drogati in maniera tale da ridurre il loro grado di coscienza mentre venivano uccisi. Eppure, nonostante questo, i segni presenti sul fango ai margini dell’enorme fossa comune sembrano essere sintomatici di una serie di colluttazioni, nonché di un tentativo da parte delle vittime di opporsi disperatamente al loro brutale destino. Un tentativo che, ovviamente, si è rivelato del tutto vano.

Bisogna inoltre segnalare che, accanto ai bambini, sono stati ritrovati i resti di duecento lama (tutti di età inferiore ai 18 mesi) e soprattutto di tre adulti: un uomo e due donne. Ma l’aspetto più strano di questa faccenda, è che gli adulti in realtà non erano stati vestiti come delle vittime: tutto, dal loro corredo alle loro calzature, lascia intendere che non soltanto quel giorno non erano destinati a morire, ma potrebbero perfino aver preso essi stessi parte all’esecuzione dei bambini prima di essere assassinati a loro volta. Cos’è accaduto quel giorno…?

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A differenza degli Inca, sacrificati in Argentina col cosiddetto rituale della Capacocha, questi bambini non sono stati né mummificati né sepolti vivi. Eppure, dai tagli allo sterno e dal distacco delle costole possiamo dedurre che i loro boia debbano aver estratto il cuore dal resto del corpo, verosimilmente per ragioni rituali.

La prima volta che presso il sito sono stati ritrovati alcuni cadaveri è stato nel 2011, quando, in seguito alle segnalazioni di alcuni abitanti del luogo che avevano notato l’affiorare dal terreno di un paio d’ossa umane, alcuni esperti si erano recati sul posto per provare a capire cosa realmente stesse accadendo. Grazie al lavoro dell’università nazionale di Trujillo, generosamente finanziata dalla National Geographic society, è stato possibile avviare un accurato lavoro di natura archeologica. Inizialmente si pensava che il numero delle vittime fosse ben più limitato e, soprattutto, non v’erano prove che si trattasse di un sacrificio; il dubbio si è protratto per oltre sette anni, fino a quando, nella giornata di ieri, ogni incertezza sull’argomento è stata definitivamente fugata.

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È stata un’uccisione rituale ed è stata sistematica. - ha dichiarato il Prof. John Verano, esperto di archeologia e di storia delle civiltà precolombiane - Non mi sarei mai aspettato una cosa del genere, e credo che per gli altri colleghi sia la stessa cosa”.

Innanzi ad un simile massacro, è difficile trovare le parole per esprimere il proprio sbigottimento e la propria indignazione. Perché uccidere così tante vite? Ma, soprattutto, perché rivalersi su dei bambini innocenti? L’ipotesi più plausibile è che sia stata proprio la purezza dei bambini a spingere il popolo Chimù ad un simile massacro; uccidere degli anziani, secondo le credenze dell’epoca, non sarebbe stato sufficiente, né sarebbe stato sufficiente uccidere un numero limitato di persone. Bisognava spezzare il maggior numero di vite possibili e sacrificare gli esseri più sacri e più preziosi di cui la società disponesse: i bambini. Solo così sarebbe stato possibile ottenere la clemenza degli Dei. All’epoca, infatti, il Sudamerica era invaso da quello che nei libri di scuola peruviani è oggi noto come “El-Nino”, un brutale riscaldamento delle acque oceaniche con conseguenti mareggiate e inondazioni dei sistemi d’irrigazione indispensabili al sistema agricolo dell’epoca. L’unico modo per fermare questa calamità era appunto quello di organizzare il più vasto rito sacrificale della storia, o almeno, questo dovevano supporre i leader dei Chimù. A supporto di questa tesi vi è il fatto che, contrariamente al solito, i bambini sono stati sepolti con lo sguardo rivolto a occidente, in direzione dell’Oceano; come se, in qualche modo, questa inconsueta posizione dovesse essere di buon auspicio per fermare le maree.

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Quest’ultima, ovviamente, è solo una delle tante supposizione avanzate dagli esperti e dagli studiosi. Ciò che è certo, è che 140 bambini sono stati privati della possibilità di crescere e di trascorrere una vita felice solamente a causa della più brutale e assurda convinzione che un uomo possa avere: quella che un Dio possa giungere a desiderare la morte dei suoi figli. Una convinzione che, purtroppo, in molte persone non è ancora stata sradicata del tutto.

Gianmatteo Ercolino

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