“DROGATI” DI LAVORO: LA PIAGA DEL NUOVO MILLENNIO

Come riconoscere e sconfiggere il workaholism

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Sembra ormai agli sgoccioli l’era dei giovani fannulloni, privi di iniziativa e voglia di lavorare. Un’indagine recentemente svolta negli Stati Uniti, pubblicata dall’autorevole rivista Forbes, rivela che il 63% dei millenials (nati fra i primi anni ’80 e la fine degli anni ’90, ndr) resta produttivo anche in condizioni di malattia, e che, addirittura, il 32% non abbandona i propri impegni neppure alla toilette; il 70% di loro, infine, lavora anche nei weekend. Un ulteriore sondaggio del Washington Examiner svela che il 39% dei giovani sarebbe disposto a lavorare persino in vacanza - la quale, in tal caso prenderebbe il nome di “workcation” (da work, lavoro, e vacation, villeggiatura). Va da sé che il 66% dei nativi digitali si dichiari, in un moto di autoconsapevolezza, affetto da “workaholism”, una sindrome che conduce alla dipendenza dalla propria attività lavorativa. Molto simile all’alcolismo nelle sue manifestazioni comportamentali, nel 1998 Robinson la definì come un “disturbo ossessivo-compulsivo che si manifesta attraverso richieste auto-imposte, incapacità di regolare le proprie abitudini di lavoro ed eccessiva indulgenza nella professione, fino all’esclusione delle altre principali attività della vita”. Il termine “workaholism” fu coniato nel 1971 dallo psicologo Wayne Oates, che lo lanciò per la prima volta nel libro Confessions of a Workaholic: The Facts about Work Addiction.

cms_12221/2v_.jpgA cosa si deve questo fenomeno, tanto inedito quanto spaventoso? La crescente presenza della tecnologia (banalmente, lo smartphone costantemente attivo ci rende reperibili a qualsiasi ora e in qualsiasi giorno della settimana) e, in particolare, dei social network, sembra essere stata determinante nello sviluppo di personalità fortemente orientate al lavoro non-stop e alla competizione. “Nei geni dei giovani digitali è insita l’attitudine all’utilizzo di ogni apparato tecnologico che permetta una connessione al mondo, senza bisogno di spostarsi dal proprio ufficio e dalla propria casa. Ciò comporta un cambiamento della percezione del tempo e uno stato di trance che li rende incoscienti. - spiega Marina Osnaghi, prima Master Certified Coach in Italia nonché presidente della Federazione Italiana Coach - La tecnologia li segue ormai ovunque, mentre sono in bagno, mentre si vestono, mentre mangiano e addirittura quando sono malati. I millennials si trovano immersi in un ciclo continuo di stimoli, costretti a lavorare un numero di ore dilatato rispetto a quello che sarebbe in un mondo senza tecnologia”.

A ciò si aggiungono le aspettative sempre più elevate dei datori di lavoro e la crisi occupazionale, che porta a difendere strenuamente il proprio impiego con il timore di perderlo da un momento all’altro e l’angoscia di non raggiungere il successo desiderato. “La generazione dei millennials dimostra molta più preoccupazione verso il futuro rispetto alla precedente, soprattutto a causa della ricerca dell’indipendenza economica, del desiderio di una famiglia da formare e poi mantenere, e dell’ansia di dover essere più bravi degli altri. Ne consegue che le abitudini di lavoro sono diventate una gabbia in cui perdersi e i confini etici che proteggono la vita privata sono andati via via affievolendosi” prosegue la Osnaghi.

Occorre specificare, tuttavia, la dipendenza da lavoro è un disturbo multicausato: oltre ai fattori sopraelencati, sembrano favorirla anche alcune dinamiche relazionali vissute nella famiglia d’origine, tra cui l’adesione dei figli a standard elevati imposti dai genitori. La tendenza ad essere “i primi della classe”, spesso trascurando la sfera socio-affettiva, si amplifica nel corso degli studi universitari, raggiungendo il culmine con l’ingresso nel mondo del lavoro.

Infine, sembrano avere un ruolo determinante nell’insorgenza del workaholism anche alcuni tratti di personalità, come la coscienziosità e la tendenza al perfezionismo, imputabili a fattori innati rafforzati dal contesto di vita.

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Secondo Cecilie Andreassen, docente di psicologia all’Università di Bergen (Norvegia), i sintomi con cui il disturbo tende a manifestarsi più frequentemente sono depressione, ansia, insonnia e aumento di peso. Come nelle dipendenze da sostanze stupefacenti, si ricerca progressivamente una maggiore “dose” di lavoro, dedicando sempre più tempo alla professione (mediamente 12 ore al giorno, non giustificate da scadenze o altre necessità organizzative) e riscontrando sintomi di astinenza (inquietudine e panico) nei periodi di pausa. Intanto, la mente si affolla costantemente di pensieri ossessivi e preoccupazioni legate al lavoro: scadenze, appuntamenti e paura del fallimento non lasciano spazio al normale fluire della vita quotidiana, la quale dovrebbe contemplare anche momenti dedicati allo svago, alla cura di se stessi e alle interazioni sociali. Naturalmente, tutto ciò implica gravi conseguenze sulla salute psicofisica dei giovani: nel suo bestseller internazionale 13 Things Mentally Strong People Don’t Do, la psicoterapeuta Amy Morin ha evidenziato come il 42% dei millennials che lavorano intensamente più di 9 ore al giorno e rimangono costantemente attaccati allo schermo del pc manifestano effetti negativi sulla propria salute mentale, con pessime ricadute anche sulle relazioni sociali con amici, parenti e partner. A tal proposito, il dott. Bryan Robinson, professore alla University of North Carolina-Charlotte, ha riscontrato che solo il 45% dei workaholic riesce ad evitare il divorzio, laddove nella popolazione sana la percentuale sale all’84% dei soggetti. Secondo ulteriori studi, la dipendenza da lavoro sarebbe correlata, nel 58% dei giovani lavoratori della fascia d’età 18-32, a gravi problemi oculari causati dal tempo eccessivo trascorso davanti a computer e schermi di vario genere.

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Come si può combattere la work addiction, definita anche “dipendenza ben vestita”? Certamente con l’aiuto di uno psicoterapeuta, almeno per recuperare il controllo della situazione nei casi più ostinati. In ogni caso, con o senza il supporto di un esperto, sarebbe bene ripristinare il normale equilibrio tra i vari aspetti della vita: imparare a concedersi pause rigeneranti riconoscendo l’importanza del proprio benessere psicofisico. Come sostenevano saggiamente gli antichi romani, in medio virtus stat: la virtù sta nel mezzo, in quell’equilibrio che ci consente di destreggiarci tra le mille gioie e difficoltà dell’esistenza.

Federica Marocchino

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