“E’ il sud il mio antidoto al mal di vivere”

Athos Faccincani ha inaugurato a Bari la sua personale di pittura

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Presso il Palazzo della Città Metropolitana di Bari si è inaugurata la mostra del pittore veronese Athos Faccincani dal titolo “L’immensità della luce”. La personale di pittura, che resterà aperta fino al 25 marzo 2018, ospita 30 dipinti di olio su tela tra i più rappresentativi del nostro territorio.

I toni accesi e variopinti, tipici delle raffigurazioni del pittore, lo hanno reso famoso in tutto il mondo. Tra le sue esposizioni internazionali più importanti quelle di New York, Boston, Miami, San Francisco, Chicago, Los Angeles, Londra, Vienna, Tokyo, Madrid, Zurigo, Amburgo, Monaco, Sofia e Montecarlo.

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Questa personale ha una peculiarità innegabile: l’esplosione di gioia che assale il visitatore entrando nella sala, attraverso le immagini ed i colori, riuscirebbe ad illuminare anche la giornata più uggiosa. La finestra ideale che si affaccia sul mare, poi, ne amplifica i significati.

Natura, colori, paesaggi e la bellezza di Bari, tra tutte le bellezze del sud disegnate dal maestro, appare maestosa nei ritratti del Teatro Petruzzelli e del Lungomare della città capoluogo. Nessuna agenzia di viaggi riuscirà mai a rendere migliore biglietto da visita per il turismo, nel mondo, del nostro territorio.

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Maestro i suoi quadri sono conosciuti in tutto il mondo, quali sono le sue fonti d’ispirazione?

Posso dire che sono 35 anni che sono ispirato dal sud dell’Italia. Mi piace riferire nelle interviste che sono più meridionale di tutti voi perché adoro queste terre. Tutto è nato da un viaggio: venivo fuori da 15 anni di pittura malinconica, la mia tavolozza era intrisa di drammi, tristezza, colori grigi.

Cosa le mancava nei suoi luoghi di origine?

Mi mancava la cordialità che ho scoperto al sud. Io riscontro al nord una incapacità alla vita di comunità. Vivo a Peschiera del Garda, sulle colline del lago, e da noi non c’è più la ricerca del contatto umano. Rimpiango i tempi in cui si faceva ‘filo’’ che è l’usanza che avevano i contadini di fermarsi a parlare a fine giornata per raccontarsi. Le mie mostre si concentrano da Roma in giù e venire al sud, per me, è ogni volta la riscoperta di quel dialogo, quel momento di relazionarsi che al nord mi manca. Per assurdo trovo più calore in quei posti ritenuti distaccati come la Germania o la Svizzera dove espongo molto. Negli Stati Uniti ho fatto circa 150 mostre con numeri importanti, anche duemila persone, e la partecipazione dei visitatori si sente. Quando incontro i ragazzi delle scuole mi piace infondere in loro il coraggio di soffermarsi e di riflettere circa quello che ci circonda. Bisogna riprendere ad apprezzare quello che ci è stato dato, che è grande.

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Durante la sua quarantennale carriera, il maestro Faccincani ha ricevuto innumerevoli premi, fra gli ultimi il premio Personalità Europea consegnatogli a Roma nel 2008. Le produzioni giovanili dell’artista hanno uno stile espressionista che racconta personaggi cupi e sofferenti. Per meglio esprimere la sofferenza e l’angoscia dei suoi personaggi, Faccincani si cala in quella realtà fatta di ospedali psichiatrici e carceri e ospedali che, seppure funzionale al lavoro, determina nell’uomo un profonda crisi interiore. Negli anni ’70 gli viene commissionata una mostra sulla Resistenza. Ancora una volta, la sofferenza, era destinato ad essere l’elemento protagonista della tavolozza dell’artista. Nonostante il riconoscimento della nomina di Cavaliere della Repubblica conferitagli dal Presidente Sandro Pertini, che aveva visitato le sue personali, Faccincani decise di abbandonare la pittura per un anno.

Nel periodo peggiore della sua crisi interiore cosa ha determinato la svolta del suo espressionismo?

Mi fu chiesta dal sindaco di Bologna una mostra sui sentimenti nella guerra. Io venivo da anni segnati dalla sofferenza più cupa e questa mostra riacutizzò il mio malessere interiore fino a farmelo somatizzare. Sebbene quella mostra mi regalò la grande soddisfazione di essere premiato dal Presidente Pertini, all’età di 29 anni, per contro subii un blocco: la sofferenza provata nell’elaborare quelle sofferenze estreme spense la mia capacità creativa. Passavo le giornate in studio chiedendomi che direzione dovesse prendere la mia vita, ma non trovavo risposte. Ad un certo punto, l’lluminazione, attraverso un viaggio, nel 1981, nel sud Italia. In una piccola osteria di Ischitella, scoprire, attraverso il rituale di un buon bicchiere di vino, la convivialità, il calore della gente, per me è stato illuminante.

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Quale fu l’episodio cardine che ha ispirato l’artista rinnovato?

Durante lo studio della figura io ho sempre cercato di perseguire la gioia e la felicità, mentre ho dovuto fare i conti con la sofferenza. Una mattina, a Gallipoli, mi trovai in una campagna, circondato da uliveti. C’era una casetta rosa circondata da terra rossa, ed una mamma che stirava, circondata dai suoi tre figli. Gli alberi resi argentei da una leggera brezza, pensai: ecco questa è la felicità! Corsi in paese a cercare delle tele e dei colori per dipingere, ma in quella piccola realtà di 35 anni fa, non esisteva un negozio che vendeva le tele. Trovai solo dei colori e del cartone. Gettai la tavolozza malinconica che mi aveva accompagnato fino a quel momento e la sostituii con quella gioiosa che uso oggi. Quindi questo è il riconoscimento che devo al sud e che porto in tutto il mondo, e vi assicuro che nel mondo l’amore per le vostre terre è assai sentito e diffuso.

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Per i saluti all’artista che ha illustrato personalmente le opere esposte, sono intervenuti la consigliera delegata ai Beni culturali della Città Metropolitana di Bari, Francesca Pietroforte, il critico d’arte, Gianfranco Terzo, e il curatore della mostra, Giuseppe Benvenuto.

Cristina Negro

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