“FIGLICIDI” IN AUMENTO NELL’ULTIMO ANNO: IL RAPPORTO EURES

Sempre più neonati vittime dei propri genitori: il ruolo della depressione post partum

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Qualche giorno fa, tutti i telegiornali nazionali hanno riportato in apertura la terribile notizia di un bimbo di soli 4 mesi trovato morto in un dirupo, nel beneventano. Accanto a lui la madre 34enne, disabile sordomuta, che, con l’auto in panne, aveva inizialmente descritto l’accaduto come un tragico incidente stradale. Poco più tardi, però, gli inquirenti hanno potuto far luce sulla reale dinamica dei fatti: era stata proprio la donna, in evidente stato di alterazione psicologica, a gettare il piccolo nel dirupo e a colpirlo alla testa. Dopo una notte passata in ospedale, piantonata dalla Polizia, la 34enne è stata interrogata dai carabinieri del comando provinciale di Benevento, ma si è avvalsa della facoltà di non rispondere. E’ tuttora indagata per omicidio volontario e non sembrano esserci dubbi circa la sua colpevolezza: l’auto su cui viaggiava in compagnia del figlio non ha mostrato segni di collisione né di brusche frenate, ragion per cui, esclusa l’ipotesi dell’incidente, tutto fa pensare che sia stata lei stessa a condurre la vettura nella scarpata, con l’intenzione di commettere l’efferato quanto agghiacciante omicidio.

Lo scorso aprile fece scalpore il caso del piccolo Gabriel, ucciso dai genitori - la mamma l’avrebbe strangolato con la complicità del padre, rimasto a guardare mentre lei si accaniva sul bambino - per un capriccio di troppo. Tutti ricorderanno, poi, il caso che nel novembre 2014 vide coinvolta Veronica Panarello, condannata dalla Corte d’assise d’appello di Catania a 30 anni di reclusione per aver assassinato e occultato il corpo del figlio Loris.

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Superato il primo moto di incredulità, si tende ad etichettare tali omicidi come episodi isolati, compiuti da soggetti con gravi disturbi psichici, magari incapaci di intendere e di volere. Eppure, le stime raccolte dall’ultimo Rapporto Eures (istituto di ricerca italiano su fenomeni economici e sociali, ndr) sembrano riflettere una realtà ben più preoccupante: tra il 2000 e il 2018 i “figlicidi” commessi sono stati 473, con un aumento del 55% nell’ultimo anno (31 casi in più rispetto al precedente). I bambini con meno di un anno rimasti vittime dei loro genitori - perlopiù madri - sono stati ben 85, con una media di 4 all’anno. “La partecipazione delle madri agli eventi delittuosi si riduce all’aumentare dell’età del bambino, attestandosi al 48,4% nei figlicidi che coinvolgono bambini di 1-5 anni (45 madri omicide e 48 padri), scendendo al 35,6% nella fascia 6-13 anni (dove i figli uccisi dai padri salgono a 56, pari al 64,4%) per raggiungere il valore minimo di 13% nei figlicidi di adolescenti o giovani adulti (27 casi, a fronte di 181 commessi dai padri)” si legge nella relazione.

Quello che sta lentamente dilagando in Italia è un fenomeno che molti chiamano “innaturale”, perché del tutto disfunzionale nell’ottica di conservazione della specie. La protezione della prole è infatti un comportamento tipico di quasi ogni categoria animale, anche delle meno evolute in termini di intelligenza ed organizzazione sociale.

Tuttavia, molteplici possono essere le ragioni che spingono una madre - spesso rispettabile e del tutto “normale” agli occhi della gente - ad assassinare lo stesso essere a cui ha donato la vita, proprio negli anni in cui il rapporto con quest’ultimo dovrebbe risultare, più che mai, indissolubile e viscerale. Nella stragrande maggioranza dei casi, quando la vittima è un neonato, le motivazioni del gesto sono riconducibili ad un disturbo di cui si parla (e si sa) ancora troppo poco: la depressione post partum. Quest’ultima si configura essere una complicanza del più comune post partum blues(“tristezza post partum”), caratterizzato da umore instabile, tendenza al pianto e facile irritabilità alternati a momenti di profonda felicità e soddisfazione legate al proprio ruolo di madre. Si tratta di sintomi che coinvolgono il 50-70% delle donne nei giorni immediatamente successivi al parto e che tendono a regredire spontaneamente, senza ripercussioni sul nascituro.

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Nel caso in cui il disturbo non dovesse risolversi in un breve arco di tempo, acuendosi al contrario con il passare delle settimane, probabilmente si sta manifestando un caso di vera e propria depressione post-partum, più rara ma comunque molto diffusa tra le neo mamme e, a sorpresa, anche tra i neo papà (pare che ne sia affetto uno su dieci). I sintomi, di media o alta intensità, spaziano dalla faticabilità ai disturbi del sonno, dall’angoscia all’agitazione psicomotoria, dai pensieri di morte alle ideazioni suicidarie. Alla base del disturbo nessuna disfunzione psichica, bensì fluttuazioni ormonali tipiche del periodo successivo al parto ma, soprattutto, un contesto poco supportivo, che carica i neo genitori di stress e non consente loro di metabolizzare l’impegnativo ruolo che sono chiamati a ricoprire. Di qui è facile comprendere, dunque, l’importanza dei servizi di assistenza socio-psicologica nella prevenzione dei maltrattamenti e degli omicidi ai danni dei minori nati da meno di un anno, affinché la genitorialità torni ad essere vissuta serenamente da una fetta sempre più ampia della popolazione e vicende come quelle descritte poc’anzi possano restare solo dei lontani e dolorosi ricordi.

Federica Marocchino

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