“In vino veritas”: uno sguardo ai cambiamenti climatici

Cambierà davvero la geografia dei vitigni italiani?

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Si riassume in un grido d’allarme univoco il risultato del Forum svoltosi in questi giorni a Roma. Al convegno Vigneti sostenibili per clima insostenibili, organizzato dall’Alleanza delle Cooperative Agroalimentari, si è discusso, infatti, di global warming e dei suoi condizionamenti futuri sullo scenario di una delle produzioni più prestigiose dell’Italia: quella vitivinicola.

L’ultimo decennio è stato il più caldo degli ultimi 2000 anni. - ha spiegato il presidente della Società meteorologica italiana, Luca Mercalli - Stiamo assistendo ad una trasformazione geografica delle produzioni vitivinicole strettamente collegata ai cambiamenti climatici che spingono, sempre più, la vite in quota. La temperatura globale è aumentata di circa un grado nell’ultimo secolo, di 1,5°C in Europa occidentale e nel Mediterraneo: è come se un vigneto trovasse oggi le stesse condizioni di cent’anni fa 250 metri più in alto e 200 km più a nord. Altitudini, sulla rotta Nord, impensabili fino ad un decennio fa. E’ possibile stimare, per la viticoltura mondiale, un aumento di quota di circa 800 metri e di 650 Km di latitudine verso nord. In molte regioni montuose è già iniziata la ‘corsa verso l’alto’ dei vigneti. In futuro diventeranno adatte alla coltura della vite aree che finora non lo erano come l’Europa centro orientale, la costa pacifica degli Usa e la Nuova Zelanda. In questo quadro la pianura padana rischia di diventare come il Pakistan, mentre intere aree come la Sicilia, la Puglia e la Sardegna corrono un serio rischio di desertificazione con conseguente impossibilità di continuare a coltivare la vite”. Poco rassicuranti le previsioni a lungo raggio di Mercalli che, sulla base di un potenziale fallimento delle misure di riduzione delle emissioni di gas serra previste dall’Accordo di Parigi, ritiene possibile un aumento delle temperature, entro la fine del secolo, di 5°C. Nel quadro dei rischi prevedibili, oltre che alle produzioni vanno calcolati anche i danni alla biodiversità. “Bisogna correre ai ripari” avverte Mercalli, facendo appello ad un rigurgito di responsabilità, oltre che a mirate strategie di prevenzione.

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Negli ultimi trent’anni, il vino italiano è aumentato di un grado, ma si è verificato nel tempo anche un significativo spostamento della zona di coltivazione tradizionale di alcune colture, come l’olivo, che è arrivato quasi a ridosso delle Alpi. E’ quanto afferma la Coldiretti nel commentare gli effetti del cambiamento climatico in Italia in riferimento al rapporto scientifico dell’Ipcc, panel intergovernativo dell’Onu sui cambiamenti climatici. Una situazione che di fatto – sostiene la Coldiretti – mette a rischio di estinzione il patrimonio di prodotti tipici Made in Italy che devono le proprie specifiche caratteristiche essenzialmente o esclusivamente all’ambiente geografico, comprensivo dei fattori umani, e proprio alla combinazione di fattori naturali e umani. Gli effetti dei cambiamenti climatici si manifestano in Italia con la più elevata frequenza di eventi estremi, con sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi e intense, l’aumento dell’incidenza di infezioni fungine e la riduzione della riserve idriche. Quest’anno l’inverno in Italia si è collocato al secondo posto tra i più caldi degli ultimi due secoli, con una temperatura media superiore 1,8 gradi sopra la media di riferimento (1971-2000), secondo solo all’inverno 2006-2007, che registrò un’anomalia di +2,0 gradi secondo un’analisi della Coldiretti sui dati del Cnr. Ne è derivato uno shock alle coltivazioni, ingannate dall’insolito tepore che – conclude la Coldiretti – ha fatto maturare in modo repentino e simultaneo gli ortaggi, rendendo impossibile una programmazione scalare della raccolta.

Il calo della vendemmia generato dagli eventi climatici non ha interessato solo l’Italia. Nel 2016 anche la Spagna e la Francia hanno dovuto fare i conti con raccolti compromessi da gelate e siccità. La regione dello Champagne, nel 2017, ha dovuto effettuare un anticipo di vendemmia di ben tre settimane. I dati sono molto importanti per tutto il settore; questo è il motivo per cui, da qualche anno, le cooperative vitivinicole in Italia, Francia e Spagna (che producono circa il 50% del vino europeo e il 25% di quello mondiale) si incontrano regolarmente per confrontarsi sul tema.

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Si cercano soluzioni con uno sguardo rivolto alla ricerca genetica, che, già negli ultimi vent’anni, ha sviluppato alcune varietà di vino resistenti ai climi estremi (rendendoli meno bisognosi di acqua), come anche alle malattie della vite e ai parassiti (azzerando l’uso di trattamenti chimici, con il doppio vantaggio in termini di costi e di minore impatto ambientale). Ma incontrano molta diffidenza: introdotte nel registro delle varietà di vite nel 2013, ad oggi solo Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia ne hanno autorizzato l’utilizzo. Assenti invece al sud, dove sarebbero risolutive in regioni che devono fare perennemente i conti con le pesanti conseguenze dei capricci climatici.

Nel vino si riscontra una inspiegabile avversione alle novità della genetica” ha spiegato il docente di Viticoltura ed Enologia dell’Università di Milano, Attilio Scienza. E la “freddezza” nei confronti delle innovazioni sviluppate dalla ricerca genetica valica anche oltralpe.

Angelo Gaja, produttore del vino DOCG piemontese Barbaresco, molto apprezzato oltreoceano, durante un suo intervento all’ultimo Wine Experience di New York, il convegno organizzato da Wine Spectator sui cambiamenti climatici e su come questi influenzino la produzione di vino, ha dichiarato: “Sono tre i fattori determinanti nella produzione di vini di qualità: la varietà delle uve, il suolo e il clima. Ma mentre le varietà delle uve e il suolo sono gli stessi durante la vita della vigna, le condizioni del clima non possono essere controllate dall’uomo”. Gaja haraccontato di come ha visto cambiare il clima in questi ultimi 20 anni, con condizioni spesso estreme, “troppa pioggia o troppa neve, oppure temperature elevatissime, anche 6,8 grandi fahrenheit in più, che possono aumentare in maniera esponenziale i livelli dello zucchero o dell’alcol, insomma sono condizioni molto pericolose per produrre vino”.

Ma i vignaioli sono stati in grado di adeguarsi ai cambiamenti climatici e tirare fuori il meglio da ogni annata, grazie all’ esperienza e ad équipe di botanici, entomologi, professionisti preparati e competenti che collaborano con le migliori università.

In ben 700 ettari dei nostri vigneti dove produciamo il Barbaresco non vengono assolutamente utilizzati pesticidi, ma il controllo avviene attraverso una catena naturale, come un verme che facciamo arrivare dalla California per il compost e una farfallina che controlla che questi vermi non si sviluppino più del dovuto. Poi c’è l’erba che ricopre il terreno per mantenerlo sempre ad una temperatura ottimale, le api per impollinare i fiori, ed abbiamo piantato ben 250 cipressi che, oltre ad essere perfetti bio-indicatori della situazione generale del terreno, offrono rifugio ai piccoli uccellini che mangiano anche loro i vermi. Ci siamo adattati ai cambiamenti. In fondo crescere una vigna è come crescere un figlio”.

Gaja ha poi ricordato come il delicato tema ambientale sia una priorità anche nei pensieri di Papa Francesco: “Anche lui ha dedicato molta attenzione al delicatissimo tema dei cambiamenti climatici, chiedendo che i politici facciano qualcosa in questo senso”.

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Il prestigio dei vini pugliesi è riconosciuto in tutto il mondo, con attestazioni di merito in competizioni internazionali e con ordinativi che incidono in misura esponenziale sulle esportazioni di prodotto tipico in tutto il mondo. Al recentissimo Sakura Awards, il concorso enologico internazionale più importante del Giappone, l’azienda vitivinicola Borgo Turrito di Foggia ha portato a casa ben due medaglie d’oro: una per il rosso TroQuè IGP Puglia Nero di Troia 2016, l’altra per il rosato CalaRosa IGP Puglia Nero di Troia 2017. I vini sono stati incoronati tra i migliori del mondo nelle rispettive categorie, dopo aver superato il confronto con una selezione dei migliori vini provenienti da tutto il mondo.

Ma la storia di un vino è nelle sue radici, ed è per risultati come questo che vale la pena di battersi strenuamente in difesa del DOC. Pertanto, la mobilitazione per contenere i disastri ambientali è responsabilità di tutti a beneficio di tutti: vuoi mettere la praticità della piantina di basilico sul balcone di casa piuttosto che alle pendici delle Alpi?

Maria Cristina Negro

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