“La pace non può regnare tra gli uomini se prima non regna nel cuore di ciascuno di loro”. (Giovanni Paolo II)

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La pace non può regnare tra gli uomini se prima non regna nel cuore di ciascuno di loro”.

(Giovanni Paolo II)

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A cura del Prof. Avv. Michele Fini

§1. La pace, prima di ogni cosa, è una condizione personale (intraindividuale) che poi ne caratterizza l’aspetto sociale, relazionale e politico. Pertanto, è un valore universalmente riconosciuto, in grado di superare qualsiasi barriera sociale e/o religiosa ed ogni pregiudizio ideologico, in modo da evitare situazioni di conflitto fra due o più persone, due o più gruppi, due o più nazioni, due o più religioni. La sua essenza favorisce l’armonia mentre la sua assenza alimenta tensioni e conflitti. Infatti, anche nel mondo romano la prima enunciazione del concetto di pace risale a Cicerone, che all’inizio del I secolo a.C. la definiva come "tranquilla libertas" nelle Filippiche (II, 44, 113). Questa definizione si sovrapponeva a quella platonica e a quella aristotelica per costituire il punto di vista romano in generale, ma in senso politico prevaleva il significato espresso dal celebra adagio: si vis pacem para bellum (se vuoi la pace prepara la guerra). Successivamente verrà coniata l’espressione pax romana per indicare l’assenza di conflitti nell’impero e ai suoi margini, grazie alla messa in pace manu militari delle regioni di conquista.

§2. La Pace non può regnare tra gli uomini se prima non regna nel cuore di ciascuno quale espressione di fratellanza umana. Infatti, il vero Fondamento, come ha bene sottolineato anche Papa Francesco nel suo messaggio del trascorso 8 dicembre 2013 è questo aspetto de “la fraternità (che) è una dimensione essenziale dell’uomo, il quale è un essere relazionale. La viva consapevolezza di questa relazionalità ci porta a vedere e trattare ogni persona come una vera sorella e un vero fratello; senza di essa diventa impossibile la costruzione di una società giusta, di una pace solida e duratura. E occorre subito ricordare che la fraternità si comincia ad imparare solitamente in seno alla famiglia, soprattutto grazie ai ruoli responsabili e complementari di tutti i suoi membri, in particolare del padre e della madre. La famiglia è la sorgente di ogni fraternità, e perciò è anche il fondamento e la via primaria della pace, poiché, per vocazione, dovrebbe contagiare il mondo con il suo amore”. Ma ancora ci ricorda che: “In tante parti del mondo, sembra non conoscere sosta la grave lesione dei diritti umani fondamentali, soprattutto del diritto alla vita e di quello alla libertà di religione. Il tragico fenomeno del traffico degli esseri umani, sulla cui vita e disperazione speculano persone senza scrupoli, ne rappresenta un inquietante esempio. Alle guerre fatte di scontri armati si aggiungono guerre meno visibili, ma non meno crudeli, che si combattono in campo economico e finanziario con mezzi altrettanto distruttivi di vite, di famiglie, di imprese”. La globalizzazione, come ha affermato Benedetto XVI, ci rende vicini, ma non ci rende fratelli.[1] Inoltre, le molte situazioni di sperequazione, di povertà e di ingiustizia, segnalano non solo una profonda carenza di fraternità, ma anche l’assenza di una cultura della solidarietà. Le nuove ideologie, caratterizzate dal diffuso individualismo, egocentrismo e consumismo materialistico, indeboliscono i legami sociali, alimentando quella mentalità dello “scarto”, che induce al disprezzo e all’abbandono dei più deboli, di coloro che vengono considerati “inutili”. Così la convivenza umana diventa sempre più simile a un mero do ut des pragmatico ed egoista.

§3. La fraternità, fondamento e via per la pace

E’ facile comprendere che la fraternità è fondamento e via per la pace. Le Encicliche sociali dei Romani Pontefici offrono un valido e meritato aiuto, come la Populorum progressio di Paolo VI o della Sollicitudo rei socialis di Giovanni Paolo II. Dalla prima si rileva che lo sviluppo integrale dei popoli è il nuovo nome della pace.[2] Dalla seconda, che la pace è opus solidaritatis.[3]

Papa Francesco ci ricorda che Paolo VI affermava che non soltanto le persone, ma anche le Nazioni debbono incontrarsi in uno spirito di fraterna umanità. E spiega: «In questa comprensione e amicizia vicendevoli, in questa comunione sacra noi dobbiamo […] lavorare assieme per edificare l’avvenire comune dell’umanità».[4] Questo dovere, continua Papa Francesco, riguarda in primo luogo i più favoriti. I loro obblighi sono radicati nella fraternità umana e soprannaturale e si presentano sotto un triplice aspetto: il dovere di solidarietà, che esige che le Nazioni ricche aiutino quelle meno progredite; il dovere di giustizia sociale, che richiede il ricomponimento in termini più corretti delle relazioni difettose tra popoli forti e popoli deboli; il dovere di carità universale, che implica la promozione di un mondo più umano per tutti, un mondo nel quale tutti abbiano qualcosa da dare e da ricevere, senza che il progresso degli uni costituisca un ostacolo allo sviluppo degli altri.[5] Se si considera la pace come opus solidaritatis, allo stesso modo, non si può pensare che la fraternità non ne sia il fondamento precipuo. La pace, afferma Giovanni Paolo II, è un bene indivisibile. O è bene di tutti o non lo è di nessuno. Essa può essere realmente conquistata e fruita, come miglior qualità della vita e come sviluppo più umano e sostenibile, solo se si attiva, da parte di tutti, «una determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune»[6]. Ciò implica di non farsi guidare dalla «brama del profitto» e dalla «sete del potere». Occorre avere la disponibilità a «“perdersi” a favore dell’altro invece di sfruttarlo, e a “servirlo” invece di opprimerlo per il proprio tornaconto. […] L’“altro” – persona, popolo o Nazione – [non va visto] come uno strumento qualsiasi, per sfruttare a basso costo la sua capacità di lavoro e la resistenza fisica, abbandonandolo poi quando non serve più, ma come un nostro “simile”, un “aiuto”».[7]

§4. Premessa per sconfiggere la povertà. Nella Caritas in veritate la mancanza di fraternità tra i popoli e gli uomini è una causa importante della povertà.[8] In molte società si sperimenta una profonda povertà relazionale dovuta alla carenza di solide relazioni familiari e comunitarie. Si assiste ad una considerevole crescita di diversi tipi di disagio, di emarginazione, di solitudine e di varie forme di dipendenza patologica. Una simile povertà può essere superata solo attraverso la riscoperta e la valorizzazione di rapporti fraterni in seno alle famiglie e alle comunità, attraverso la condivisione delle gioie e dei dolori, delle difficoltà e dei successi che accompagnano la vita delle persone […].

Inoltre, se da un lato si riscontra una riduzione della povertà assoluta, dall’altro lato non possiamo non riconoscere una grave crescita della povertà relativa, cioè di diseguaglianze tra persone e gruppi che convivono in una determinata regione o in un determinato contesto storico-culturale. In tal senso, servono anche politiche efficaci che promuovano il principio testé dettato, assicurando alle persone - eguali nella loro dignità e nei loro diritti fondamentali - di accedere ai “capitali”, ai servizi, alle risorse educative, sanitarie, tecnologiche affinché ciascuno abbia l’opportunità di esprimere e di realizzare il suo progetto di vita, e possa svilupparsi in pienezza come persona.

Si ravvisa anche la necessità di politiche che servano ad attenuare una eccessiva sperequazione del reddito. Non dobbiamo dimenticare l’insegnamento sulla cosiddetta ipoteca sociale, in base alla quale se è lecito, come dice san Tommaso d’Aquino, anzi necessario «che l’uomo abbia la proprietà dei beni»[9], quanto all’uso, li «possiede non solo come propri, ma anche come comuni, nel senso che possono giovare non unicamente a lui ma anche agli altri»[10].

§5. La riscoperta della sana economia

Le molti e gravi crisi finanziarie ed economiche contemporanee hanno spinto molti a ricercare la soddisfazione, la felicità e la sicurezza nel consumo e nel guadagno oltre ogni logica di una sana economia. Già nel 1979 Giovanni Paolo II avvertiva l’esistenza di «un reale e percettibile pericolo che, mentre progredisce enormemente il dominio da parte dell’uomo sul mondo delle cose, di questo suo dominio egli perda i fili essenziali, e in vari modi la sua umanità sia sottomessa a quel mondo, ed egli stesso divenga oggetto di multiforme, anche se spesso non direttamente percettibile, manipolazione, mediante tutta l’organizzazione della vita comunitaria, mediante il sistema di produzione, mediante la pressione dei mezzi di comunicazione sociale».[11]

Il succedersi delle crisi economiche dovrebbero apportare opportuni ripensamenti dei modelli di sviluppo economico per un sano cambiamento negli stili di vita, quali, ad esempio, riscoprire i vincoli umani che ci legano gli uni agli altri, nella fiducia che ciascuno è capace di donare qualcosa in più rispetto ai limiti dettati dal proprio interesse individuale. Sarebbe un passo costitutivo per ri-costruire una società degna della sua umanità.


[1] Cfr Lett. enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 19: AAS 101 (2009), 654-655.

[2] Cfr Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio (26 marzo 1967), 87: AAS 59 (1967), 299.

[3] Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis (30 dicembre 1987), 39: AAS 80 (1988), 566-568.

[4] Lett. enc. Populorum progressio (26 marzo 1967), 43: AAS 59 (1967), 278-279).

[5] Cfr ibid., 44: AAS 59 (1967), 279.

[6]Lett. enc. Sollicitudo rei socialis (30 dicembre 1987), 38: AAS 80 (1988), 566.

[7] Ibid., 38-39: AAS 80 (1988), 566-567.

[9]Summa Theologiae II-II, q. 66, art. 2.

[10] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 69. Cfr Leone XIII, Lett. enc. Rerum novarum (15 maggio 1891), 19: ASS 23 (1890-1891), 651; Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis (30 dicembre 1987), 42: AAS 80 (1988), 573-574; Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 178.

[11] Lett. enc. Redemptor hominis (4 marzo 1979), 16: AAS 61 (1979), 290.

Michele Fini

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