“MADAMA GIUSTIZIA” NELL’ARTE DI GRAZIA LODESERTO

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Super partes sarebbe Giustizia in cui credere; ma tutt’altro ha suggerito quanto visto proprio nell’aula di un Tribunale dei Giudici di pace; laddove, su una parete, ha fatto bella mostra di sè un dipinto estrapolato dall’opera, comprensiva della installazione in pari tema “Teoria della Bilancia e Controlla il tuo peso forma”, con cui la pittrice Tarantina Grazia Lodeserto, nel 1979, aveva reso l’immagine, tutt’oggi crudamente attuale, della Giustizia quale pretenziosa chimera scollacciata e inaffidabile che, di sè, mostra soltanto una schiena virtuale inafferrabile.

cms_2764/-311106626687FD3AF.jpgInfatti quella Giustizia, ricercata ed invocata qual Santa degna di sacro altare perchè di tutto il meglio sarebbe genitrice, nel dipinto si palesa rigida come una stampella e suggerisce d’essere solo Matrigna Meretrice in panni di dubbia comare che, tal quale discinta modella, se ne sta di spalle per la viltà di non guardare in faccia; anzi, degli occhi non si vede neanche traccia nel profilo che si mostra bendato e, protraendosi ruffiano verso un lato, è solo perno di bilancia con asta su cui striscia un serpente nato dal basso dove il deretano, con funzione diversa che nella comune gente, della Giustizia indica che il solo viso aperto è proprio lì nel fondoschiena, e non c’è chi non ne veda la collocazione fin troppo piena d’ogni peggiore ambiguità. Anzi, a ben guardare, quella faccia “da posteriore” presenta due lati opposti che, del rincorrere Giustizia, preannunciano i troppo amari costi per quei giochi altalenanti, fra chiaro e scuro, di verità adombrata che resta, infine, mascherata da succinta e dubbia veste.

cms_2764/-167723737705387578.jpgCosì, Giustizia appare quale spavalda e infìda Mondana, finanche ingioiellata con quel monile ammiccante che, magari, s’è venduta e l’hanno comprata con la pretesa che, nel sembiante, si mostri comunque bilanciata, nonostante il carico di violenza di un piatto sveli il peggior peccato che ha gettato, sull’altro piatto, l’innocente immolato. A tale violenza che non conosce pietà è contrapposta ambiguità che, come se fosse ineluttabile verità, nel dipinto fa capo a rigida gruccia-Madama avente gambe velate, con trasparenza che non vuole essere sofisticata, bensì solo sfacciata; ancor più nella culotta ostentata anche se con ornamento di pizzo, ch’è pure nel profilo bendato come nel sottofondo d’ogni piatto bilanciato, ma è stato finanche sollevato a scoprire un sedere spudorato; persino plastica e piume, proprio reali, sono esibizioni di un lato; mentre, nell’altro, il tutto è dipinto e soltanto imitato ad indicare che ciò che di là era vero, di qua è adombrato con lo sconcertante risultato che dell’equità il concetto è falsato. Tale ambiguità, nell’installazione, è ancor più evidenziata facendo capo all’appendiabito-uomo morto che, certo, cruccia; non solo per quel manichino-Ingiustizia con grottesca postura; ma perchè di un volto, che nel dipinto è troppo giù fuori misura, la vera infima natura ha svelato, mentre era stato mascherato col chiaro femminino tenuto a bada dall’oscuro contrario; ciò che, da sempre, è l’insanato tragico divario che, nel buio della falsità, spegne, annullandolo, ogni anelito di verità.

Da tutto un tal quadro, fedele a quel niente di equo che ispira, sembrerebbe discendere solo inevitabile condanna per chi faccia, della Giustizia, una lercia libertina; ma, con l’apposta firma nel colore del cielo, laddove sembra avere cercato un pietoso velo all’iniquità avendovi stemperato la sua immutata speranza in una Giustizia che più non sia cimelio di tracotanza; la sensibilità precognitiva dell’illustre Artista si è augurata che la nebbia dell’INGIUSTO MALE sia arginata con la partecipazione attiva di ognuno che è invitato ad usare, come strumento con obiettività tarato, quell’io stesso che vada a controllare se il suo personale apporto a Giustizia, oppure al di lei opposto, si possa conformare.

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Dunque, se come tutti sanno, l’ Arte vera parla un linguaggio aperto che per lo spirito è vera manna e sa orientarlo come fa lo Zefiro che, cullando la canna, l’avvolge dell’effluvio salutare di un odoroso serto; ben si può dire che quest’opera è Arte che, persino nel deserto, saprebbe parlare anche ai Beduini della necessità d’una Giustizia con esiti meno “belluini”. A Grazia Lodeserto l’augurio che possa un giorno ispirarsi a modello di Giustizia meno infernale, se non proprio paradisiaca.

Rosa Cavallo

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