“Non viviamo in un paese ma viviamo in una lingua”: al Book City “Storie lunghe una canzone”

Angel Galzerano si racconta tra le note della sua chitarra e la voce di Milton Fernàndez

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Due uruguayos, come loro stessi amano definirsi, che Milano unisce così come ciascuno dei due unisce l’arte e l’amore per raccontarsi e raccontare quel piccolo paese di quasi 3 milioni e mezzo di cittadini nel continente Latino. Li vedo spesso insieme negli eventi culturali a raccontare il loro Uruguay, perché, anche se vivono da tempo in Italia, a loro piace raccontare quel piccolo Paese del Sud America con la passione che distingue le loro poesia.

L’ultimo giorno del Book City erano invitati al Mudec (Museo delle Culture di Milano), ospiti dell’associazione “Amici di Proficua” dell’artista di origini argentine Margarita Clement, appassionata di pittura, che a Milano è nota per i tantissimi laboratori colorati che organizza per i bambini. Tra l’Uruguay e Argentina è sempre aperta la competizione per quanto riguarda l’espressione di ballo più famoso nel mondo, il Tango. Ascoltando i due artisti ci si rende conto che questo ballo appartiene un po’ a tutta l’America Latina, un miscuglio di culture provenienti da tutte le parti del mondo, perché, alla fine, la medesima influenza musicale ha raggiunto non solo i due Paesi divisi dal fiume La Plata, ma tutto il profondo Sud del mondo, producendo suoni simili che incantano la mente e stupiscono il cuore.

In realtà, come racconta Galzerano, il Tango era stato scritto da un ragazzino uruguayano, che poi lo vendette a un maestro argentino. Quest’ultimo accompagnò alla melodia un testo. Quando il Tango raggiunse una discreta fama, tuttavia, il ragazzo si affidò ad un avvocato per riacquistarne i diritti, ed aveva completamente ragione, perché al momento della vendita era ancora minorenne.

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Tra le note musicali della chitarra di un uruguayano che ha vissuto in quel paese per soli 17 anni ma che ancora porta dentro quel Paese - “perché lui è più uruguayo che italiano e più uruguayo degli stessi uruguayos”, come sostiene il suo amico Milton Fernàndez - Angel Galzerano canta storie del suo paese e storie di quel continente che ha visto passare artisti provenienti da tutto il mondo, che lui ha fatto suoi.

Una delle poetesse più grandi e famose argentine, per esempio, è stata Alfonsina Storni, la quale emigrò dal Canton Ticino con i suoi genitori italiani senza per questo essere stata definita “scrittrice emigrante”. “Questa è una storia che ci tocca a tutti” dice Fernandez, una storia oggigiorno strumentalizzata con termini inventanti per fare audience o per creare spaccature, senza ricordarsi che la storia si ripete. Così, ognuna delle canzoni di Galzerano racconta una storia, come quella del Candombe al suono di tamburi, nata dalla popolazione africana arrivata come schiava nel continente Latino e che lì, per la prima volta, scoprì per la prima volta l’essenza dell’“essere africani”. Sapevano di essere solo cittadini del Paese in cui erano nati e cresciuti, fin quando, oltre le mura della città, in Uruguay, non cominciarono a suonare i tamburi per chiamarsi l’un l’altro e per esprimere il loro spirito di appartenenza. Nacquero così i suoni di una musica che viene da lontano, El Candombe di Uruguay. “È così l’Uruguay, un paese con influenze da tutte le parti del mondo. - dice Fernàndez - Siamo figli degli Incas, dei Maya dei guaranì, tutti noi veniamo da mondi lontani, tranne qualche residuo di sangue puro, si dice che tutti noi uruguayos veniamo dalle navi, che poi creiamo l’identità Uruguayana”.

Parlando dell’identità uruguayana, Galzerano spiega che è un insieme di mondi nel suono di questa Milonga che l’artista chiama Blues, il Blues uruguayano. “Noi siamo la parte europea dell’America Latina, insieme all’Argentina, e qui parlo di Buenos Aires. Quell’Europa che ha ancora tempo per chiacchierare davanti un caffè con gli amici” afferma Galzerano. Ogni storia diventa una canzone perché i musicisti spesso vedono il mondo attraverso le note e se scrivono canzoni alle volte ci aggiungono le parole, come accade con la musica e le poesie cantate di Angel, in cui si raccontano i personaggi fuori dagli schemi e quel qualcosa che ci sfugge e che dà un senso a ciò che siamo. “Tocca a tutti noi, non solo agli uruguayos ma a tutte le persone, quel sentimento che proviamo spesso quando ci spostiamo da un posto all’altro, quel sentimento chiamato Nostalgia (Nostos-algia: dolore di un ritorno) - continua Milton Fernàndez - nell’analizzare le poesie di Galzerano. C’è uno scrittore argentino, Julio Cortázar, che diceva: i migranti sono invincibili perché sono vestiti di coraggio, perché hanno il coraggio di proclamare, di ricominciare da capo e ancora di costruire dall’inizio”.

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Spesso dopo l’emigrazione ci si costruisce una patria ideale, che non si riscontra poi nella realtà al proprio ritorno. Allora si ricade nella nostalgia, nell’immaginario, per star meglio. Quale miglior personaggio e storia poteva racchiudere al meglio questa presentazione, e quale canone migliore se non la figura di un grande della storia mondiale: come dice Fernàndez, sarebbe stato bellissimo se Lui fosse stato un uruguoyo. Stiamo parlando di colui che tutti i latini portano nel cuore con orgoglio e che tutto il mondo vorrebbe adottare, il Rivoluzionario di sempre, il viaggiatore che abbracciò il Mondo intero. Hasta siempre Comandante: l’ultimo saluto appartiene sempre a te, “Comandante Che Guevara”.

Marsela Koci

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