“Oltre e un cielo in più”

In un libro edito da Sperling & Kupfer gli appunti di viaggio di Luca Sciortino

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Le ragioni di un viaggio, spesso, possono essere insite nel viaggio stesso. Decido, prendo le valigie, punto il dito sul mappamondo e chiudo la porta di casa sperando di trovare, lungo il percorso, quello che cerco. L’unica certezza, qualsiasi sia il motivo per cui si parte, è che da un viaggio non si torna mai a mani vuote, il risultato di arricchire il bagaglio di esperienze è pressoché garantito. In taluni casi può capitare che il viaggio segni addirittura una rinascita.

Luca Sciortino è un giornalista, il suo lavoro lo porta in giro per il mondo: scrive reportage di viaggio per Panorama. E’ abituato ad osservare deserti, catene montuose e mari sconfinati dall’oblò di un aereo. Ad un certo punto, realizza la necessità di annullare quella distanza cielo–terra, nella consapevolezza che viaggiare attraverso i luoghi, gli odori della terra, il contatto con le persone, possa regalargli una visione più autentica dei posti. L’occasione è un viaggio lungo circa 18.000 chilometri da un capo all’altro del mondo, con un’unica condizione: niente aerei.

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“Oltre e un cielo in più”, edito da Sperling & Kupfer, è un resoconto corredato, pagina per pagina, delle emozioni che solo un viaggio “on the road” può regalare.

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Luca, 4 mesi di viaggio con un bagaglio fatto di solo “strettamente necessario” e poi via, partenza dall’isola di Skye, nell’Ovest della Scozia, con arrivo previsto a Tokyo: quali sono i contenuti aggiunti di questo viaggio per uno che normalmente viaggia per lavoro?

Avendo del tempo a disposizione, ho maturato la necessità di investirlo in qualcosa di grande. Ad un certo punto volevo capire personalmente quanto appreso dai libri, semplicemente vedere con i miei occhi i confini geografici, il carattere di certi popoli, ma anche il piacere della scoperta dei territori che via via mi si presentavano. E la sorpresa è stata grande: molte cose che fino a quel momento avevo solo immaginato mi sembravano molto diverse. La chiave di tutto è un grande desiderio di conoscenza e la consapevolezza, come giornalista, di riportare fedelmente ciò che effettivamente avevo visto.

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Oltre a essere scrittore, giornalista e ricercatore, sei filosofo della scienza. Cosa cercavi nel tuo percorso di introspezione?

Credo che ad un certo punto tutti noi abbiamo la necessità di confrontarci con le grandi domande, i grandi temi della vita. Da questo punto di vista, credo di aver intrapreso il percorso dei grandi viaggiatori. Condividere l’esperienza di vita con i pastori nomadi, senza alcun punto fermo, con la costante della precarietà, sempre alla ricerca di nuovi pascoli che possano assicurare loro la sopravvivenza. Capire le capacità di adattamento all’ambiente e come questo condizioni la cultura dei popoli, credo che sia un’esperienza che non si può comprendere appieno dalle pagine di un libro.

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Jò reggelt, kierly tan, oglooni mend, nin hao: ogni giorno un buongiorno diverso, e non solo nell’idioma. Qual è l’alba che ti resterà nel cuore?

C’è stato un momento in cui mi è sembrato tutto perso, è stato quando mi sono ammalato e ho visto sfumare la possibilità di proseguire il viaggio. Nella yurta (l’abitazione mobile di molti popoli nomadi dell’Asia, N.d.R.) gli spazi sono molto limitati, ricordo il rituale del pastore che mungeva le pecore e le persone intorno a me che cercavano di curarmi con i pochi mezzi a disposizione, non potendo disporre di medicine tradizionali. La mattina del risveglio, oramai ristabilito, mi resterà nel cuore. Avevo ripreso le mie forze ed avevo la sicurezza di poter ricominciare il viaggio. Con questa serenità d’animo ho potuto abbandonarmi ad assaporare quelle sensazioni che per noi occidentali sono perse nel tempo: la luce fioca del mattino, il belato delle pecore, il fumo leggero nel campo, sensazioni che mi hanno riportato alla mia prima infanzia, quando vivevo in campagna. E poi ricordo con emozione le albe indimenticabili dell’isola di Olkhon, sul lago Baikal, nella Siberia meridionale, dove gli sciamani venivano a pregare.

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Tanta solidarietà, quindi, nel momento del bisogno e in un contesto così diverso da quello in cui vivi. Trovi che da noi sia rispettato questo valore, alla luce della grande emergenza migratoria?

Da noi esiste il welfare che, se da una parte ci assicura i minimi assistenziali, per altri versi ci ha un po’ fatto smarrire il vero senso del bene comune. In Ghana, per esempio, se una persona si ammala il vicinato si attiva a raccogliere i risparmi per consentirgli di andare in ospedale per farsi curare. In Mongolia, tra i pastori del Kazakistan, non esistono strutture e si vive senza alcuna assistenza. In entrambi i casi il senso di solidarietà è fortemente sviluppato. La forza di queste popolazioni è il bene comune che si ottiene grazie al senso di collaborazione del singolo. Non c’è alcuno Stato a cui è demandata la cura della gente. Per questi popoli l’altruismo è la regola, perché è l’unica maniera per sopravvivere. Che poi, se vogliamo, è il concetto della cultura del dono, con cui gli economisti spiegano il concetto di economia del sud. In Sicilia, dove ho vissuto da bambino, ricordo che la cultura dello scambio di beni primari consentiva di offrire aiuti assistenziali alle famiglie più bisognose. Per fare un cenno alla questione migratoria, nel libro ho citato un episodio che mi è capitato a Calais, in Francia, nel campo profughi. Avevo bisogno di rientrare, si era fatto buio e non sapevo come fare: la polizia del posto si rifiutò di aiutarmi, mi dissero che non ero in hotel e che non si sarebbero scomodati per chiamarmi un taxi. Vennero quindi in mio aiuto i ragazzi del posto, dei migranti, che non vollero neanche il denaro che avevo offerto loro. In sostanza, i posti dove si lotta per sopravvivere sono quelli dove si impara, per necessità, l’altruismo, dove i valori umani sono messi a nudo gioco forza. Nella nostra società è come se questi valori fossero sterilizzati, nelle grandi realtà non sono percepibili.

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Questo libro, corredato da immagini bellissime e minuziosamente descrittive, può essere un valido supporto per chi intende intraprendere un viaggio dall’Europa all’Asia?

Molto spesso il viaggiatore trova provvidenziale il linguaggio figurativo, non sempre i posti sono presenti sulle guide turistiche, perlomeno quando si scelgono percorsi alternativi a quelli turistici. Io, per esempio, non ho fatto la classica tappa Mosca e poi Transiberiana, ma sono passato attraverso l’Ucraina, la Russia al nord del Mar Caspio, il Kazakistan e poi Siberia e Mongolia. Quindi è un reportage, sicuramente coadiuvato dalle immagini ma con dialoghi e spunti di riflessione.

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Il Luca che è partito è lo stesso che è tornato?

No, questo mai. Un viaggio è la vera ricchezza. Chi guadagna tanto non potrà mai arricchirsi come una persona che viaggia. Un viaggio ti costringe a riflettere sui contorni, sulle culture in cui le persone sono immerse e la loro storia. Questo serve a comprendere meglio tante cose. Inevitabilmente da ogni viaggio si torna, quindi, con un vissuto diverso che servirà a fornirci spunti di profonda riflessione, utile quando torneremo alla quotidianità della nostra vita.

Luca Sciortino ha conseguito il dottorato alla Open University (UK), è stato research fellow all’università di Leeds (UK) e Armenise-Harvard science writer fellow alla Harvard University (Usa). Ha vinto premi di scrittura, tra cui il premio Voltolino per la divulgazione scientifica, e ha pubblicato articoli di ricerca su riviste internazionali di filosofia come “Erkenntnis” e “International Journal in Philosophy of Science”. Per “Editoriale Scienza” ha scritto Bianca Senzamacchia, la biografia immaginaria di una cellula che spiega i principi base della biologia.

Maria Cristina Negro

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