“UNA PICCOLA…GRANDE BAMBINA”

Storia di un sentiero di crescita attraverso lo specchio

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Caro Lettore,

il nostro cammino attraverso i Sentieri di Psiche prosegue…

cms_11736/DSC_2838.jpgCon la speranza di aver fatto cosa gradita ad illustrarvi nel mio primo articolo di cosa parliamo quando trattiamo di disabilità, questa settimana ho pensato di farvi leggere una favola…non è una fiaba come tutte le altre, perché nasce dalla storia, anzi dall’inizio di una conoscenza con una signora che ho iniziato a seguire in co-terapia nel percorso della scuola di specializzazione.

Nel percorso didattico svolto sin qui, ho potuto rendermi conto che molte volte la storia di ognuno di noi può assumere altre forme, soprattutto nel percorso psicoterapeutico.

Nella stesura della favola che leggerete (scritta di pancia come la maggior parte delle volte che mi trovo a scrivere), mi sono resa conto che nonostante io stessi costruendo la narrazione sulla signora, nello stesso tempo, il racconto è impregnato di tanti spunti che hanno riguardato la mia infanzia così come elementi della mia vita attuale.

Per questa settimana vorrei lasciarvi alla lettura senza svelarvi i suoi più profondi significati…mi riprometto di farlo nei prossimi articoli…

Grazie per la Vostra attenzione con un caro saluto.

Alla prossima settimana.

“UNA PICCOLA…GRANDE BAMBINA”

Storia di un sentiero di crescita attraverso lo specchio

C’era una volta”…è così che iniziano tutte le favole o magari è così che ci hanno tramandato i nostri avi…che ogni favola che si rispetti comincia con “c’era una volta”.

Ma a pensarci bene, la frase di rito non è detto che preceda racconti di avventure fantastiche o mai esistite; tutto nella nostra vita infatti – a pensarci bene – c’è stato una volta: dalla nostra nascita a ciò che abbiamo fatto sino a qualche minuto fa: tutte le nostre esperienze, per raccontarle, possiamo precederle con “c’era una volta”…

Questa è la storia di una bambina. Di una piccola bambina. Siede al tavolo dei compiti. Di pomeriggio. Chiede, pretende l’aiuto della sua mamma per poter svolgere il suo dovere ma questo aiuto stenta ad arrivare.

La bambina a volte è tentata di fermarsi per riposare un po’, ma nonostante ciò va avanti, anche da sola e così fa per tutto il suo percorso di crescita. Riempie le sue giornate, la sua esistenza con obiettivi sempre più ambiziosi: studiare tanto, fare tante attività, essere una buona alunna, non superare mai certe soglie di maleducazione, laurearsi, essere il punto di riferimento delle persone che ama, trovare una veloce ed istantanea soluzione ad ogni problematica che le venga posta.

Ogni tanto si guarda allo specchio e si chiede a chi possa somigliare; infatti si vede diversa, seppur nella sua apparente completezza. Non chiede molto alla vita. Solo di essere serena, lavorare e avere una famiglia tutta sua. La bambina riesce anche in questo: incontra l’uomo della sua vita o meglio la persona che lei ritiene essere giusta, con la quale costruire il suo modellino familiare, la sua casa di Barbie. Nelle case di Barbie, però, tutto è in miniatura, tutto è rosa. Nella vita è più difficile che sia così e soprattutto è difficile rassegnarsi al fatto che l’adultità che tanto attendiamo da piccini, in fin dei conti può rivelarsi illusoria, convinzione caratterizzante il pessimismo cosmico leopardiano.

Così, un giorno, la piccola grande bambina si ferma, non per riflettere, non per mancanza di volontà come lei inizialmente ed erroneamente pensa, ma per tornare indietro e riassaporare alcuni passi perduti durante il suo tragitto. Ma il suo fermarsi, la sua frenata così repentina mentre è ancora in corsa verso nuovi obiettivi fa sì che entra in uno stato confusionale che non le permetterà di proseguire il suo cammino o meglio non le permetterà di ripercorrere la strada in maniera lucida. Avrà perso memoria del tragitto?

Non lo sa. Ma cammina cammina lungo il sentiero.

Ora è luce, ora è buio, ora piove, ora c’è il sole; l’asfalto sotto i suoi piedi è freddo ma anche caldo, liscio e ruvido, ogni cosa davanti a lei non ha definizione; ad un tratto sviene e riapre gli occhi all’interno di una grande stanza: chi l’ha soccorsa ha avuto la premura di farle indossare gli occhiali da sole: le hanno raccontato che lo svenimento è accaduto per il forte sbalzo subito dalla vista tra troppa luce e troppo buio.

Nella stanza in cui si sveglia non si può ben distinguere se è giorno o sera, ma una cosa è certa: la piccola grande bambina sente immediatamente una sensazione di riparo, sicurezza, accudimento, tanto da rimettere in atto le stesse richieste di aiuto che metteva in atto con la mamma: oggi, però non ci sono compiti didattici da svolgere. Oggi è la vita a dover essere svolta. E lei non ce la fa.

Così dice, così grida al suo soccorritore il quale non la rassicura sin da subito, né da eccessivo peso alle sue parole catastrofiche d’effetto; il suo soccorritore, infatti, si limita a commentare: “benissimo” e poi fiumi di parole attraversano la stanza. E la piccola grande bambina, attraverso le proprie parole e l’accogliente conversazione, inizia a vedere con vista – seppur ancora annebbiata - il suo antico sentiero.

Camminando sul sentiero dei ricordi, sente un disco suonare, parlare: è la voce di sua madre che la rassicura e la incoraggia ad andare avanti nel camminare; ogni tanto sente il bisogno di fermarsi, di sedersi e di ripetere “non ce la faccio”: quasi come se questa piccola, magica frase le desse la forza di rialzarsi e fare altri passi in avanti.

Non è facile accettare di poter camminare da sola. Non è facile accettare che i passi saltati o mai camminati non possono essere recuperati per ciò che avrebbero potuto essere ma certamente possono essere ri-scritti, ri-immaginati e camminati, percorsi con maggiore consapevolezza.

La nostra piccola grande bambina incontra sul sentiero tante piccole casette: in una ci sono i suoi genitori, in un’altra suo marito e sua figlia, in un’altra ancora i suoi amici e le sue colleghe e in un piccolo parco, adolescenti che giocano a pallone, ridono e scherzano spensierati. E si sente serena al sol vedere questa divisione, questo ordine relazionale perché questo fa sì che lei possa camminare senza pericoli. Il cielo è terso, forse è l’alba, forse è il tramonto. Forse non ha importanza in questo momento definire che ora del giorno sia.

Importante è che la luce non sia né troppo forte né che sia buio.

Si rende conto che sta andando avanti, che forse sta andando incontro alla crescita. Ma cosa comporterà questa crescita?

Lo chiede al suo soccorritore che pian piano e con molta delicatezza le svela e le consegna una scatola contenente delle chiavi: non è sua intenzione dirle come e dove la bambina deve usare le chiavi, a lui interessa che lei le porti con sé: strada facendo capirà quale chiave corrisponde a quale porta. Lei saprà scegliere.

La vista è ancora annebbiata ma sempre più chiara e soprattutto quel senso di angoscia e paura sta lasciando spazio a un dolce canto, a un dolce cullarsi, non all’essere cullata.

“E’ una sensazione unica e indescrivibile il cullarsi quando si è adulti e liberi da legacci che ti bloccano i polsi e le braccia. E a quel punto la tua culla diventa il tuo letto, la tua scrivania da lavoro, le tue consuetudini, il tuo gatto o cane che sia, i tuoi amici, insomma il tuo amore per la TUA vita”…sono le parole che la bambina si sente dire da una piccola fiammiferaia incontrata sul sentiero.

Il cammino continua…e ad un tratto la piccola grande bambina vede di fronte a sé un grande pannello color bronzo e intravede che c’è una piccola fessura…Subito, come in un flash, afferra la prima chiave nella scatola…la infila nella fessura ed ecco la grande sorpresa…Un grande specchio…dove vede riflessa la sua immagine…

Si guarda…si vede un po’ più alta, un po’ più donna, meno impaurita. Si siede. E guardandosi ripete “non ce la faccio”.

Poi, soddisfatta riprende il suo cammino verso nuovi orizzonti di consapevolezza e adulta responsabilità, per scrivere e raccontare i suoi “C’ERA UNA VOLTA”….

Teresa Fiora Fornaciari

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