25 anni dopo, un libro svela i retroscena sull’operazione che ha cambiato la storia della nostra Repubblica

Intervista al Comandante del N.O.C.S. Edoardo Perna

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Alla fine del 1981, il generale NATO e massima autorità statunitense James Lee Dozier viene rapito a Padova in un vile attentato ad opera delle Brigate Rosse. La sua liberazione - avvenuta il 28 gennaio del 1982, circa 42 giorni dopo il sequestro - sarà ricordata come la più importante operazione di polizia mai realizzata in Italia, uno dei più grandi successi nella lotta al terrorismo. La missione “Winter Harvest” riscattò il morale delle Forze dell’Ordine e l’immmagine della Repubblica agli occhi del mondo, riuscendo ad aprire una finestra sulla realtà dei corpi speciali dell’antiterrorismo.

In occasione della presentazione del suo secondo libro, dal titolo “Storia del nocs”, edito da Mattioli 1885, l’autore, il comandante Edoardo Perna, ha ripercorso le fasi salienti di quella mattina di gennaio quando, al comando di soli sei uomini, a volto scoperto e senza sparare un colpo, il blitz consentì la liberazione dell’alto ufficiale statunitense. L’evento, presentato nella libreria Gagliano di Bari alla presenza di alti funzionari della squadra mobile e del nucleo operativo centrale di sicurezza, è stato moderato dal giornalista Aldo Ligabo’.

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Ma come andarono effettivamente le cose? Chi partecipò al commando? Cosa accadde in quei cinquanta secondi che segnarono la sconfitta militare del terrorismo rosso nel nostro Paese? Scopriamolo insieme a Edoardo Perna…

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Il successo dell’operazione ha consegnato alla storia dei valorosi eroi. Ma quali sarebbero state le conseguenze per il nostro Paese in caso di fallimento?

Se l’operazione non fosse riuscita tutto il mondo avrebbe saputo del fallimento del comandante Perna Edoardo, ma, poiché l’operazione è andata bene, se ne è data contezza dopo 25 anni. Alla giornalista Raffaella Cortese del tg3, che indagava sull’operazione Dozier, veniva indicato soltanto il nome del prefetto Umberto Impronta, che pure aveva condotto magistralmente le indagini. Per un lungo periodo, il nome di chi materialmente aveva guidato l’operazione non fu fatto. Fu il collega Svezia, comandante della scorta di Cossiga, a parlarne con l’allora Presidente, il quale organizzò una visita in Italia del Generale Dozier in presenza della giornalista di Rai 3. Conoscevo bene il Presidente in quanto sono stato a capo della sua scorta quando era Ministro, poi Presidente del Consiglio e successivamente Presidente della Repubblica, avendone organizzato i viaggi istituzionali all’estero. Conoscevo pertanto il lato ironico del Presidente che simpaticamente svelò al Generale Dozier, durante un rinfresco, la mia vera identità. Da quel giorno, ogni qualvolta torna in Italia mi viene a trovare.

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Come scelse gli uomini che avrebbero dovuto fare irruzione nel covo brigatista, quali furono le paure e le sensazioni di quel giorno?

Due ore prima avevo fatto una ricognizione sul posto. Con una collega poliziotta, fingendoci marito e moglie in visita presso uno studio dentistico lì accanto, sbagliai volutamente porta bussando a quella del covo. Immediatamente mi resi conto che non era blindata e che pertanto non era necessario l’uso dell’esplosivo, che avrebbe notevolmente aumentato i rischi dell’operazione. Avevo a mia disposizione Salvatore Calcaterra, che era un campione del mondo di pesi e che in una situazione analoga aveva scardinato un muro con una spallata. Difatti, con una rincorsa di sei metri, lui fece letteralmente volare la porta. Io fui il primo ad entrare. Non avevo voluto indossare l’elmetto perché volevo essere il più veloce possibile in caso di conflitto a fuoco. Gli altri elementi del commando erano altrettanti campioni come Calcaterra, e cioè Carmelo Iani, campione dei pesi massimi, e Preziosi, campione europeo di karate. Ciucci era il carceriere che, armato di una pistola silenziata, si faceva minaccioso. A quel punto Preziosi si interpose davanti al Generale proteggendolo. Calcaterra, che nel frattempo si era ripreso dalla caduta seguita allo sfondamento della porta, intervenne colpendo Ciucci con il calcio della pistola. Il tutto avvenne in meno di un minuto, esattamente in 50 secondi.

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Quali erano le modalità operative ai tempi dei sequestri di persona?

Completamente diverse da quelle del terrorismo. A fronte di un importante lavoro di coordinamento con le squadre mobili, chi però conduceva la trattativa erano i sequestratori: sceglievano degli itinerari precisi e a volte ci obbligavano ad attese estenuanti. Le macchine da usare dovevano essere piccole in quanto limitavano la possibilità di portare agenti a bordo, io in genere mi muovevo con una Fiat 128. Lungo il percorso, man mano che si procedeva, trovavamo dei bigliettini con le indicazioni. Ricordo una missione in cui mi travestii da sacerdote, ed ero talmente credibile che anche in caserma mi chiedevano la benedizione. Durante il percorso pensai ai diversi scenari cui potevo andare incontro, ma ogni pensiero venne vanificato da un evento inatteso che allora mi fece arrabbiare e che ora, a distanza di tempo, mi fa sorridere ricordandolo: una campagnola dei carabinieri si era inserita lungo il percorso vanificando l’operazione. Il giorno dopo Manganelli, che sarebbe diventato il capo della polizia, chiese ragguagli in merito, che arrivarono puntuali grazie alle registrazioni di un attento collega che aveva l’abitudine di registrare tutto.

Quali sono le caratteristiche degli uomini che compongono oggi il gruppo del Nocs?

E’ evidente che gli uomini del nucleo sono allenati per essere eccellenze militari quindi sono per lo più campioni nell’atletica pesante, sollevamento pesi, lotta greco romana, karate, full contact, tiro; io stesso sono maestro di tiro, e in Italia lo siamo solo in tre. Ma qualsiasi forza è nulla se, in caso di pericolo, di incolumità per la propria vita e quella degli altri, non si possiede l’elemento della forte stabilità emotiva. Prima di entrare in quel covo io non ho mai pensato alla mia incolumità o a quello che rischiavo di lasciare a casa.

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Come si evolve oggi l’addestramento del reparto?

A parte l’addestramento degli uomini, che è sempre ai massimi livelli, c’è da segnalare il lavoro importantissimo sulle unità cinofile, cani addestrati ad azzannare la persona armata bloccandola fino all’arrivo del “conduttore”. In Belgio si addestrano i cani a ricevere ordini addirittura via radio.

Qual è la dote più importante per essere un operativo del Nocs?

Nella mia esperienza posso dire che, sul momento, mantenere i nervi saldi è determinante, non bisogna pensare a nulla e restare concentrati sull’obiettivo. Mi è capitato di avere la pistola puntata alla tempia e non lasciarmi prendere dal panico. In un viaggio in Messico con l’allora Segretario del Partito Democratico Enrico Berlinguer, dopo essermi assicurato la sistemazione del Presidente in hotel, pensai di passare qualche ora in un night. La provvidenziale circostanza di avere la pistola riposta sul petto, anziché sul fianco come ero solito fare, mi consentì di difendermi da un balordo che mi aveva puntato un coltello sul collo. Tirai fuori l’arma con una tale rapidità che mi consentì di approfittare dell’effetto sorpresa sul malfattore.

Quali sono stati gli impegni più faticosi che ha dovuto affrontare nella sua carriera?

Mi ritengo fortunato per aver avuto incarichi delicati come il compito di scorta del Presidente Cossiga in un momento in cui il terrorismo sembrava impossibile da controllare, erano pur sempre gli “anni di piombo”. Ricordo che il Presidente era molto collaborativo e si dimostrava sempre preoccupato per il nostro benessere, pretendendo la macchina blindata anche per noi. Cosa che purtroppo non è accaduta per gli uomini della scorta di Aldo Moro.

Ritengo tuttavia che l’incarico più difficile che mi sia mai stato assegnato, e che fece desistere sette funzionari prima di me, fu l’organizzazione di un particolare viaggio del Capo di Stato. Per 15 anni al Quirinale mi sono occupato della sicurezza del Presidente durante i viaggi in Italia e all’estero, ma vi assicuro che preparare un viaggio articolato in sei stati diversi dell’Africa - Somalia, Egitto, Mozambico, Zambia, tutti stati percolosissimi - in soli sei giorni è stato veramente difficile. Anche lì ho sfidato la sorte e mi è andata bene.

Quali sono oggi i rischi del terrorismo di matrice islamica?

Faccio subito una distinzione: il terrorista europeo tiene molto alla sua vita e fa di tutto per preservare la sua incolumità, contrariamente al terrorista islamico che si immola e accetta di andare incontro al suo destino ritenendo che lo porterà sicuramente in paradiso. Alla luce di questo, il terrorismo islamico è molto più pericoloso, ma l’attuale comandante, che è un intellettuale di grandi capacità, ha istruito, nelle 20 città più sensibili in Italia, un reparto che si chiama U.O.P.I. con le stesse modalità del Nocs. Pertanto questi reparti speciali della polizia di Stato sono presenti in maniera capillare sul territorio e possono affrontare qualsiasi emergenza. Il nucleo operativo di Roma interviene sono nei casi di estrema necessità.

Maria Cristina Negro

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