A NOVEMBRE 2015, ERAVAMO TUTTI PARIGI. PERCHÈ OGGI NON SIAMO TUTTI CHRISTCHURCH?

L’odio razziale sta superando ogni limite, e a molti sembra non interessare.

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Era il 13 novembre 2015 quando il mondo si fermò. Quella notte, 130 persone rimasero uccise in diverse zone di Parigi, durante quello che fu il più efferato attentato terroristico dall’11 settembre.

La mattina dopo, la popolazione dell’Occidente, e non solo, si svegliò con la consapevolezza che qualcosa sarebbe cambiato, negli equilibri internazionali. “Non facciamo vincere la paura”, si diceva. “Je suis Paris”, si leggeva ovunque.

Purtroppo, però, questo non era il preludio ad una nuova stagione di solidarietà internazionale. Cavalcando l’onda dell’indicibile dramma avvenuto, soggetti politici di estrema destra, che prima sembravano non avere possibilità di salire alla ribalta nella politica internazionale, iniziarono a promettere di costruire muri, di aumentare la presenza della polizia nelle strade e altre misure liberticide che fino al giorno prima chiunque avrebbe considerato assurde. Invece, dopo Parigi, queste promesse iniziarono a raccogliere scroscianti applausi, e, oggi, l’ “Internazionale Populista” punta a controllare il Mondo intero, e potrebbe persino riuscirci se dovesse ottenere una maggioranza anche al Parlamento Europeo, magari con l’appoggio del Partito Popolare Europeo: ipotesi non troppo improbabile, considerando che il PPE continua a tollerare la presenza di semi-dittatori come Orbàn al proprio interno.

Ma andando oltre la politica, cosa è successo a livello pratico, tra la gente?

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Come la storia insegna, i sentimenti politici si accompagnano sempre a fatti concreti. E così, la situazione si sta ribaltando: quelli che prima erano le vittime, stanno diventando i carnefici degli attentati a sfondo razziale e religioso. E per “quelli” non si vuole certo intendere “i cristiani”: così come i terroristi dell’ISIS non hanno nulla a che fare con l’Islam, i terroristi “bianchi” non hanno niente a che vedere con il cristianesimo. In entrambi i casi, si tratta semplicemente di persone che pensano di poter uccidere “in nome di Dio” o “in nome del proprio Paese”: non esiste peccato più grave di questo.

Da Luca Traini a Macerata, fino ad arrivare dall’altra parte del mondo, a Christchurch, Nuova Zelanda, dove Brenton Tarrant ha pensato bene di filmarsi e pubblicare un video sui social network, mentre uccideva a sangue freddo 49 fedeli musulmani, con armi coperte da scritte bianche: tra quelle scritte, c’era anche il nome di Traini. Una linea di continuità raccapricciante.

Eppure, sarà perché è successo così lontano, sarà perché le vittime non sono propriamente bianche come il latte, stavolta il mondo non sembra essersi fermato. Sono arrivate immediatamente le condanne dell’accaduto (e ci mancherebbe), ma aleggia nell’aria la terribile sensazione che si tratti di una notizia di cronaca nera come tante altre. Perché quando il terrorista si spaccia per musulmano, allora è un terrorista, ma se si spaccia per cristiano, allora è “soltanto un pazzo”. Oggi, nessuno scrive “je suis Christchurch”, nessun telegiornale elenca i nomi delle vittime. Eppure, quelle vittime sono tali e quali a quelle di Parigi: avevano una famiglia, degli amici, dei pensieri, delle emozioni, probabilmente dei sogni. E la loro vita è stata spezzata, non si sa in nome di che cosa.

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Sembra proprio che domani mattina nulla sarà cambiato, che i leader di estrema destra continueranno a dire che l’Islam è incompatibile con la nostra cultura, che non c’è modo di integrarsi, di unirsi nelle differenze, di creare ponti e non muri.

Dicevamo di non far vincere la paura, ma, tre anni e mezzo dopo, la paura ha stravinto, e ha portato con sé, come sempre, l’odio, la violenza, la morte, la disperazione.

Ci sono voluti secoli di schiavismo e segregazione, due guerre mondiali e altre innumerevoli sofferenze per arrivare a condannare il razzismo e cercare di voltare pagina. Pare proprio, però, che siano bastati pochi anni a riportarlo in auge, a farlo sembrare di nuovo normale.

La civiltà sta perdendo la sua battaglia più importante, e non si sa proprio come tornare in carreggiata.

Intanto, #jesuisChristchurch.

Giulio Negri

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