A tutta bufala, gli over 65 sono i maggior diffusori di fake news

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Il dibattito polito e culturale degli ultimi 4 anni si è arricchito di un nuovo termine con il quale un po’ tutti abbiamo cominciato a prendere, ahinoi, confidenza. Per comodità, e lo ha anche pubblicato sul suo prestigioso dizionario la Treccani, la definizione di fake news sta a indicare “notizie false, con particolare riferimento a quelle diffuse mediante la Rete”. E’ bene anche precisare che la maggior parte delle fake news presenti su molti siti web non sono totalmente false, ma hanno la capacità di presentare i fatti distorcendoli dalla realtà. I motivi alla base dell’esplosione del fenomeno bufale nel mondo risiede in particolar modo nella capacità di creare consenso politico e per guadagnare soldi mistificando la realtà e diffondendo disinformazione.

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Le fake news storicamente sono sempre esistite con casi anche clamorosi e documentati. La differenza con il passato è che oggi esse non solo sono in grado di modificare la percezione della realtà del soggetto ma lo sospingono anche a un certo tipo di influenza, frutto di un lavoro dietro le quinte di vera e propria “ingegneria comunicativa e sociale” (cfr. G. Riva, Fake news), fino a spingerlo alla condivisione spontanea e condivisa nello spazio social. Alcuni clamorosi episodi di politica estera (vedi l’elezione di Trump alla Casa Bianca) fomentati da mirati interventi di propaganda da parte di governi internazionali, hanno definitivamente scoperchiato il vaso di Pandora sul tema fake news portandolo all’evidenza dell’opinione pubblica mondiale. Ed è stata proprio la campagna elettorale statunitense del 2016 l’oggetto di studio lungo più di due anni dei ricercatori delle Università di Princeton e di New York pubblicato su Science Magazine, prestigiosissima rivista scientifica americana, che ha rivelato alcune interessanti e poco note fino ad adesso caratteristiche del fenomeno delle fake news.

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Secondo questo studio che ha interessato 3500 persone, a diffondere notizie false su Facebook, almeno negli Stati Uniti, sono in particolar modo gli over 65. I soggetti intervistati sono stati inizialmente chiamati a chiarire come l’uso dei social media potesse influire sul modo in cui le persone imparano a conoscere la politica durante una campagna elettorale. Dopodiché gli studiosi americani hanno incrociato queste risposte con quanto condiviso sul proprio profilo Facebook dalle stesse persone intervistate per poi rintracciare sempre su Facebook tutti i link che rimandavano a siti definiti come produttori di fake news. I risultati della ricerca hanno evidenziato come sì la maggior parte degli utenti del social di Zuckerberg non ha condiviso link provenienti da siti di notizie false, ma tra questi vi era una parte considerevole di fede repubblicana, ovvero sostenitrice di Trump.

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Questa percentuale era composta in particolar modo da anziani over 65, individui cioè che hanno condiviso notizie false quasi sette volte di più dei giovani nella fascia d’età tra i 18 e i 29 anni e più del doppio dei 45-65enni. Il motivo per cui i più anziani siano stati maggiormente predisposti a postare qualche link inaffidabile è dovuto, secondo gli autori della ricerca, all’ipotesi che i più vecchi non abbiano a disposizione la stessa alfabetizzazione digitale degli under 30 e che, con l’avanzare degli anni, si perda la capacità di riconoscere le bufale. Lo studio americano sottolinea, pur con i suoi limiti di indagine, la portata dei cambiamenti prodotti da questo fenomeno, in particolar modo gli effetti sulle persone più deboli e prive di quell’innato know how presente nelle giovani generazioni.

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Gli effetti e i meccanismi che stanno dietro e regolano il diffondersi delle fake news non sono ancora del tutto noti, anche perché l’aumento esponenziale delle bufale non fa altro che confermare ancora una volta, la caduta e la perdita di efficacia delle istituzioni di ogni ordine e grado nel far fronte comune alla lotta contro la disinformazione e la manipolazione. È ancora una volta sull’utente allora che cade la responsabilità di attivare le giuste difese immunitarie contro il virus delle fake news, imponendosi, per esempio, un uso maggiormente consapevole dei proprio device. Al ridimensionamento comportamentale va infine unita una giusta riflessione, in collaborazione con le agenzie di formazione come la scuola e la famiglia, sul senso e sui contenuti che troviamo ogni giorno sulle bacheche dei social e che spesso fuorviano la giusta visione del mondo e delle cose.

Andrea Alessandrino

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