Adolescenza e mondo virtuale in “Argento Vivo”

Uno spaccato sui giovani di oggi alla 69esima edizione del Festival di Sanremo

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Il palcoscenico sanremese quest’anno ha reso possibile la polisemia canora attraverso testi ed arrangiamenti musicali davvero interessanti. Novità capaci di sottrarre quell’ andamento ripetitivo ai vari appuntamenti giornalieri, grazie anche alla professionalità dei presentatori. Come ogni anno, dunque, non abbiamo rinunciato ad un momento che caratterizza la nostra ormai consolidata tradizione italiana di esportare e far conoscere, attraverso la musica, contenuti universali.

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Tanti ed apprezzabili i pezzi presentati da autori e cantanti noti e meno noti, come la canzone interpretata da Daniele Silvestri, “Argento vivo”, che ha reso tutti noi un po’ più critici, spinti a fare qualche utile riflessione sulle dinamiche di questi tempi. Si è propensi di solito ad accogliere, in certi contesti, come quello sanremese, temi ricorrenti legati alla musica leggera; come avrebbe detto lo stesso autore, “leggera” perché alleggerisce gli animi... “in quel mondo nato dall’arte e per questo artificiale...in un mondo virtuoso forse per questo virtuale... dove non è una specie a renderlo speciale”. L’essere umano adolescente riconosce di aver “commesso il reato di nascere”, e si scopre per questo condannato al carcere, rappresentato da tutte le difficoltà della sua età. La nuova generazione vive la condizione peggiore in un mondo apparentemente ricco di stimoli.

Il vivere in una realtà virtuale comporta molto spesso un isolamento reso più incisivo dall’apporto della musica che pervade ogni fibra del proprio essere, anche se talvolta sedati per respingere un’inquietudine che non è stato possibile incanalare, ma soltanto bloccare e far implodere. Si fa in tempo ad accorgersi, però, che non è necessario piacere ad un mondo che tende ad ingabbiare tutti. Ci deve spaventare e scuotere il sapere se così giovani si rimane in un “carcere” che può non avere pareti, ma essere presente nella propria testa satura di pensieri inibenti ed improduttivi. Tutto quello che tende a livellarci ed a sottrarre l’impeto vitale, in grado di farci sentire “Argento vivo”, è metaforicamente la prigione. Non percepire più l’impulso emotivo vuol dire accettare passivamente di subire ciò che tende a massificarci facendoci perdere di vista l’essenza che ci caratterizza e che ci fa rinunciare ad essere unici ed irripetibili.

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Risuona martellante, dunque, quel ritornello aspro e pungente: “Ho sedici anni, ma è già da più di dieci che vivo in un carcere…”, impreziosito da un intermezzo del giovane rapper Rancore. Già da bambini siamo attratti illusoriamente da un mondo falso e per questo privi di capacità ad interagire. I giovani sono propensi ad evitare l’amaro destino di ascoltare chi parla per dispensare consigli, per poi “annegare nelle sue stesse parole”.

Qual è la ricetta allora per riuscire a sopravvivere? Un trucco per comunicare e trattare il mondo intero è quello “di porgersi come un bambino distratto con un bambino distratto”.

Ester Lucchese

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