Afghanistan: come sconfiggere i talebani con… lo zafferano

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Talvolta, pensiamo ingenuamente che il modo più efficace per intervenire nelle zone maggiormente povere e disagiate al mondo sia quello di offrire alle popolazioni locali gli strumenti necessari per soddisfare le proprie esigenze basilari. Eppure, troppo spesso dimentichiamo che sul lungo periodo l’unico modo per rendere una società prospera e per regalare ai suoi abitanti una vita degna di essere vissuta è proprio quello di donar loro la più preziosa delle facoltà: la conoscenza.

È esattamente questa la filosofia che ha animato la fondazione “Costa Family” nel momento di dar via in Afghanistan a un progetto tanto ambizioso quanto impervio: sostituire le piantagioni di oppio con quelle di zafferano. L’obiettivo principale, tuttavia, fin dall’inizio non è stato quello di permettere alle famiglie del posto di trarre un beneficio logistico o economico da quest’attività: al contrario, per i primi tre anni erano previste delle ingenti perdite monetarie, eppure tutto ciò avrebbe permesso in seguito non solo di raggiungere degli introiti ma soprattutto di permettere alla popolazione afghana di avviare delle piantagioni autonome senza più ricevere alcun aiuto dalle fondazioni benefiche al di fuori di saltuarie consulenze.

Non è la prima volta che un’idea simile viene proposta, al contrario, a partire dal 2001 l’Onu e la Nato hanno avvallato innumerevoli tentativi di sviluppare questa tipologia di modello agricolo; in effetti, il clima, la quantità d’acqua e la fertilità del terreno richiesti dai bulbi di papavero, rendono l’Afghanistan il territorio perfetto per praticare tali coltivazioni. Eppure, tutt’ora la nazione non produce che 13 tonnellate l’anno di zafferano, nulla a che vedere con le quasi 300 tonnellate del vicino Iran.

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La ragione che spiega tale divario è la stessa con cui è possibile spiegare i fallimenti delle organizzazioni internazionali nel realizzare le proprie “ambizioni agresti”: i talebani del luogo preferiscono utilizzare le piantagioni di Herat per coltivare oppio. Quest’ultimo non è solo uno stupefacente, ma una preziosa merce di scambio al mercato nero nonché una fonte di rifornimento economica significativa per i gruppi armati; ma, soprattutto, obbligare la gente a coltivare l’oppio è il più potente strumento attraverso il quale i talebani possono costringere la popolazione locale all’illegalità vincolandola a sé con una sorta di rapporto omertoso.

Costa Family ha tuttavia deciso d’infischiarsene di ciascuno di questi problemi ed ha anzi rincarato la dose ingaggiando per il proprio progetto solamente delle donne, una scelta in netto contrasto con le tradizioni del islam più radicale. Le contadine selezionate, ovviamente, appartengono quasi tutte a famiglie mediamente povere ma al contempo mentalmente aperte, ed hanno il dovere di garantire la propria massima serietà e diligenza.

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Com’è ovvio gli imprevisti non sono affatto mancati: soltanto pochi mesi fa, con grande sorpresa degli organizzatori, le donne avevano annunciato la propria intenzione di sottrarsi alle proprie mansioni. Solamente poco tempo dopo era tuttavia emersa la verità: i talebani le avevano minacciate ed intimidite, asserendo che una donna non può recarsi al lavoro e che non ha il diritto di emanciparsi economicamente dai propri uomini. In realtà è assai verosimile che tali lamentele fossero principalmente dettate dall’invidia legata al successo che le coltivazioni di zafferano stavano riscuotendo. Per risolvere il problema è stato necessario il provvidenziale intervento d’un coraggioso contadino del posto, il quale ha accettato di mettere a disposizione della fondazione un campo cintato da un muro in argilla in modo da prevenire qualunque attacco vandalico garantendo così l’incolumità delle contadine.

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In tal modo è stato possibile riprendere i lavori in un clima di relativa spensieratezza. L’auspicio è che quelle attività che oggi in Afghanistan vengono considerate eccezionali, come coltivare qualcosa di perfettamente legale o vedere delle donne svolgere un mestiere, un giorno, possano arrivare a costituire delle ordinarie consuetudini. Solo allora potremo essere certi che il Paese è cambiato davvero.

Gianmatteo Ercolino

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