Animali in cattività

Ha ancora un senso?

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Città del Messico ha approvato in questi giorni una legge che impedisce l’uso di delfini e altri mammiferi marini per spettacoli sia pubblici che privati, attività sportive o terapie di alcun genere. Secondo quanto stabilito dal nuovo decreto le strutture esistenti hanno sei mesi per rimuovere i mammiferi marini dalla condizione di cattività per trasferirli in ambienti più idonei. Per chi viola la nuova norma sono previste multe che vanno da 5100 a 14100 euro. I mammiferi saranno liberati in ambienti marini al fine di consentire il reinserimento nel loro habitat naturale. La legge sottolinea la necessità di porre fine allo sfruttamento selvaggio degli animali addestrati in cattività. Il provvedimento non è per ora esteso ad altre città del Messico ma la sua forza sta proprio nell’aver acceso un riflettore sulle realtà del resto del paese fatte di soprusi, maltrattamenti e somministrazioni di farmaci che aumentano lo stress fisico e psichico dei cetacei. Il Dolphin Discovery, uno dei delfinari più grandi e famosi del paese, è considerato tra le dieci peggiori strutture americane per quanto riguarda lo sfruttamento e la sofferenza animale. Il muso perennemente sorridente del delfino è soltanto una struttura anatomica ma per molti è indicatore di uno stato di felicità dell’animale e pertanto diventa un anestetico che alleggerisce le coscienze degli esseri umani. I mammiferi vengono separati dalle loro famiglie per essere confinati in spazi angusti, spesso con animali diversi, e condannati ad una vita di noia e monotonia. Le condizioni di stress a cui sono sottoposti e i duri allenamenti ne aumentano l’aggressività inducendoli ad atteggiamenti auto lesivi che li spingono al suicidio. Ne è esempio Morgan, l’orca nata libera, trovata denutrita dalla guardia costiera olandese e trasferita presso Loro Parque Zoo di Tenerife. Non essendo accettata dal branco di orche prigioniere nella stessa struttura, viene continuamente attaccata e ferita. Stressata e depressa, sfoga il suo disagio morsicando il cemento della vasca e rovinandosi irrimediabilmente la dentatura. Lo zoo che la ospita ha negato ogni addebito e l’alta corte dell’Aja ne ha negato la libertà accelerando di fatto la sua condanna a morte.

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“I delfinari sono dei luoghi innaturali, sono delle prigioni”, Albert Lopez, collaboratore di SOS Delfini che, per oltre trent’anni ha lavorato nel settore, così descrive le strutture incriminate. Si intuisce dalla dimensione delle piccole vasche che mammiferi, abituati agli spazi oceanici, devono condividere lavorando, con altri esemplari. L’aspettativa di vita di un delfino libero è di circa 50 anni contro i 20 di quello in cattività.

Il film documentario The Cove (vincitore di diversi premi tra cui l’Oscar come miglior documentario) denuncia tra l’altro la correlazione dei traffici tra l’industria dei parchi acquatici ed i pescatori giapponesi. La baia di Taiji è tristemente nota per essere teatro di cattura dei cetacei: un delfino addestrato può essere venduto circa 100.000 dollari. Blackfish della regista Gabriela Couperthwaite, è un film documentario di denuncia contro i maltrattamenti riservati alle orche nei parchi acquatici. Il suo è un resoconto dettagliato del dramma che vivono questi animali.

Kendall Williams, Geography Major all’Università della California, Berkeley, lavora per una sensibilizzazione generale, nella consapevolezza che ognuno di noi può fare la differenza. Invita chiunque a testimoniare fotograficamente la crudeltà di questi parchi marini affinchè arrivino alle istituzioni. Il suo progetto è disegnato su una mappa dove allorquando un delfinario è sostituito da un “santuario”, dove gli animali vengono tutelati, non sfruttati, la mappa si ridisegna impreziosendosi di nuove realtà a difesa dei cetacei.

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Il 4 luglio ricorre la Giornata mondiale contro la cattività dei mammiferi marini. In Italia la Lav e Marevivo sono le associazioni a difesa dei mammiferi acquatici. Ogni anno lanciano la campagna europea Sos Delfini e rendono pubblico un video che denuncia le irregolarità e le violazioni alle norme riscontrate e chiedendo la chiusura dei delfinari. “In Italia i delfinari non hanno alcuna funzione educativa né scientifica o di conservazione della specie, ovvero non rispettano queste caratteristiche obbligatorie per legge – spiegano le due associazioni – facendo invece spettacolo: un inganno che i potenziali visitatori devono conoscere e a cui dobbiamo mettere fine, a tutela degli animali imprigionati in questa inaccettabile, forzata cattività”.

L’entusiasmo e la sensibilizzazione al tema muovono consensi e riflessioni sempre maggiori, anche se non sempre civili, ed i social ne sono la cassa di risonanza per eccellenza, nel bene e nel male. A rimanerne vittima è stata la miss deturpata con l’acido Gessica Notaro, attaccata sui social per un post in cui commentava il suo dolore per la chiusura definitiva del delfinario di Rimini dove lavorava come addestratrice di leoni marini insieme ad altre sei persone.

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La sua dolorosa storia non è bastata a tenerla al riparo da commenti aggressivi e insulti, alcuni irripetibili, che le hanno riaperto ferite mai rimarginate.

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La storia del Delfinario di Rimini si infrange contro la scure degli oculati controlli del Ministero dell’Ambiente e della tutela del Territorio e del Mare. Esperti in mammiferi marini hanno certificato la somministrazione ai delfini di tranquillanti per inibire i problemi di aggressione intraspecifica e di cure ormonali, in modo continuativo e prolungato, per frenare i comportamenti legati alla maturità sessuale. Questo quanto dichiarato dalla Forestale all’indomani dei controlli che costarono la chiusura con Decreto nel Ministero del 5 dicembre 2014 del Delfinario. A seguito di lavori di ammodernamento non eseguiti nei tempi congrui, il Comune ne ha negato la riapertura per la stagione estiva 2017. La struttura che ospita 7 dipendenti e leoni marini si avvia verso la chiusura definitiva per permessi scaduti e opere abusive.

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I delfini sono mammiferi marini selvatici con una sviluppatissima intelligenza, coscienza ed emotività, vivono in gruppi allargati in cui istaurano rapporti sociali stretti, si trasmettono tra loro le conoscenze ed ogni gruppo rispecchia una specifica cultura e linguaggio.

Numerosi studi scientifici hanno dimostrato che la durata della vita dei delfini nei delfinari è notevolmente ridotta rispetto a quella nel loro habitat naturale e che in natura possono percorrere distanze pari a 100 Km al giorno. Inoltre si ammalano spesso per le condizioni di detenzione in cattività, per la dieta sbagliata e l’abbassamento delle difese immunitarie. Ma quella dei delfinari non è purtroppo l’unica condizione disumana di detenzione e maltrattamento di animali senzienti. Complici le torride temperature estive che quest’anno hanno tenuto nella morsa del caldo il nostro paese, i tre orsi polari prigionieri nello zoo di Fasano in uno squallido fossato di cemento dipinto di blu e con qualche getto d’acqua per alleviare il caldo intenso non se la passano meglio.

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Rinaldo Siloni, responsabile Verdi diritti animali pochi giorni fa ha fatto un’interpellanza al sindaco del Comune di Fasano e all’autorità della sanità veterinaria chiedendo di intervenire per verificare le condizioni di salute degli animali detenuti in cattività nello zoo. “Ci sono anime in pena che stanno soffrendo questo caldo record. Gli orsi polari vivono a 40° in una vasca di pochi metri. Costringere degli esseri senzienti a stare in un ambiente non compatibile con le esigenze della propria specie è maltrattamento di animali. Stiamo parlando di esseri disperati in cerca di refrigerio.

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Gli orsi bianchi vivono attorno al polo nord nel mar glaciale artico, il loro corpo si surriscalda a temperature sopra i 10°C. L’Ursus maritimus è un eccellente nuotatore che necessita di spazi oceanici non certo di una pozza di acqua bollente.” Questo è il doloroso resoconto dell’ecologista.

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A cosa starà pensando questo orso polare? La risposta è implicita nella domanda: sono animali pensanti e senzienti e per questo con capacità simili alle nostre. Dedichiamogli un pensiero ogni qualvolta saremo tentati di portare i nostri cari a sorridere di fronte a stupidi e spettacoli diseducativi.

Maria Cristina Negro

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