Arcelor Mittal, 4700 esuberi nel 2023

Mes, Eurogruppo verso un rinvio a gennaio - Pil, Istat: rischi al ribasso. Scende la disoccupazione - Dl fisco, salta norma per rinvio ’spazzacorrotti’ - Digital tax, Boccia - Banche, Moody’s alza outlook Italia a stabile

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Arcelor Mittal, 4700 esuberi nel 2023

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Sarebbero 4700 gli esuberi denunciati da ArcelorMittal nel nuovo piano industriale 2020-2024 presentato al Mise. E’ quanto avrebbe detto l’ad Lucia Morselli nel corso della trattativa al ministero dello Sviluppo, secondo fonti sindacali. Si passerebbe infatti dai 10.789 occupati nel 2019 ai 6.098 del 2023. L’occupazione nel particolare scenderebbe di 2.900 unità subito nel 2020 per poi aumentare ulteriormente nel 2023 fino a 4.900 lavoratori.

Nel 2022, infatti, ArcelorMittal stima di spegnere l’afo2 facendo entrare in funzione un forno elettrico che assorbirebbe meno mano d’opera. La produzione degli impianti dell’Ex Ilva, si apprende, sarà di 6 milioni di tonnellate a partire dal 2021. Nel 2020 la produzione sarà pari a 4,5 Mt."L’azienda ha avuto quest’anno uscite di cassa di un miliardo di euro" avrebbe detto l’ad Morselli al tavolo al Mise, a quanto si apprende da fonti sindacali.

Sono "irricevibili" gli esuberi stimati da ArcelorMittal: tra esuberi, mancati rientri al lavoro e lavoratori in amministrazione straordinaria la quota infatti arriverebbe a 6.400: i sindacati bocciano l’aggiornamento del piano industriale per bocca del leader Cisl Annamaria Furlan. "Non ci sono le condizioni per aprire confronto per un accordo. Si deve ripartire dall’accordo di un anno fa, con i livelli occupazionali e investimenti indicati dal piano del 2018" ha detto Furlan.

Anche secondo il leader Cgil, Maurizio Landini, si tratta di "un piano irricevibile perché non è un piano industriale ma solo un progetto di chiusura nel tempo di Taranto e dell’Ilva". "Noi abbiamo un accordo firmato nel 2018 che prevede investimenti e una produzione di 8 milioni di tonnellate. E quella è la base da cui partire. Per noi la discussione è possibile solo se si parte dalla base che abbiamo firmato", ribadisce.

Uno sciopero di 24 ore per tutti i lavoratori dell’ex gruppo Ilva e dell’indotto è stato annunciato per il 10 dicembre prossimo. A proclamarlo stasera Fim Fiom Uilm che hanno giudicato l’aggiornamento del piano industriale presentato da ArcelorMittal "irricevibile". “I 6300 esuberi ipotizzati da ArcelorMittal non possono neanche essere presi in considerazione. Per Fim Fiom Uilm l’accordo del 6 settembre 2018 è ancora valido e vincolante", dicono unitariamente al termine del confronto al Mise. Oltre allo sciopero ci sarà anche una manifestazione a Roma che confluirà nell’iniziativa di Cgil, Cisl e Uil già programmata a piazza Santi Apostoli.

Per il ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli, a quanto riferiscono fonti sindacali, "tra venerdì e lunedì governo presenterà un suo piano industriale che farà diventare Ilva un esempio di impianto industriale siderurgico, con uso di tecnologie sostenibili, con forni elettrici e altri impianti ecosostenibili per arrivare a una produzione di 8 milioni per tutelare livelli occupazionali".

Mes, Eurogruppo verso un rinvio a gennaio

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Nel corso dell’Eurogruppo "prenderemo atto" della riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità, sulla quale "abbiamo lavorato molto quest’anno" e sulla quale "abbiamo preso una decisione in giugno", con "la prospettiva di firmare i cambiamenti del trattato all’inizio dell’anno prossimo". Lo ha detto il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno, a margine della riunione dei ministri delle Finanze dell’area euro a Bruxelles.

"Non vediamo la necessità" di rinvii più lunghi dell’approvazione della riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità per consentire di modificarla, ha aggiunto Centeno, spiegando che "stiamo lavorando sugli aspetti tecnici ora: l’accordo politico è stato raggiunto ed è importante che ci sia un dibattito politico in tutti gli Stati membri. Di certo i ministri lo sottolineeranno: non vedo spazio" per rinvii lunghi.

Nella serata, da Bruxelles, arriva però la notizia di un possibile rinvio della discussione sulle Single Limb Cacs, le clausole di azione collettiva a maggioranza singola, che si è fatta difficile nel corso dell’incontro di oggi. E’ quindi probabile, se questo dovesse essere l’esito, che il Consiglio Europeo del 12-13 dicembre non dia il via libera alla riforma, ma che la materia slitti all’Eurogruppo di gennaio (non ci sarebbe però appetito per riaprire l’intesa sul testo del trattato, chiuso a giugno).

Il nodo sono appunto le Single Limb Cacs: durante la riunione non si sarebbe messo in discussione il principio, ma c’è disaccordo sul fatto se il relativo regolamento debba essere allegato al trattato di riforma, come vorrebbe la Francia (per via di un pronunciamento della Corte costituzionale), oppure no. Visto che la discussione tra i ministri si è fatta problematica, si sarebbe deciso di rinviare il tutto di un po’. Quindi, prima di decidere se allegarle o meno al trattato, si continuerà a trattare sulle effettive condizioni contrattuali (le Cacs sono, appunto, clausole contrattuali).

Quanto alla subaggregazione delle limbs di cui ha parlato il governo, verrebbe considerata da alcuni Paesi come un modo per annacquare le Single Limb Cacs (ora le Cacs sono Dual Limb, a doppia maggioranza, e sono in vigore dal 2013). Il rinvio vale anche per l’Edis, l’assicurazione europea sui depositi bancari, o meglio per la roadmap sulla discussione politica della stessa, per la quale si profilerebbe, secondo le stesse fonti, un ritardo fino a giugno.

Pil, Istat: rischi al ribasso. Scende la disoccupazione

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Nel 2019, il prodotto interno lordo è previsto aumentare dello 0,2% in termini reali, in deciso rallentamento rispetto all’anno precedente. La crescita del Pil risulterebbe in lieve accelerazione nel 2020 (+0,6%). E’ quanto emerge dal rapporto sulle prospettive per l’economia italiana nel 2019-2020 diffuso oggi dall’Istat.

L’Istat sottolinea che l’attuale scenario di previsione è caratterizzato da alcuni rischi al ribasso rappresentati da possibili evoluzioni negative dei conflitti tariffari e delle turbolenze geopolitiche con riflessi sfavorevoli sull’evoluzione del commercio internazionale e sul livello di incertezza degli operatori.

Nell’anno corrente, la domanda interna al netto delle scorte fornirebbe un contributo positivo alla crescita del Pil pari a 0,8 punti percentuali; l’apporto della domanda estera netta risulterebbe moderatamente positivo (+0,2 punti percentuali) mentre la variazione delle scorte fornirebbe un impulso ampiamente negativo (-0,8 p.p.). Nel 2020, il contributo della domanda interna si manterrebbe su livelli simili a quelli dell’anno corrente (+0,7 p.p.), la domanda estera netta contribuirebbe ancora positivamente (+0,1 p.p.) mentre le scorte fornirebbero un contributo negativo ma di intensità contenuta (-0,2 p.p.).

DISOCCUPAZIONE - Quanto alla disoccupazione, l’Istat rileva che il proseguimento della dinamica positiva del mercato del lavoro determinerebbe un aumento dell’input di lavoro a ritmi superiori a quelli del Pil (+0,7% in termini di unità di lavoro in entrambi gli anni) mentre il tasso di disoccupazione segnerebbe un deciso miglioramento nell’anno corrente (10,0%) per poi scendere marginalmente nell’anno successivo (9,9%).

PRODUTTIVITA’ - L’economia italiana continua a essere caratterizzata da una prolungata fase di bassa crescita della produttività. Nel periodo 2014-2018, rileva l’Istat, in Italia la produttività del lavoro, misurata in termini di ore lavorate, è aumentata in misura contenuta (+0,3% la crescita media annua), con un ampliamento del divario rispetto all’area euro (+1,0%). In particolare, nel 2018 la produttività del lavoro è diminuita dello 0,3%, sintesi di una crescita delle ore lavorate (+1,3%) superiore a quella del valore aggiunto (+1,0%).

D.l. fisco, salta norma per rinvio ’spazzacorrotti’

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Lo ’spazzacorrotti’ non sarà posticipato. La norma che prevede lo slittamento al primo gennaio 2021 delle disposizioni in materia di obblighi dei partiti politici e delle fondazioni sarà infatti soppressa dal decreto legge fiscale.

La relatrice Carla Ruocco, annunciando il ritorno in commissione Finanze della Camera del provvedimento, comunica all’assemblea le modifiche che saranno apportate, tra cui la cancellazione della misura introdotta con un emendamento.

Digital tax, Boccia: "Reazione Trump scomposta e ingiusta"

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Avanti tutta sulla digital tax. La minaccia di dazi ventilata dal presidente Usa Donald Trump "è una reazione scomposta e ingiusta" e l’Europa deve trovare una soluzione unitaria su questo fronte. E’ l’obiettivo fermo che indica, parlando all’Adnkronos, il ministro degli Affari regionali e autonomie Francesco Boccia, per il quale i big del web devono avere un trattamento fiscale alla stregua delle aziende italiane ed europee. "Chi gira la testa da un’altra parte - avverte - fa un danno incalcolabile al Paese". Un vero e proprio cavallo di battaglia, quello di Boccia sulla web tax, sulla quale "non ho mai cambiato idea".

"Nel 2013 - ricorda - riuscimmo a far approvare, con la maggioranza unanime, la prima versione della mia norma in commissione Bilancio. Ma la notte dopo ci furono molte scomuniche, risultato di pressioni di lobby tutte condizionate dagli Usa e dalle principali over the top e poi la storia la conosciamo: la marcia indietro di alcuni partiti e leader politici...".

"Io - evidenzia Boccia - non ho mai cambiato idea: mi pareva fin troppo chiaro già 7 anni fa che il capitalismo al tempo del digitale ha cambiato profondamente le regole del gioco e gli Stati devono essere in grado di regolare le loro politiche fiscali e pubbliche proprio in relazione alla dematerializzazione della ricchezza. E’ sotto gli occhi di tutti e chi gira la testa da un’altra parte fa un danno incalcolabile al Paese. Le pressioni degli americani ci sono sempre, io stesso sono stato destinatario di un certo numero di comunicati stampa contro per poi ricevere le scuse dopo alcuni anni. Ma queste sono storie di ordinario lobbismo internazionale".

"Ma questa volta - sottolinea Boccia - è il Presidente degli Usa in persona che scende in campo e il livello è arrivato alle punte massime. Ma c’è una grande contraddizione: Trump chiede agli Stati europei di fare l’opposto di quello che lui chiede in America. E questo non può chiederlo. C’è - denuncia - una totale asimmetria".

"La ratio della web tax nel 2013 - e l’Ocse ci è è arrivata anni dopo - è che al tempo del digitale si devono pagare le tasse nel Paese dove si fa business. E questo lo si fa superando il principio di stabile organizzazione che gli americani continuano ad applicare e che è figlio di trattati di anni 90 quando internet non era entrato nelle vene del capitalismo. Ora, 30 anni dopo, non possiamo mantenere le regole di un altro capitalismo che consentiva di scegliere la base fiscale nel Paese in cui era più comodo".

Un nodo sul quale in Europa non si è trovata una soluzione. E, ora, "alcuni Paesi come Francia e Italia hanno deciso di partire autonomamente". Ora, l’auspicio espresso da Boccia è che "si vada avanti" e, rileva, "non mi pare che la Francia intenda rinunciarci e anche l’Italia deve fare la sua parte".

Banche, Moody’s alza outlook Italia a stabile

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Migliora da negativo a stabile l’outlook di Moody’s sulle banche italiane. A comunicarlo è l’agenzia di rating spiegando che le prospettive per il 2020 sono quelle di una progressiva riduzione dei crediti deteriorati con un miglioramento delle condizioni di finanziamenti e di una stabilità del capitale.

"Ci aspettiamo che i crediti problematici delle banche italiane si riducano nel 2020 per il quinto anno consecutivo", spiega Fabio Iannò, vice presidente senior credit officer di Moody’s. "Tuttavia il loro rapporto di crediti problematici all’8% rimane più del doppio della media dell’Unione europea, che si attesta al 3%, secondo i dati dell’Autorità bancaria europea. Teniamo anche conto delle nostre previsioni per una crescita debole ma positiva del Pil italiano e delle nostre prospettive stabili sul rating sovrano italiano".

L’agenzia di rating stima che le banche italiane avranno una redditività stabile o moderatamente migliore nel 2019 e nel 2020 per i minori costi di finanziamento all’ingrosso, per il minor costo del rischio e per la maggior efficienza derivante dalle recenti iniziative di ristrutturazione. I coefficienti patrimoniali "sembrano destinati a rimanere stabili, con quasi tutti i finanziatori che segnalano buffer al di sopra dei requisiti normativi".

L’emissione di debito wholesale delle banche italiane, si sottolinea da Moody’s, è aumentata nel 2019 da un livello basso nel 2018. I costi di finanziamento degli istituti sono diminuiti con il calo dello spread delle obbligazioni sovrane, sebbene questi "rimangano volatili". La generazione degli utili è "debole a causa delle perdite ancora elevate sui prestiti e dei costi operativi elevati".

Redazione

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