Arrival

Ritratto di una fantascienza matura

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L’ultimo film del talentuoso regista canadese Denis Villeneuve, ispirato ad un racconto di Ted Chiang è molto di più della solita storia di invasione aliena della Terra.Diciamo subito, un gran bel film, di quelli desinati a rimanere.Troppo spesso il cinema di genere è stato trattato con estrema superficialità, concedendosi ad una spettacolarizzazione fine a sé stessa, svuotata del benché minimo contenuto.Nella pellicola in questione ci troviamo immersi, sin dall’inizio, in ambientazioni vicine a Splielberg o Zemeckis, lontane dai rumorosi Blockbuster alla Emmerich.Si ritrova infatti lo spirito di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, di “Contact”, e rimandi inevitabili ai monoliti Kubrickiani di “2001: Odissea nello spazio”.È ardua l’impresa di uscire dai sentieri tracciati, da clichè che potrebbero sembrare morse alle quali non è possibile sottrarsi, ma il nostro director compie il prodigio.La sua prima volta nella direzione di un science-fiction è di quelle che non si dimenticano.Il tema è dato, ma con elementi supplementari che riescono a non stereotipizzare la storia, rendendola un prodotto originale, dal contenuto universale.E cosa può esserci di più universale del linguaggio?

Arrival non è “l’ultimatum alla Terra”, non mostra la fine del mondo, niente battaglie sanguinose, epici confronti militari, ma uomini ed esseri alieni che cercano la via della comprensione attraverso la comunicazione. La chiave per decodificare l’espressione di esseri di un altro mondo, per risolvere l’enigma della loro venuta sul pianeta azzurro con dodici navi sparse per il globo, nell’attesa del contatto. Un percorso esplorativo per conoscere la struttura mentale dell’altro, attraverso la comprensione del suo linguaggio.La lingua come motore di un poema spazio-temporale all’interno del dramma esistenziale, di Louise, una bravissima Amy Adams, linguista di fama, assoldata dall’Esercito per cercare un trait d’union con lo sconosciuto.

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Gli eventi seguono una narrazione che gioca col paradosso temporale, rimandando a contenuti colti, che nel recente passato ha avuto in Nolan un eccelso narratore, in opere quali Inception o Interstellar.Un percorso tra ologrammi, che porterà alla comprensione di una scrittura concepita come un alfabeto rotondo, la trascrizione di ideogrammi circolari, un idioma fatto di inchiostro organico, il nero che acquisisce vita e si articola su uno schermo bianco, nella pancia di quella misteriosa struttura ovale che è la nave aliena.Un dramma fantascientifico intimo, denso di una carica introspettiva inusuale nelle mille sfumature psicologiche ed emotive della protagonista, che stupisce e commuove.Molto bella la fotografia e il comparto musicale di Jóhann Jóhannsson, compositore islandese che ha curato le musiche anche di “Blade Runner 2049”, sequel del film culto di Ridley Scott, che avrà alla regia proprio il nostro Denis Villeneuve.

Da vedere.

Massimo Lupi

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