C’è vita dopo la social-morte?

Fra 50 anni Facebook sarà un cimitero digitale

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C’è un luogo - non luogo in cui il problema della bassa natalità è esploso in tutta la sua evidenza: Facebook. Secondo quanto ha riportato il sito statista.com, che pubblica uno studio dell’Università di Oxford, sul social di Zuckerberg fra 50 anni saranno quasi 1,5 miliardi i profili di persone ormai decedute, ovvero vi sarà un saldo negativo tra vivi e morti ma solo se la piattaforma non registrerà nuovi utenti; in caso contrario, il numero di morti supererà addirittura i 4,9 miliardi. Come è naturale attendersi, per la legge dei grandi numeri, Asia e Africa avranno il più alto numero di individui deceduti su Facebook nei prossimi anni.

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Entro quindi il 2070 la popolazione digitale registrerà più morti che vivi, un dato non solo numerico ma anche una sfida per ciò che riguarderà lo scottante tema della conservazione e della proprietà dei dati conservati sui social. È ormai risaputo che l’entrata nella grande famiglia di Facebook o di un altro social network, comporta un’istanza di residenza ab aeterno in cui la morte fisica non cancella la vita virtuale. Gli stessi programmatori di Facebook si stanno da alcuni anni interessando al tema, riflettendo su quelle che possono essere le strategie in grado di gestire i profili degli utenti ormai deceduti, cercando, per esempio, di assicurarsi che gli “amici” degli utenti deceduti non ricevano più le notifiche di compleanno (un gesto di sensibilità che non ti aspetti).

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Inoltre gli stessi responsabili del social network più abitato del pianeta, hanno creato una specie di tomba digitale, il cosiddetto “memorial tab”, che consente alla rete di friends del de cuius di curare i post, modificare le impostazioni dei tag o coprire foto, rispondere alle richieste di amicizia. La domanda però è: chi gestirà i dati dei nostri cari quando essi non ci saranno più? Che ne sarà di tutte le informazioni immesse sulle piattaforme social alla nostra morte? Il problema dell’eredità digitale, così come quella dell’eredità terrena, è divenuta una vera e propria questione sociale. Facebook e i suoi consimili si ritroverebbero a trarre gratuito profitto da una mole sterminata di informazioni e dati sensibili in grado di raccontare tutta una vita di un singolo utente al momento della sua dipartita, senza che ormai questi possa far nulla per opporvisi.

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Non si ha memoria storica dell’esistenza al giorno d’oggi di una mole così vasta, di un archivio immenso dislocato in un solo luogo, che raccoglie i dati sul comportamento e le tendenze di intere generazioni. Uno scenario futuristico e dal sapore distopico potrebbe essere quello di un’eredità digitale formata da dati personali raccolti dalle generazioni future che poi assembleranno scorci di vita vissuta online per provare a ricostruire miliardi di identità (digitali) del passato. Si tratta di una prospettiva storiografica e antropologica estremamente interessante con inevitabili risvolti etici per chi voglia un domani prendere in carico una ricchezza informazionale che da alcuni anni stiamo con leggerezza e senza carichi di responsabilità mettendo a disposizione ad aziende senza scrupoli e poco propense al lato umano delle nostre vicende terrene.

Andrea Alessandrino

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