CALCIO E SETTORE GIOVANILE IN ITALIA: UNA SCOMMESSA PERSA?

LA SERIE A, INTANTO, PERDE ALTRI TALENTI COSTRETTI AD EMIGRARE ALL’ESTERO

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Problema di business o di poca fiducia? Di tempo o di scarsa pianificazione? Dietro questi binomi si celano le delusioni di tanti giovani calciatori italiani, ormai da anni costretti a sedere in panchina o a fare le valige per cercare fortuna altrove. Gli ultimi due casi in ordine di tempo, sono quelli di Patrick Cutrone (Milan) e Moise Kean (Juventus) emigrati nella Premier League in cerca di riscatto. Giovani interessanti che pure avevano fatto bene nelle loro squadre quando chiamati in causa. Eppure si è preferito investire su calciatori già affermati, a differenza di quanto avviene in Inghilterra, Spagna e Olanda - tanto per fare alcuni esempi - paesi che investono sui giovani talenti impiegandoli anche nelle serie maggiori. Al di là dei singoli nomi, tuttavia, il problema del calcio giovanile ha radici più profonde, che evidenziano diverse carenze anche nella pianificazione.

In effetti, i giovani calciatori, speranzosi di poter dimostrare il loro talento, vengono spesso collocati nella Lega Pro e nella serie D. Sarà forse per fare esperienza? Non proprio, visto che in queste categorie è previsto l’uso degli under. Quindi, più che parlare di esperienza calcistica bisognerebbe ammettere, che questi giovani sono utilizzati soprattutto per via del regolamento.

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Eppure, i segnali incoraggianti non erano mancati con l’arrivo di Roberto Mancini sulla panchina della nazionale. Il CT azzurro, impegnato nella rifondazione della nazionale, sin da subito ha indicato la strada da percorrere durante la sua gestione, puntando tutta la sua fiducia sui settori giovanili e convocando giovani di prospettiva anche poco o per nulla utilizzati come Tonali e Zaniolo (all’epoca all’asciutto di presenze nella massima serie), Barella a cui ha affidato la chiave del centrocampo e Kean, esordiente, diventato a soli 19 anni e 23 giorni il secondo più giovane marcatore nella storia della nazionale dopo Bruno Nicolè. Per questo, le partenze di Cutrone e Kean hanno il sapore della beffa per l’allenatore azzurro.

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Ma oltre Mancini ci sono altri allenatori che hanno da sempre lavorato e creduto nei giovani, tra cui Marco Giampaolo. L’attuale tecnico del Milan e profeta in terra deserta, fatta più di profitti che di pallone, così dichiarava, nel novembre del 2016, a Sampnews24.com: “Ai giovani va dato tempo, perché solo con il tempo nascono i grandi progetti. Il calcio non è scienza, ma arte e oggi c’è troppa fretta”, svelando di fatto, la sua filosofia di pensiero basata sul sacrificio e sulla pazienza, concetti questi che sembrano svaniti nei radar del nostro movimento calcistico. Effettivamente, uno dei problemi che assillano le grandi squadre italiane è proprio l’incapacità di aspettare.

A questo punto la domanda sorge spontanea: Quale potrebbe essere la soluzione? Ad oggi, forse, l’unico esempio di movimento giovanile organizzato è quello dell’Atalanta. Esempio calzante è la struttura tecnica e umana che la società e il tecnico Gasperini hanno impostato. Nell’ambiente bergamasco, i giovani vengono selezionati, curati e utilizzati facendoli sentire parte integrante del progetto. Non è un caso che l’Atalanta, con un monte ingaggi bassissimo rispetto a quello di molte squadre più blasonate, abbia scalato le vette della classifica della serie A arrivando addirittura a conquistare un posto nella prossima Champions League.

Perciò, più che auspicare in un futuro cambiamento, si spera in riforme concrete per poter ridare lustro al nostro calcio.

(Foto da adnkronos.com - Si ringrazia)

Giuseppe Capano

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