CHI DI SPERANZA VIVE...

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Nel 1952 uscì nei cinema di una Italia ancora in bianco e nero un film, il capostipite del cosiddetto neorealismo rosa, “Due soldi di speranza”. Era una pellicola necessaria per la popolazione stremata, affamata, in cerca di un senso alla vita che non poteva risolversi solo nella ricerca del non morire. Era un film in contrasto con un neorealismo dove si raccontava di una penisola buia, tra sciuscià e ladri di biciclette, e non era nemmeno una commedia leggera dove i protagonisti, seppur poveri, erano belli. Era un film che mostrava l’importanza della speranza. Già, nonostante le avversità, nonostante la gente avida e talvolta ingenua, nonostante tutto, esisteva la speranza, e bisognava continuare a crederci, questo era il messaggio. Ma sempre in Italia, un italiano famoso, Niccolò Machiavelli, che ebbe a che fare con la gente quando la luce elettrica non era nemmeno immaginata, sentenziò che la speranza è un’ottima colazione ma una pessima cena. Come dargli torto? Siamo un paese strano, ogni volta che ci scrolliamo di dosso un peso facciamo in modo di caricarne un altro, così è stato dopo la guerra, la ricostruzione a suon di prestiti esteri per non essere confusi con le macerie. Così è stato negli anni del boom, nei quali si rincorreva qualcosa in più pur di non essere da meno, ed intanto iniziavano le grandi trasmigrazioni da un sud depredato ad un nord indaffarato. Così è stato negli anni ‘80, quando si riqualificavano le borgate e nuovi abusivi prendevano il loro posto.

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Speranza, l’unica parola che probabilmente sopravvivrebbe in un ipotetico futuro dove la lingua italiana potrebbe non esistere più. È nell’animo dell’italiano sognare e sperare, totocalcio e lotto, superenalotto e gratta e vinci, nuovi sogni a portata di tasca per sperare di uscire da un pantano sociale, anche se in modo individuale. Ed intanto accogliamo pure le speranze altrui, che non si nega a nessuno la possibilità di guardare al meglio. Peccato però che tanta speranza diviso zero possibilità, dia come risultato nulla per tutti. Ma siamo italiani, speriamo anche di poter continuare a sperare perché in fondo siamo qualcosa di più che dei semplici costruttori di realtà. A noi non basta mai ciò che abbiamo ottenuto, ed in fin dei conti siamo tutti discendenti del Marchese del Grillo, di Casanova, di Colombo e di Marco Polo. I nostri orizzonti sono indefiniti, perciò speriamo sempre, ed anche se ottenessimo tutto ciò che desideriamo, spereremmo ancora, quantomeno di non aver rotture di scatole, di non ricevere una comunicazione da Equitalia, di non vedere certi personaggi politici in televisione. Siamo un popolo di navigatori, santi, eroi e giocatori del lotto, che infatti fu inventato da Casanova a Parigi. Diffondiamo la cultura dell’arte e del sogno. E se ci dicono che chi di speranza vive disperato muore, noi rispondiamo che vivere senza avere speranze è come essere già morti.

Paolo Varese

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