COMMISSIONE UE, I PORTI DI ITALIA E SPAGNA DEVONO PAGARE LE TASSE

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Anche le autorità portuali italiane devono pagare l’imposta sulle società come tutte le altre imprese. La decisione della Commissione europea era nell’aria da tempo, ma ora è diventata effettiva: l’Italia dovrà adeguare la propria normativa entro il 1 gennaio 2020 e porre fine all’esenzione fiscale totale per i porti. La stessa decisione è stata presa anche per la Spagna, ma nel caso del Paese iberico l’esenzione attualmente in vigore è soltanto parziale. In passato la Commissione aveva costretto anche Olanda, Belgio e Francia a rivedere i propri regimi fiscali.

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Margrethe Vestager, commissaria responsabile per la concorrenza, ha spiegato che i porti “sono infrastrutture essenziali per la crescita economica e lo sviluppo regionale”. Per questo le norme Ue sugli aiuti di Stato prevedono che gli Stati membri dispongano di ampi margini di manovra per l’adozione di misure di sostegno e di investimento a favore dei porti. Ma al tempo stesso per garantire condizioni eque di concorrenza in tutta l’Ue, i porti che generano profitti esercitando attività economiche vanno tassati allo stesso modo degli altri operatori economici, né più, né meno. La situazione attuale in Italia contrasta con la normativa europea e già nell’aprile dello scorso anno la direzione generale concorrenza Ue aveva inviato una lettera al governo, puntando il dito contro il rischio di “concorrenza sleale” nei confronti degli altri scali marittimi europei. L’analisi di Bruxelles si basa sul fatto che i porti svolgono due tipi di attività. Quelle “non economiche”, come ad esempio la sicurezza e il controllo del traffico marittimo o la sorveglianza antinquinamento, sono a tutti gli effetti di competenza delle autorità pubbliche. E dunque sono escluse dalle norme Ue sugli aiuti di Stato. Dall’altro lato, però, “lo sfruttamento commerciale delle infrastrutture portuali, come la concessione dell’accesso al porto dietro pagamento, costituisce un’attività economica”. Per questo l’esenzione fiscale di determinate attività può comportare “un vantaggio selettivo” che rischia di violare le norme Ue in materia di aiuti di Stato. In sostanza rischia di favorire i porti italiani rispetto a quelli di altri Paesi Ue. In Italia, viene ricordato, i porti sono integralmente esentati dall’imposta sul reddito delle società. In Spagna i porti sono esentati dall’imposta sul reddito delle società per quanto riguarda i loro principali cespiti, ad esempio le tasse portuali o i redditi derivati da contratti di locazione o concessione. Nei Paesi Baschi, i porti sono totalmente esentati dal pagamento dell’imposta sulle società. Nell’aprile 2018, la Commissione ha informato l’Italia e la Spagna in merito alle proprie preoccupazioni relative ai regimi di tassazione dei porti in vigore nei due Paesi.

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L’Italia ora – così come la Spagna - ha due mesi di tempo per rispondere alle richieste europee. In caso di mancato adeguamento della normativa, l’Ue avvierà un’ulteriore indagine approfondita per certificare in modo ufficiale l’eventuale esistenza di aiuti di Stati. Certamente Bruxelles non chiederà la restituzione degli arretrati, in quanto le normative esistevano già prima dell’entrata in vigore del trattato sull’Unione europea, ma può dunque certamente chiedere una modifica del regime fiscale.

Mary Divella

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