COSA CI IMPORTA DEI DIRITTI UMANI?

Dalla Dichiarazione del 1948 al menefreghismo universale

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Ogni giorno sentiamo parlare di diritti umani e di esseri umani che lottano con la vita per difenderli e per difendere tutti noi da spietate ingiustizie. Dopo la fine del Secondo Conflitto Mondiale, di umanità ne era rimasta ben poca. È stato il conflitto più devastante della storia, che ha spezzato la vita a più di 70 milioni di persone, molte delle quali sono vittime civili. Nel 1948 era appena incominciata la ricostruzione sociale degli Stati, e con essa si è sentita la necessità di garantire il riconoscimento dei valori inviolabili e universali dell’uomo. Il 10 Dicembre dello stesso anno è stata firmata a Parigi la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, redatta dall’ONU, affinché fosse applicata in tutti gli Stati membri; ispiratrice della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. Compito degli Stati è sensibilizzare tutti gli uomini alla conoscenza della libertà umana, come primo passo per difenderla e rispettarla. Nel preambolo della Dichiarazione Universale viene sottolineato che: Il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani, hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità, e che l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo”.

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Nonostante siano passati decenni da quando la Dichiarazione è entrata in vigore, ancora oggi, a causa di un manifesto sentimento di egoismo e di bizzarra ossessione di supremazia razziale, è onnipresente nella nostra società un nauseante disprezzo e disconoscimento dei diritti umani. Per nostra fortuna, ci sono ancora oggi tanti uomini e donne che si battono per l’umanità, con la cieca speranza che un giorno i diritti possano diventare finalmente universali. Una di queste è Nadia Murad, una giovane donna yazida, un’attivista irachena per i diritti umani che si è ribellata all’Isis. Nell’agosto del 2014 è stata rapita e tenuta in prigionia per tre mesi in una roccaforte a Mosul dallo Stato Islamico, dalla quale è riuscita a fuggire per salvare la sua vita e quella di centinaia di altre ragazze e donne che come lei sono state stuprate; battendosi per tutte quelle che continuano a essere violentate ed usate dagli estremisti islamici come bottino di guerra.

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Con le parole di Nadia: Ho supplicato le Nazioni Unite di fermare l’Isis, perché sta distruggendo centinaia di vite, perché è un’organizzazione crudele e sanguinaria, perché si sta portando via la speranza di popoli interi. Non ho chiesto loro di cominciare una nuova guerra, ma di fermarli. Credo che non sia necessario partire armati per farlo. Credo però, anzi so, che in tutto il mondo ci sono decine di gruppi che finanziano e sostengono più o meno apertamente l’Isis: questi gruppi prima di tutto vanno fermati. Nadia, dal 2016 prima ambasciatrice Onu per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani, ha vinto il premio Nobel per la Pace 2018 insieme al medico ed attivista Denis Mukwege, della Repubblica Democratica del Congo: entrambi sono stati premiati ed onorati per i loro sforzi per mettere fine all’uso della violenza sessuale come arma in guerre e conflitti armati.

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Denis Mukwege, conosciuto anche come “l’uomo che ripara le donne”, dal 1998 ha curato 40 mila vittime nel suo Paese di stupri atroci, donne violate dalle barbarie di una guerra che non è mai finita. "Lo stupro è una vera e propria strategia" - ha affermato Mukwege - per terrorizzare la popolazione che si vede costretta a fuggire dai propri villaggi. Le violenze sessuali sulle donne sono divenute dei riti di violenza collettiva finalizzati alla distruzione delle comunità, soprattutto i crimini compiuti su quelle di giovane età. Laureato in Medicina, Mukwege si è specializzato in ginecologia in Francia, e ha fondato nel 1998 l’ospedale Panzi a Bukawo, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, nel quale supporta e cura le donne vittime di stupri. Denis è l’unica voce che ogni giorno combatte per denunciare un crimine che non sembra trovare una fine, un crimine definito dall’ex segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon: genocidio sessuale. Ogni giorno sentiamo parlare di diritti umani e di esseri umani come Denis Mukwege e Nadia Murad che si battono per conquistare i diritti che di natura dovrebbero essere garantiti a tutta l’umanità e che di rado vengono rispettati e riconosciuti in realtà a noi lontane, come l’Africa e il Medio Oriente. Se tutti ci fermassimo un secondo a pensare a quanto queste realtà ci siano vicine, a quante vittime di abusi non denunciati continuino a vivere silenziosamente la propria fragile vita intorno a noi e a quante poche voci ci siano contro la denuncia e la sensibilizzazione di queste verità e questi ancora violati diritti, forse uno spiraglio di luce riuscirebbe a brillare fino ad impossessarsi delle tenebrose piaghe che pian piano, altrimenti, continuerebbero ad annientarci.

(foto da ADN KRONOS: si ringrazia)

Nicòl De Giosa

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