Caraibi: quando l’Oceano ingurgita una nazione…

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1782, la marina francese, capitanata dall’ammiraglio Francois de Grasse, è da anni all’assedio di una delle più prospere colonie della compagnia delle Indie. Saint Kitts e Nevis non è solamente uno stato sperduto nell’Atlantico: scoperto nel 1493 da Colombo (tutt’ora molti documenti ufficiali definiscono Saint Kitts “isola di Saint Christopher” in suo onore), l’arcipelago segna da anni in maniera emblematica e violenta il conflitto per la dominazione dei mari tra le truppe francesi e quelle inglesi. Questi ultimi, ad ogni modo, sono in netta inferiorità numerica: i viveri scarseggiano e le loro linee sono trincerate all’interno di Brimstone Hill, ormai assediata dai cannoni nemici. In breve tempo, le truppe al servizio di sua maestà vengono costrette alla resa. In realtà, le due isole passeranno sotto il controllo francese solamente per pochi mesi prima che il trattato di Parigi le restituisca (a carissimo prezzo) all’Inghilterra. Ad ogni modo, la lezione impartita attraverso la sconfitta dell’anno precedente è chiarissima: Saint Kitts e Nevis sono troppo preziose per essere difese in maniera così approssimativa, se in futuro non si vorrà perderle ancora occorrerà ingegnarsi al più presto.

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In quel momento, il governo di Londra decide di dar vita ad un’operazione che cambierà per sempre il destino delle due piccole isole: trasformare Brimstone Hill nella fortezza più impenetrabile della storia. L’obiettivo sembra ambizioso, ma a favore dei britannici giocano due fattori. In primis la situazione geografica: la fortezza sorge a ridosso di un vulcano inattivo (il Peak), che rende inevitabilmente più difficile per qualunque nemico l’occupazione dello stesso; secondo la leggenda, addirittura, la maestosità del vulcano era tale che i primi esploratori iberici, quando intravidero l’isola da lontano, la denominarono “Nevis” (“Nuvole”), proprio in virtù delle nuvole che sfioravano la cima del Peak. Il secondo fattore è rappresentato dal valore degli uomini disposti per convenienza o per necessità ad intraprendere gli estenuanti lavori: vi sono brillanti ingegneri provenienti appositamente dall’entroterra inglese, ma anche e soprattutto migliaia di schiavi africani esportati sull’isola per donare alla causa la forza e l’ardore del proprio corpo.

I lavori vengono portati a termine nei tempi e nella modalità previste: nei secoli seguenti, le truppe francesi, al pari di quelle spagnole, tenteranno ripetutamente di occupare l’isola Caraibica, ma ciascuno di questi tentativi si rivelerà fallimentare proprio a causa dell’imponenza di Brimstone Hill.

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Col cessare delle ostilità belliche nel XIX secolo, il forte venne progressivamente abbandonato, fino a quando, nel 1983, i movimenti indipendentisti sorti all’interno dell’arcipelago caraibico costrinsero gli inglesi ad abbandonare definitivamente le due isole. Per anni, Saint Kitts e Nevis sono riuscite a prosperare grazie alla cospicua produzione di zucchero, ma da quando il prezzo di quest’ultimo negli anni ‘80 ha subito un brusco ribasso, a proteggere il fragile equilibrio del piccolo stato sono rimaste solamente le entrate legate ai numerosi turisti che ogni anno si recano sull’arcipelago proprio per visitare Brimstone Hill, nel frattempo divenuto patrimonio dell’umanità.

Ebbene, nei prossimi anni la fortezza, e con essa l’intera nazione, rischiano di scomparire. Non tuttavia a causa di una guerra o di problemi di natura sociale, né tantomeno per le brusche tempeste tropicali che sempre più spesso affliggono la nazione, bensì a causa di una calamità fortemente presente nel nostro pianeta eppur tutt’ora troppo spesso ignorata: l’innalzamento degli oceani. Il cambiamento climatico, infatti, negli ultimi decenni ha penalizzato fortemente i Paesi delle piccole Antille: si calcola che, dal 1961 ad oggi, Saint Kitts e Nevis hanno visto oltre 90 dei propri chilometri quadrati venire letteralmente sommersi dall’Atlantico. Per intenderci, è come se in Italia una città dalla superficie di Trieste scomparisse definitivamente.

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Tale dato, tuttavia, diviene ancor più allarmante se relazionato alle piccole dimensioni dell’arcipelago, in quanto si calcola che il 27,71% del territorio sarebbe stato divorato dall’innalzamento dei mari, più di qualunque altra nazione al mondo. Volendo stilare un’inconsueta classifica delle nazioni che nello stesso arco di tempo hanno visto erodere il proprio territorio a causa dei mutamenti climatici, Saint Kitts e Nevis vincerebbero con un notevole scarto sull’Ecuador (il quale ha perso il 10,29% dei propri ettari); al terzo posto vi sarebbe invece il Vietnam (4,7%), seguito da Bulgaria e Seychelles (rispettivamente 1,87 e 1,09%). Per il resto, nessun’altro dei 196 stati al mondo ha subito perdite superiori all’1%.

Tutto questo, ovviamente, lascia intendere quanto la situazione dell’arcipelago sia divenuta drammatica. In più, non è detto che questa tendenza sia destinata a fermarsi: al contrario, le bellissime isole di Saint Kitts e Nevis di questo passo potrebbero scomparire del tutto, e con esse il proprio unico e inconfondibile Brimstone Hill; com’è ovvio, tutto ciò costringerebbe la popolazione locale a un autentico esodo di massa.

Inevitabilmente, vicende come questa ci spingono a interrogarci sulla effettiva tutela del nostro ambiente, e in particolar modo di zone tanto meravigliose quanto suscettibili all’innalzamento dei mari, come per l’appunto le isole caraibiche. Quanto fatto dai governi di tutto il mondo negli ultimi decenni per risolvere questo problema, evidentemente, non può essere considerato sufficiente. Di conseguenza, occorre non solo prevenire ulteriori danni, ma soprattutto agire il più in fretta possibile, prima che sia troppo tardi.

Gianmatteo Ercolino

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