Casa, amara casa

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Dopo la scorpacciata mediatica che poche settimane fa imponeva l’attenzione sull’imminente varo di norme circa i mutui per l’acquisto delle case, è seguito un silenzio assordante ad ovattare la notizia che il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva il Decreto legislativo che dà attuazione alla Direttiva europea 2014/17/UE sui ‘contratti di credito ai consumatori relativi a beni immobili residenziali’. L’applicazione delle nuove norme è circoscritta ai mutui ipotecari erogati per l’acquisto degli immobili residenziali e ai mutui finalizzati all’acquisto o alla conservazione del diritto di proprietà su un terreno o su un immobile edificato o progettato. Le condivisibili intenzioni, peraltro volute a livello comunitario, rischiano di annegare nel solito pasticcio che segue quando per non tenere scontento nessuno si fa finta di accontentare tutti, con quel che ne seguirà in termini di contratti stravaganti e delle pronunce dei Tribunali che saranno fatalmente innovative e lasceranno poco spazio alle previsioni sull’esito di un possibile contenzioso.

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Le norme, infatti, prevedono che le banche possano procedere direttamente alla vendita del cespite senza ricorrere alle aste giudiziarie laddove il debitore non abbia pagato 18 rate mensili del mutuo. Fin qui ci saremmo anche, perché da un lato si aumenta il limite di tolleranza per il ritardo dei pagamenti del proprietario (ormai da considerare semplice custode sino all’estinzione del debito), attualmente di sette, e dall’altro dovrebbero evitarsi le tediose lungaggini dinanzi al Giudice dell’Esecuzione. Difatti, queste lentezze normalmente avvantaggiano il proprietario in termini di tempo, ma in realtà lo danneggiano pesantemente per i costi salatissimi leciti e per quelli che il malaffare che ruota attorno alle aste spesso comporta, come la cronaca ripetutamente dimostra.

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Il decreto inizia ad incrinarsi, quanto a certezza, quando prevede che ciò possa avvenire solo se nel contratto il consumatore abbia sottoscritto una clausola, che quindi è facoltativa, con la quale il bene dato in garanzia viene restituito o trasferito alla Banca e che il debito venga quindi estinto interamente con il ricavato della vendita anche se di importo inferiore al debito stesso. Se il ricavato è superiore, l’eccedenza deve essere restituita al mutuatario. Buon per il debitore, comunque, almeno a parole. Il decreto, poi, contiene altre falle di pericolose incertezze quando demanda in modo fumoso alla Banca d’Italia il compito di indicare, nelle disposizioni attuative, un “particolare riguardo ai casi di eventuale stato di bisogno o di debolezza del consumatore, oltre agli obblighi informativi e di correttezza del finanziatore”.

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Facile prevedere, quindi, come lamentano le associazioni dei consumatori, che la clausola “facoltativa” relativa alla libertà per la Banca di fare ciò che vuole in caso di morosità persistente, diventerà una condizione che, se non accettata preventivamente, pregiudicherà l’erogazione del finanziamento ipotecario, visti i generali comportamenti delle banche, e tutto ciò che dovrebbe essere a vantaggio del consumatore sarà pressoché neutralizzato da cavilli, imposizioni d’ogni genere e tempi biblici per avere eventualmente una sentenza a riparare gli abusi. Il tutto con buona pace dei codici di condotta che il decreto prevede per i soggetti che erogano il mutuo e che dovranno essere orientati alla trasparenza, alla correttezza e alla tutela dei diritti e degli interessi dei consumatori. Non hanno avuto molta fortuna, del resto, questi codici di condotta che già imperversano in tutta la sconfinata galassia dei finanziamenti, appesantendo moduli che diventano chili di carte da firmare che, alla luce di tutto ciò che avviene nel mondo bancario, nessuno legge più. Del resto, in Italia, si legge poco in generale, ma questa è un’altra storia.

Nicola D’Agostino

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