Criminalità giovanile

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Un luogo comune da sfatare è che esista un determinato profilo psicopatologico del giovane violento. Si vorrebbe poterlo identificare come affetto da una specifica malattia mentale. In realtà, nella maggior parte dei casi, spesso l’azione aggressiva non è collegabile a una diagnosi psichiatrica. Tuttavia, si è riscontrato che le persone capaci di agiti violenti sono accomunate da una ridotta empatia e da una specie di spegnimento dei sentimenti di compassione. Pertanto, è evidente che per capire i comportamenti violenti dei nostri ragazzi bisogna far riferimento a qualcosa di molto vicino a noi, alle nostre abitudini educative. È fondamentale come alleviamo i nostri figli. L’empatia, cioè la capacità di essere in relazione con ciò che gli altri provano, nasce nelle primissime relazioni affettive.

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Numerosi studi hanno evidenziato l’importanza delle esperienze precoci di attaccamento al fine di modulare la risposta aggressiva rispetto agli eventi frustranti della nostra vita. Ritengo sia indispensabile che le istituzioni sociali di sostegno allo sviluppo dei bambini (famiglia, scuola, associazioni) favoriscano esperienze volte a creare empatia, ascolto, compassione. In Danimarca, per esempio, l’empatia è materia scolastica. In tutte le scuole danesi è stata introdotta l’ora settimanale di empatia, al fine di educare i bambini all’ascolto, allo spirito di gruppo e soprattutto ad approcciarsi ai problemi in maniera più sana e costruttiva. Per quanto riguarda il rapporto tra violenza virtuale e violenza reale, sono stati intrapresi numerosi studi per capire quali effetti potrebbero avere i videogiochi sull’aggressività dei più giovani. Si è osservato che i giovani esposti a scene violente hanno maggiori probabilità di desensibilizzarsi e di conseguenza diventare più aggressivi. L’uso ripetuto ed esclusivo dei videogiochi da parte di ragazzi già vulnerabili può far luogo al fallimento della distinzione tra ciò che può essere immaginato e ciò che può essere agito. Lo stesso accade anche per quanto riguarda la visione dei film violenti.

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In molti casi il rapporto tra il gesto violento agito dal giovane e il bisogno di uscire da uno stato di noia evidenzia l’atroce banalità del male, la deumanizzazione della vittima, l’affievolimento etico e morale. La delinquenza giovanile vede oggi sempre più tra i protagonisti ragazzi appartenenti al ceto medio. Il gesto violento non è solo appannaggio di ragazzi vissuti in contesti degradati, ma da diversi anni la criminalità minorile si sviluppa anche in contesti ben integrati nel tessuto sociale. Questo fenomeno viene indicato con l’espressione "malessere del benessere": in tali situazioni il reato è il segnale di un malessere nonostante il benessere economico, e dunque trae origini da ragioni ancora più difficili da individuare. Sono storie di ragazzi "normali" che pongono a noi adulti una domanda inquietante: "Conosciamo davvero i nostri figli?".

Luana Campa

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