Era uno degli uomini più ricercati al mondo

Si nascondeva a soli pochi chilometri da una base Usa

Era_uno_degli_uomini_più_ricercati_al_mondo.jpg

Per anni il Mullah Omar è stato forse il terrorista più ricercato dell’intero Afghanistan dopo Osama Bin Laden. La sua ferocia, unita alla sua influenza sui gruppi armati talebani, lo rendeva uno degli uomini più pericolosi al mondo nonché un ambito bottino per soldati e cacciatori di taglie. Per anni le ricerche sono proseguite in Pakistan e in altre zone remote, dove si pensava che Omar si fosse prudentemente nascosto, eppure, ciò che nessuno poteva sapere è che il pericoloso ricercato non si trovava che a tre chilometri da “Lagman”, un’importante base Usa con all’interno oltre un migliaio di marines.

cms_12105/2.jpg

Figlio di poveri braccianti pashtun, Mohammed Omar era nato nelle capanne del piccolo villaggio di Nodeh, nell’Afghanistan sudorientale. Fin da giovanissimo egli ebbe la responsabilità di dover provvedere al mantenimento della propria famiglia a causa della prematura morte del padre e, come spesso accade in questi casi, la vita lo rese cinico facendo sì che egli accumulasse dentro di sé tanta rabbia, astio e aggressività. L’occasione per sfogare tale livore, ad ogni modo, non sarebbe tardata a giungere: presto infatti i Sovietici avrebbero invaso il Paese profanando i luoghi sacri della religione musulmana e umiliandone i valori, un’offesa imperdonabile per l’ultrareligioso Omar, il quale non ebbe alcun dubbio prima di imbracciare le armi e d’iniziare a combattere contro gli spietati invasori.

Sul campo di battaglia il nostro protagonista perse un occhio e vari lembi di pelle, ma in cambio ottenne numerosi AK-47. Già, perché nel bel mezzo della guerra fredda furono in molti i fornitori occidentali disposti a vendere armi ai futuri talebani per combattere il nemico comunista, così, quando a inizio anni 90 l’ormai disgregata URSS venne costretta ad abbandonare le regioni afghane, il Mullah si ritrovò in un territorio dominato da una sostanziale instabilità politica e a godere al tempo stesso di uomini ed armi in abbondanza: la situazione ideale per fare carriera in uno Stato Mediorientale.

cms_12105/3.jpg

L’occasione per salire alla ribalta non si fece attendere: nel ‘94 un signore della guerra locale rapì e stuprò due giovani donne del posto; Omar, alla guida di trenta uomini, riuscì prima a liberarle e subito dopo a vendicarle, ponendosi così agli occhi dei suoi concittadini come un uomo giusto in grado finalmente di portare ordine e morigeratezza laddove fino a poco prima v’erano stati solo libertinaggio e anarchia. In un Paese logorato da decenni di guerre e da una sostanziale depravazione dei costumi, l’idea di essere guidati da un uomo di fede appariva quantomai lusinghiera, così, nel giro di appena due anni, il Mullah venne proclamato “comandante dei credenti” (un titolo normalmente riservato ai califfi) e leader del neonato regime talebano o, come lui stesso amava chiamarlo, dell’“emirato islamico dell’Afghanistan”.

Sotto la sua guida, nel Paese venne vietata la musica o la visione dei film; alle donne venne impedito di studiare e di lavorare mentre gli uomini vennero obbligati a farsi crescere la barba e a non indossare mai abiti occidentali. L’adulterio, così come la sodomia o qualunque altra violazione delle leggi islamiche, vennero punite con la morte tramite lapidazione e le condanne vennero eseguite negli stadi così che tutti potessero assistervi.

cms_12105/4.jpg

Bisogna tuttavia sottolineare, che pur governando di fatto la nazione, il “califfo” si rifiutò sempre di trasferirsi a Kabul preferendo rimanere nelle remote province che molti anni prima lo avevano visto crescere e dalle quali ora comandava il Paese indisturbato. Sembrava che nulla potesse porre fine alla sua egemonia, almeno fino a quando nel 2001 gli attentati al World Trade Center e la conseguente invasione statunitense dell’Afghanistan rovesciarono il regime talebano costringendo Omar alla fuga.

Furono anni duri per il Mullah, eppure ancora una volta egli si rifiutò di abbandonare le zone del Paese a lui tanto care e piuttosto che fuggire all’estero, come in molti gli avevano consigliato di fare, preferì stabilirsi nel luogo più insospettabile: nella modesta abitazione di due abitanti di Qalat che lo ospitarono in cambio di denaro e che non si resero neppure conto di avere di fronte uno degli uomini più importanti dell’intero Medioriente.

Lì, Omar si comportò sempre nel modo più prudente possibile: evitò in ogni momento di parlare di politica, scrisse i suoi diari in un linguaggio inventato così che nessuno, neppure leggendoli, potesse comprendere alcuna informazione utile sul suo conto, e si limitò di tanto in tanto ad ascoltare la radio in Pashtu, grazie alla quale nel 2011 apprese della morte del suo un tempo amico Bin Laden. Per il resto, oltre ai due ignari padroni di casa la sua unica compagnia era offerta da Jabbar Omari, la sua fedele guardia del corpo.

Ovviamente, i rischi non mancarono: in un’occasione i soldati statunitensi attraversarono la strada della casa in cui Omar risiedeva proprio mentre questi si trovava in bella vista in giardino, non lasciandogli altra scelta che nascondersi dietro una catasta di legna; per sua fortuna però, i soldati non lo videro e proseguirono la propria marcia senza accorgersi di nulla.

cms_12105/5.jpg

Però, dove non arriva l’efficienza delle forze armate giunge il corso della natura: con gli anni il Mullah si ammalò fino a quando nel 2013 una tubercolosi lo portò via. La notizia del suo decesso venne accolta in maniera ambivalente dal mondo occidentale: da un lato vi era la gioia per essersi liberati di un così ostico nemico, dall’altro il rimpianto di non averlo catturato quando era ancora in vita. Ebbene, negli ultimi giorni quest’ultimo rimpianto ha assunto un sapore perfino beffardo quando Jabbari Omari ha rivelato ad una giornalista olandese di nome Bette Dam che, in realtà, il leader della più pericolosa e temuta organizzazione terroristica al mondo ha trascorso ben dodici anni della propria vita proprio a pochi passi dal nemico senza che nessuno se ne accorgesse. Spendere soldi ed energie per cercarlo in capo al mondo non ha avuto alcun senso per il semplice fatto che egli non ha mai lasciato i luoghi in cui era nato; forse è stato proprio questo a spiazzare l’intelligence americana. In fondo, talvolta paradossalmente le scelte più banali sono anche quelle più inaspettate.

Gianmatteo Ercolino

Tags:

Lascia un commento



<<Pagina Precedente | Stampa | Torna Su