Esemplare di Catopuma avvistato per la prima volta in Tanzania

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All’età di quattordici anni Alfred Russel Wallace venne costretto ad abbandonare gli studi: nell’Ottocento, chi era il figlio di un’umile famiglia gallese con ben undici bocche da sfamare, difficilmente poteva sperare in un padre talmente magnanimo da finanziare le proprie ambizioni scolastiche. Tuttavia, per una di quelle imprevedibili coincidenze che talvolta ci riserva la vita, il giovane Alfred si ritrovò tra le mani un libro che avrebbe cambiato per sempre il suo destino, il diario di Charles Darwin. Non gli occorse molto tempo: quasi immediatamente iniziò ad appassionarsi alla biologia e a qualunque cosa riguardasse il mondo degli animali o della loro evoluzione. Riprese gli studi, questa volta ovviamente da autodidatta, e non appena fu abbastanza grande iniziò a viaggiare in qualunque luogo ritenesse abbastanza esotico da poter soddisfare la sua curiosità. L’Amazzonia, l’isola di Komodo e della Nuova Guinea… ogni volta che v’era un luogo pieno di misteri egli non esitava a comprare un biglietto in terza classe per qualche nave transoceanica e recarsi dove avrebbe sperato di trovare ispirazione per le proprie ricerche zoologiche. Eppure, il viaggio forse più importante della sua vita fu in quella che all’epoca doveva probabilmente essere la zona più affascinante e selvaggia dell’intero globo terrestre: il Borneo.

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Lì, durante una delle proprie “gite” in una foresta vergine, Alfred Wallace s’imbatté nella casuale e per certi versi inaspettata visione di un animale mai visto prima dall’uomo… un gatto dal manto dorato, le orecchie rovesciate all’indietro ed il corpo lungo più di ottanta centimetri, quasi il triplo rispetto a quello un comune gatto domestico. In quel momento, il naturalista gallese deve aver avuto non pochi tentennamenti circa l’esatta natura della bestia, ma intuendo che essa doveva essere estremamente rara e preziosa la catturò portandola a Londra affinché potesse essere studiata. Purtroppo, i superficiali e forse non troppo attenti scienziati inglesi dell’epoca una volta avuta fra le mani la maestosa creatura, si limitarono a classificarla come un Prionailurus Planiceps, un tanto grazioso quanto comune felino asiatico già abbondantemente conosciuto dalla comunità internazionale. La scoperta del Gatto dorato, in altre parole, venne completamente trascurata… o meglio, per diversi mesi non si comprese neppure che si trattava di una vera scoperta.

cms_12565/3v.jpgI sacrifici compiuti da Wallace sarebbero probabilmente stati inutili se non fosse stato per il provvidenziale intervento di un’altra brillante mente dell’epoca: John Edward Gray. A differenza di Wallace, egli proveniva da una ricca e illustre famiglia di farmacologi, ma proprio come l’ambizioso ragazzo gallese anch’egli si era appassionato alla zoologia dopo aver dovuto abbandonare qualunque altra velleità professionale a causa della non troppo lungimirante decisione della Linnean Society di non ammetterlo nel proprio istituto. Studiando il cranio dell’animale, Gray riuscì a comprendere che si trattava di una nuova specie mai vista prima, una specie nuova e per certi versi incredibile, alla quale avrebbe dato il nome di Catopuma Badia.

A distanza di più d’un secolo ci aspetteremmo forse di sapere qualunque cosa riguardo il comportamento del Catopuma o, com’è stato ribattezzato dai profani della zoologia, il “gatto dorato del Borneo”. La verità è che quasi tutte le informazioni riguardanti questo felino sono tutt’ora ignote: già, perché dopo l’esemplare catturato ormai oltre centocinquant’anni fa da Wallace solamente nove avventurieri sono riusciti a ripetere la medesima impresa, ed anche quei pochi gatti catturati spesso erano stati precedentemente feriti da bracconieri e non erano riusciti a sopravvivere al lungo viaggio verso Europa; pensate che dopo il 1928 e per oltre sessant’anni nessuno di questi misteriosi “micioni” venne avvistato nel Borneo, al punto che qualcuno ne paventò perfino l’estinzione.

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Di essi, sappiamo solamente che tendono a consumare la propria esistenza nei pressi dei corsi d’acqua e che, quando è possibile, prediligono le regioni poste ad una latitudine fra i 500 e i 900 metri d’altezza. Negli ultimi anni varie ricerche hanno tentato di ampliare la nostra conoscenza circa l’universo dei gatti dorati: nel parco nazionale di Mulu sono state scattate ben 5034 immagini tramite delle trappole fotografiche (istantanee realizzate in autonomia con costose macchine nascoste nelle foreste). Il risultato? 5033 di quelle foto si sono rivelate completamente inutili e solo una è riuscita ad inquadrare un Catopuma. I ricercatori, usando metodi decisamente più tradizionali, hanno allora tentato di rivolgersi direttamente ai nativi del luogo i quali hanno tuttavia negato di aver mai visto una bestia simile, cosa peraltro alquanto difficile da credere vista l’ingente quantità di copricapi da cerimonia che i Dayak hanno confezionato con pelli di gatti dorati.

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La sconfortata comunità scientifica mondiale sembrava ormai rassegnata al fatto che neppure le persone più istruite del pianeta possono svelare i misteri della natura quando essi risultano così intricati; eppure, nella giornata di ieri un nuovo evento ha portato a un’incredibile svolta: una svolta, che segna al tempo un’interessante novità e un ulteriore mistero. Centinaia di fotografie hanno finalmente immortalato in modo soddisfacente ed esaustivo lo sfuggente gatto dorato, ma la cosa più incredibile è che contrariamente a quanto si potrebbe pensare esse non sono state scattate nelle foreste asiatiche ma al confine tra la Tanzania e il Congo, in una zona del mondo dove prima d’ora non vi erano state tracce del felino. Come esso sia arrivato lì o quanti esemplari abbiano popolato la regione è ovviamente ignoto, ma di certo le preziose istantanee costituiranno un importante strumento di ricerca nelle prossime settimane. È inoltre interessante notare che, così come oltre centocinquant’anni fa Alfred Wallace individuò del tutto casualmente il primo gatto dorato, anche il ritrovamento di questo stesso animale in Africa è stato alquanto fortuito: l’obiettivo iniziale dei ricercatori infatti era semplicemente quello di approfondire lo stato della biodiversità nel territorio, forse, essi stessi sono rimasti sorpresi quando hanno visto comparire innanzi ai propri occhi il maestoso e inconfondibile profilo del Catopuma badia. In fondo, verrebbe da dire che per quanto importanti possano essere la meticolosità e l’intelligenza nessuna di tali virtù potrà mai sostituirsi ad un pizzico di fortuna.

Gianmatteo Ercolino

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