FABER “AMICO FRAGILE”

A vent’ anni dalla scomparsa

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“Sicuramente ho paura della morte, non tanto la mia che in ogni caso, quando arriverà, se mi darà il tempo di accorgermene, mi farà provare la mia buona dose di paura, quanto la morte che ci sta intorno, lo scarso attaccamento alla vita che noto in molti nostri simili che si ammazzano per dei motivi sicuramente molto più futili di quanto non sia il valore della vita. Io ho paura di quello che non capisco, e questo proprio non mi riesce di capirlo”. Così Faber parlava della morte. Era l’11 gennaio del 1999 quando il grande poeta e cantautore genovese ci lasciava a soli 58 anni (ne avrebbe compiuti 59 a distanza di poco più di un mese).

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Cristiano, il suo primogenito, racconta che nel giugno del ‘98 il medico curante aveva pronosticato che a Fabrizio non restavano che uno, massimo due mesi di vita. In ogni caso avrebbe perso le forze e la voce, e avrebbe dovuto necessariamente interrompere il tour programmato per i mesi successivi. Ma non aveva fatto i conti con Faber, il quale portò a termine la tournée, probabilmente nella consapevolezza che sarebbe stata l’ultima. Di De André è stato scritto e detto molto, in articoli, interviste e libri a lui dedicati. Il suo animo ed il suo pensiero pervadono la poesia dei suoi testi, perché, al di là della musica, di lui si apprezzano i versi che, da qualche tempo, sono entrati a far parte delle antologie scolastiche affinché le nuove generazioni possano conoscere l’immensa eredità culturale del cantautore. Fabrizio era il poeta degli “ultimi” e di essi cantava. Nei suoi testi prende vita uno spaccato di umanità denso di significati e valori che non hanno tempo.

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Nota a tutti era la sua fraterna amicizia con don Andrea Gallo: di lui apprezzava il fatto che fosse “l’unico prete che non mi vuole mandare in paradiso per forza”. Alla morte di Fabrizio, don Andrea lo salutava con queste parole:

“Caro Faber, da tanti anni canto con te, per dare voce agli ultimi, ai vinti, ai fragili, ai perdenti. Canto con te e con tanti ragazzi in Comunità. Quanti «Geordie» o «Michè», «Marinella» o «Bocca di Rosa» vivono accanto a me, nella mia città di mare che è anche la tua. Anch’io ogni giorno, come prete, «verso il vino e spezzo il pane per chi ha sete e fame». Tu, Faber, mi hai insegnato a distribuirlo, non solo tra le mura del Tempio, ma per le strade, nei vicoli più oscuri, nell’esclusione [...] La tua morte ci ha migliorati, Faber, come sa fare l’intelligenza. Abbiamo riscoperto tutta la tua «antologia dell’amore», una profonda inquietudine dello spirito che coincide con l’aspirazione alla libertà. E soprattutto, il tuo ricordo, le tue canzoni, ci stimolano ad andare avanti. Caro Faber, tu non ci sei più ma restano gli emarginati, i pregiudizi, i diversi, restano l’ignoranza, l’arroganza, il potere, l’indifferenza.[...]È vero, Faber, di loro, degli esclusi, dei loro «occhi troppo belli», la mia Comunità si sente parte. Loro sanno essere i nostri occhi belli. Caro Faber, grazie! Intere generazioni conoscono a memoria i suoi testi. Dai nati negli anni ‘60 fino ai nostri figli, nati a cavallo del nuovo millennio. Se Faber fosse vivo riempirebbe i teatri e, perché no, anche gli stadi, proprio come accade oggi per le stelle internazionali. Eppure Fabrizio non amava esibirsi, accettando malvolentieri gli impegni che lo star- business gli imponeva.

cms_11439/4v.jpg Pochissime le interviste rilasciate, rare le sue apparizioni in tv.

Insomma, un uomo tanto schivo quanto geniale. “Tutte le sere - affermava - quando finisco un concerto, desidererei rivolgermi alla gente e dire loro: tutto quello che avete ascoltato fino adesso è assolutamente falso, così come sono assolutamente veri gli ideali e i sentimenti che mi hanno portato a scrivere queste cose e a cantarle. Ma con gli ideali e con i sentimenti si costruiscono delle realtà sognate. La realtà, quella vera, è quella che ci aspetta fuori dalle porte del teatro. E per modificarla, se vogliamo modificarla, c’è bisogno di gesti concreti, reali”. A proposito del suo essere anarchico, che mal coincideva con la religiosità espressa ne “La buona novella” (uno dei suoi più importanti lavori di ricerca non solo musicale), De André soleva affermare:

“Ho sempre detto che Dio è un’invenzione dell’uomo, qualcosa di utilitaristico, una toppa sulla nostra fragilità… Ma, tuttavia, col sequestro qualcosa si è smosso. Non che abbia cambiato idea ma è certo che bestemmiare oggi come minimo mi imbarazza”.

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Il sequestro di cui parla è la vicenda nota del rapimento in Sardegna, ai fini di estorsione, del cantautore e di Dori Ghezzi, sua compagna e successivamente sua moglie. Anche questa esperienza negativa fu per lui fonte di ispirazione. Nacque così Hotel Supramonte, una poesia intensa e dolorosa, sia pur carica di speranza. E ancora, sempre a proposito di anarchia: “Se posso permettermi il lusso del termine - soleva dire - da un punto di vista ideologico sono sicuramente anarchico. Sono uno che pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio”. Scrivere di De André non è semplice. Si rischia di essere ripetitivi o peggio inadeguati, tale è la grandezza e la molteplicità del poeta, del cantautore ma soprattutto dell’uomo. I testi delle sue canzoni sono densi di contenuti. Grazie ed essi, Faber prova a ridare dignità agli “ultimi”, a coloro i quali vivono ai margini della società, alle prostitute e alla gente normale. Intervistato sui valori e gli ideali, in una delle sue rare interviste, affermò: “Io penso che un uomo senza utopia, senza sogno, senza ideali, vale a dire senza passioni e senza slanci, sarebbe un mostruoso animale fatto semplicemente di istinto e di raziocinio, una specie di cinghiale laureato in matematica pura”.

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Di Faber ci manca l’ironia mista alla pacatezza, la sua intelligenza e la sua cultura. Ci mancano i suoi concerti, ma non la sua musica. Quella per fortuna sopravvive e vive in chi lo ama, in noi che continuiamo ad ascoltare le sue canzoni, nei nostri figli che studiano a scuola i suoi testi, e che grazie ai suoi versi imparano a rispettare gli umili poiché “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

Lucia D’Amore

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