FOLLIA A LAS VEGAS

Porto d’armi: una libertà da “rivedere”?

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Sono passate da poco le 22 quando nei pressi di Las Vegas accade l’inaspettato. Improvvisamente dei colpi di arma da fuoco attraversano la folla presente a un concerto di musica country, i morti sono più di 50 e i feriti oltre 200. Il killer, secondo la ricostruzione dell’accaduto, spara dal trentaduesimo piano dell’hotel Mandala Bay. Ci vuole qualche momento prima di capire cosa stia avvenendo. L’uomo accusato della strage, un certo Stephen Paddock di 64 anni, s’uccide. Da escludere che l’atto sia l’attimo di follia di uno sprovveduto, sembra di gran lunga un attacco studiato a tavolino. Non si ha la certezza che si tratti di un attentato, anche se l’Isis lo rivendica. Senza dubbio la facilità con cui circolano armi negli U.S.A, è un fattore facilitante di qualsiasi tipo di violenza.

cms_7357/2.jpgIl problema delle armi è un affare che attanaglia l’America da parecchi anni. Da sempre gli Stati Uniti affrontano la questione con pugno di ferro. Si stima, infatti, che il numero delle armi superi quello degli abitanti. D’altronde la costituzione americana considera il possesso di armi un lecito diritto del singolo cittadino, ovviamente a scopo di difesa. Tuttavia, la facilità con cui è possibile reperire un’arma lascia perplessi. Soprattutto per il fatto che sia concesso di portarla con sé praticamente ovunque e, in alcuni Stati, addirittura tenerla a portata di mano. Facendo i conti, 357 milioni di armi circolano indisturbate negli Stati Uniti, che ad oggi rimane il Paese con una percentuale di violenza civile tra le più elevate in assoluto. Nessuno se ne rende conto finché non accade l’imprevisto che scandalizza il mondo. In fin dei conti, però, c’è sempre un modello positivo in un mare di guai. Una lungimirante testimonianza di ri-educazione all’uso delle armi arriva un po’ in là nel mappamondo. L’Australia, dopo il colpo del giovane Martin Bryant che in una notte del 1996 uccide 35 persone e ne ferisce 23, cambia totalmente modo di operare. Anzitutto, la legge vieta i fucili a ripetizione e le semi-automatiche, poi impone la registrazione obbligatoria con il limite dell’acquisto dell’arma per i soli motivi di sport o caccia (a eccezione di coloro che la detengono per ragioni professionali). Inoltre, dal primo luglio di quest’anno, concede un periodo di esenzione della pena per il possesso di armi detenute illegalmente a coloro che consegnano volontariamente armi non registrate. La graduale diminuzione di omicidi e suicidi, per chi detiene armi in Australia, rappresenta un dato evidente. Interessante sapere che, invece, in Italia si sta registrando un boom di richieste per il porto d’armi.

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Forse il tutto necessita di una riflessione. Il punto è che pare quasi una necessità avere un’arma per difendersi. Un comportamento che ingloba un sentimento di sfiducia nei confronti delle istituzioni e il terrore di morire a causa di squilibrati. “Homo homini lupus est” (l’uomo è lupo per l’altro uomo), dice Hobbes con la saggezza di chi la sa lunga. Effettivamente, l’erba del vicino è sempre la migliore e molti ammazzerebbero la propria madre pur di appropriarsi di un pezzo di terra in più. A ciò si aggiungono i soggetti mentalmente disturbati, i delinquenti di professione e i fanatici della religione che, purtroppo, girovagano indisturbati. Per tali ragioni è fondamentale la presenza dei difensori della giustizia, investiti del nobile obiettivo di fornire la sicurezza per poter respirare in pace. Qui non dovrebbero sussistere lacune. Se il pericolo chiama, la sicurezza risponde. Ecco come bisognerebbe vivere.

Alessia Gerletti

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