GENIUS LOCI

Virgilio, Giacomo Manzù, Sergio Leone

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C’è un misterioso e profondo legame mitico, nel Lazio virgiliano, che unisce tre personaggi di fama mondiale vissuti in epoche diverse: il poeta Virgilio (70-19 a. C.), l’artista Giacomo Manzù (1908-1991) ed il regista Sergio Leone (1929-1989). Virgilio, Manzù e Leone si sono fatti interpreti di una realtà storico locale che gli antichi Latini definivano “Genius Loci” o Spirito del Luogo.

Genius Loci significa Mito, l’antica Memoria di una terra che si perpetua attraverso la sensibilità artistica di chi sa scoprire in un luogo ciò che è “ eterno”, universale ed immutabile nel tempo nonostante il perenne fluire di tutte le cose. Il grande maestro/interprete del Genius Loci latino fu Virgilio perché riuscì con il poema dell’Eneide, duemila anni fa, a perpetuare le più antica cultura locale/universale di quella terra che oggi è il Lazio virgiliano con tutti i suoi mitici luoghi. Per Giacomo Manzù e Sergio Leone il richiamo del Genius Loci è stato talmente irresistibile che alla fine della loro vita hanno espresso la volontà di riposare per sempre in pace in due luoghi emblematici del Lazio virgiliano: Ardea e Lavinium.

Giacomo Manzù scoprì Ardea mentre stava tentando di portare a termine quello che sarà uno dei capolavori della sua arte di scultore: la grande Porta della Basilica di San Pietro in Vaticano. L’artista era alla ricerca di un tema ispiratore per illustrare la sua porta di bronzo. Fu Ardea, con la sua natura ed il suo paesaggio, ad ispirare la ricerca dell’artista sul senso più profondo della Vita e della Morte. Giacomo Manzù, realizzato il suo capolavoro, decise di stabilirsi definitivamente ad Ardea nel 1964 dichiarando pubblicamente: ““Non sono stato io che ho scelto questo Luogo: è questo Luogo che ha scelto me. Solo attraverso l’arte posso spiegare perché vivo in questo paesaggio così suggestivo ed armonioso”.

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L’artista fece costruire la sua casa ed il suo laboratorio con la fonderia a Campo del Fico, di fronte all’antica città dei Rutuli, su un pianoro che oggi in suo onore è detto “Colle Manzù”, dove nel corso degli anni andarono a cercarlo personaggi di fama internazionale come presidenti della Repubblica italiana ed altri capi di Stato; poeti vincitori di premi Nobel; famosi critici d’arte, attori, registi e una miriade di giornalisti che gli chiedevano, come prima cosa, perché se ne era andato da “Roma, la città eterna”. Manzù rispondeva che non c’era niente di “più eterno di un filo d’erba”.

Nel 1969, intanto, era stato inaugurato, sotto la rupe di Ardea, il MUSEO MANZU’ con oltre 400 opere d’arte tra sculture, pitture, gioielli. Fu il primo museo in Italia dedicato alle opere di un artista ancora vivente. Manzù continuava a ripetere che Ardea era il luogo più bello del mondo e che non bisognava disturbarsi a portarlo via “quando verrà il momento perché voglio essere seppellito in questo luogo. Ad Ardea ho trovato la Pace e questa terra più antica di Roma mi ha fatto sognare l’eterno”. Il MUSEO MANZU’ di ARDEA, nel 1979, fu generosamente donato dall’artista allo Stato italiano con destinazione specifica alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna che si impegnò a “renderlo un centro vivo di attività culturali”. Fu il presidente della Repubblica Sandro Pertini a garantire che lo Stato italiano avrebbe rispettato l’impegno preso.

Giacomo Manzù, nato a Bergamo il 22 dicembre 1908, è morto nella sua casa di Campo del Fico il 17 gennaio 1991 e secondo la sua espressa volontà è stato sepolto ad Ardea nel parco del suo bellissimo museo dove una lapide ricorda “la terra sacra alle memorie dei Rutuli”.

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Il luogo virgiliano dove è sepolto Sergio Leone, un mito del cinema italiano e mondiale, è l’antica Lavinium che oggi corrisponde a Pratica di Mare. Sulla tomba del regista, nel piccolo cimitero sulla collina di Pratica di Mare, ci sono i leoni con la scritta “ C’era una volta, c’è, ci sarà sempre” che può essere considerato il logo del Genius Loci. Sergio Leone, come Giacomo Manzù, era affascinato dal paesaggio naturale e mitico locale: nel suo cinema western, come nell’Eneide di Virgilio, c’è la sfida finale tra il “buono” ed il “cattivo”. La differenza è che il “cattivo” del poema virgiliano (Enea, l’invasore) vince mentre il “buono” (Turno, l’indigeno) muore: è questo il brutto della realtà.

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Giacomo Manzù e Sergio Leone, dopo la morte, non sono riusciti a riposare in pace perché a Roma hanno tentato di tutto per sradicare Manzù da Ardea e Leone da Lavinium (Pratica di Mare). Un sindaco di Roma tentò in ogni modo di opporsi all’ultima volontà di Sergio Leone che voleva radicarsi per sempre nell’antica terra dei Laurenti dove veniva spesso con i suoi amici.

Per sradicare Manzù da Ardea, che nell’Eneide è la città dei Vinti, si mossero in tanti ed erano potenti ed arroganti. Nell’autunno del 2003 era tutto pronto per riesumare la salma dell’artista e portarla a Bergamo perché un partito di governo (la Lega Nord) sosteneva che Manzù “era sangue bergamasco e non poteva stare in quel paese romano”. Tutte le opere del Museo Manzù, con l’ingiustificabile avvallo della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma che avrebbe dovuto valorizzare questa straordinaria donazione nell’interesse generale di tutta l’area metropolitana a sud della capitale, erano destinate ad essere traslocate in una chiesa sconsacrata di Bergamo. Tutto sembrava perduto ed avviato ad un inarrestabile degrado quando un gruppo di cittadini si fece interprete dello Spirito del Luogo che antichi poeti come Virgilio ed Ovidio immaginarono come un AIRONE (Ardea Cinerea) che rinasce dalle ceneri.

Grazie ai ragazzi delle scuole di Ardea, di Pomezia, di Aprilia e di altri luoghi del Lazio virgiliano fu promossa una petizione popolare con la raccolta di diecimila firme indirizzate al presidente della Repubblica Ciampi. Nella petizione popolare si spiegava il profondo ed indissolubile legame che univa Ardea e Manzù e cosa si poteva e si doveva fare per rispettare la volontà dell’artista e gli impegni presi dallo Stato quando aveva accettato la donazione del museo. La mobilitazione popolare ebbe successo e grazie all’opera volontaria dei cittadini che realizzarono un servizio educativo e didattico il Museo Manzù passò dai cinquecento visitatori dell’anno 2003 ai quindicimila visitatori del 2010 con un pubblico riconoscimento dell’osservatorio turistico regionale. A questo punto ci fu la rabbiosa reazione del direttore generale presso il ministero per i beni culturali che, appena nominato, in una intervista al “Corriere della Sera” disse che il museo Manzù era il “peggiore d’Italia”. Ancora una volta furono i cittadini a smentire pubblicamente le false affermazioni di questo personaggio che poi fu cacciato dal ministero per i beni culturali quando se ne andarono i suoi padrini politici.

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Manzù ad Ardea è un caso emblematico di tutto il Lazio virgiliano perché testimonia a quale bassezza professionale, civile e morale possono arrivare politici, funzionari e dirigenti pubblici di istituzioni culturali della nostra bella Italia, ma nello stesso tempo dimostra tutto quello che può fare anche un piccolo gruppo di cittadini, radicati nel territorio, per il comune ben/essere culturale.

Il Museo Manzù, attualmente, non fa più parte della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, ma del Polo Museale Regionale che è sempre di competenza statale. La nuova dirigente, venuta da Torino, ha già perso un anno di tempo senza fare nulla per la valorizzazione del museo Manzù nel suo contesto di appartenenza (Lazio virgiliano) come prevede la legge. A questo punto, per i cittadini, c’è solo una cosa da fare: promuovere una azione di responsabilità civica per evitare che una legge fatta nell’interesse generale rimanga lettera morta.

Giosuè Auletta

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