GORGIO CALCATERRA: IL “RE” D’ITALIA

Il pluricampione mondiale di ultra-maratona si racconta in una esclusiva intervista per l’Internationalwebpost

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Nel nostro viaggio alla ricerca delle eccellenze italiane, siamo andati a trovare un asso dell’atletica di livello internazionale, Giorgio Calcaterra. Soprannominato “Re” Giorgio, l’atleta Azzurro ha vinto 3 volte il Campionato del Mondo di ultra-maratona, oltre ad avere collezionato una miriade di conquiste anche in campo nazionale come la vittoria per ben 12 volte consecutive della "100 km del Passatore", una corsa che si svolge ogni anno a maggio con partenza da Firenze e arrivo a Faenza. Dopo quasi quarantani di podismo, Giorgio spende ancora oggi il proprio tempo tra il lavoro, la competizione agonistica e l’impegno sociale. Da molto tempo detiene un record: è l’unico uomo al mondo ad aver concluso in un solo anno ben 16 maratone sotto le 2 ore e 20’, con un personale di 2h13’15” in maratona e 6h23’21” nella 100 km. Ecco uno spaccato, non solo sportivo, di questo grande atleta romano.

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Cosa spinge un uomo a correre per 100 km senza mai fermarsi?

Sicuramente la passione e la voglia di mettersi alla prova. 100 km sono tanti, lo ammetto, ma ho voluto provarli almeno per una volta e poi mi ci sono appassionato. Superare un certo kilometraggio ti fa sentire bene.

Quali sono i pensieri che accompagnano un ultra-maratoneta fino alla fine della gara?

Non ci sono dei pensieri fissi, a volte se sei molto concentrato sulla gara da non avere molti pensieri soprattutto se stai andando forte, in altri casi, quando te la stai prendendo comoda, puoi pensare a qualcosa che ti riguarda. Si può essere incuriositi anche solo da un panorama e magari pensi solo a quello che vedi. Però ci tengo a sottolineare, almeno nel mio caso, che non mi perdo in particolari pensieri filosofici e cerco quasi sempre di essere abbastanza presente, perché in fin dei conti si tratta solo di una maratona un po’ più lunga.

“La fatica non è mai sprecata: soffri ma sogni”, sono parole del grande Pietro Mennea: sei d’accordo?

In un certo senso si, anche se non mi piace, quando parlo della corsa, parlare di fatica. Tranne in alcuni casi quando, come lui, devi fare certi tempi. Comunque bisogna sempre cercare di gestire lo sforzo senza farlo diventare fatica. Quello che ci fa faticare è l’eccesso; ma se noi corriamo entro certi limiti non è fatica. Lo sport deve esser fatto per star bene.

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In Italia e nell’Atletica Leggera, dopo Mennea, non siamo più riusciti a trovare un campione del suo spessore: perché?

Sicurament, è lui che è stato qualcosa di straordinario e non è facile raggiungere quei livelli. I talenti, si sa, non nascono tutti i giorni. Probabilmente c’è anche un discorso più generale: nella nostra società (ndr, in Italia) non si punta sull’atletica, il giovane è attirato da altri sport trasmessi in tv, come il calcio; quindi meno persone praticano l’atletica e meno possibilità ci sono affinché si formino dei campioni.

Quindi è un problema più socio-politico o di gestione a livello federale?

È più un problema culturale, della società in cui viviamo. Non è una regola, ma di solito un genitore che corre porterà il figlio a correre, mentre un genitore che segue le partite di calcio in televisione o allo stadio, invoglierà il proprio figlio a praticare quest’altro tipo di sport. A livello federale si dovrebbe fare di più cosi come anche la politica attraverso le Istituzioni.

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Cosa intendi quando dici che “correre è la mia vita”?

È un concetto filosofico che ho fatto mio da quando corro. Sia chiaro che non è che corro tutto il giorno, ma la corsa scandisce le mie giornate. Mi da un senso assoluto di libertà: posso uscire quando voglio e posso andare dove voglio. Ho iniziato quando avevo dieci anni e ancora oggi corro ogni giorno, vado tutte le domeniche alle gare e partecipo a tanti eventi. È la mia vita!

Cosa significa, invece, quando dici che “si corre anche per gli altri”?

Spesso sento dire dalle persone “non corro per non togliere tempo alla mia famiglia”: io questa frase non la condivido. In realtà tu non togli del tempo alla tua famiglia, perché stai dando un buon esempio ai tuoi figli. Se tu fai sport stai più in salute, sia fisica che mentale, perché stai più rilassato e quindi la qualità del tempo che passi con la tua famiglia sarà migliore.

Ma, ha anche un significato di solidarietà?

Attraverso la corsa si mandano dei messaggi sociali, si aderisce a iniziative dando l’esempio. E poi si da un buon esempio. Di recente ho corso una gara a Canosa di Puglia (ndr, il “Trofeo Boemondo”, gara del circuito Terra di Bari in cui Giorgio ha trionfato) con un segno rosso sul volto a sostengo della giornata contro la violenza sulle donne. Ho partecipato anche a una corsa in cui si raccoglievano fondi per costruire dei pozzi d’acqua in Etiopia e correrò quest’anno a Roma “La Corsa di Miguel”. È un modo per amplificare la voce, per dare un segnale positivo e sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica su determinati argomenti a sfondo sociale.

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Qual è il tuo più grande rammarico?

Grandi non ne ho, ma uno piccolo si: avrei dovuto credere un po’ di più in me stesso, magari non avrei mai raggiunto chissà quali e quanti altri traguardi, però mi sarei potuto godere di più la vita.

In che senso?

La corsa mi ha dato grosse soddisfazioni, ma mi son sempre ripetuto che prima o poi l’attività agonistica finirà, e per questo nella mia vita ho sempre lavorato togliendo tempo agli allenamenti e quindi al raggiungimento di altri obiettivi sportivi di successo. Ma alla fine, comunque, mi sento una persona felice.

Quindi, dopo quasi 40 anni di carriera sportiva ti senti realizzato?

Mi sento abbastanza realizzato, ma non perché ho fatto chissà che cosa, ma perché penso che nella vita quello che conta è stare bene e divertirsi.

Hai sogni nel cassetto?

Correre una 100 km a cento anni che vuol dire augurarmi tanta salute e longevità. Ecco, il sogno di durare ancora così tanto ce l’ho!

Umberto De Giosa

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