Germania: l’antisemitismo sta tornando?

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Nella periferia nordorientale di Berlino sorge un quartiere di oltre 150.000 abitanti noto per la sua movida notturna, per i numerosi locali presenti e, conseguenza quasi naturale, per i numerosi giovani che lo affollano nei week-end. Non è un quartiere dall’architettura e dall’aspetto così moderno, come qualcuno potrebbe supporre, forse proprio a causa del fatto che è la zona di Berlino ad aver risentito meno dei bombardamenti degli anni ‘40. Ma, soprattutto, è uno di quei quartieri tanto diffusi in Germania che nel periodo immediatamente successivo alla caduta del muro ha iniziato a crescere a ritmi esponenziali, al punto da venire considerato fino al 2001 un distretto autonomo. Il suo nome è Prenzlauer Berg, ed è uno dei centri culturali e finanziari più importanti dell’intera nazione; in parte, forse, proprio per le numerose differenze etniche che lo caratterizzano, nonché per la sua capacità di proporsi come una zona in grado di ospitare e di far convivere culture e costumi differenti tra loro. A inizio anni ‘90, le principali differenze presenti a Prenzlauer Berg erano fra gli imprenditori occidentali, che con i loro abiti firmati e le proprie ventiquattrore si recavano nel quartiere attratti dalle ghiotte opportunità finanziarie, ed i tedeschi orientali, rimasti fino ad allora estranei al capitalismo al punto da essere contemporaneamente incuriositi e intimiditi dal nuovo sistema. All’epoca, il tentativo di coniugare le due culture funzionò perfettamente tant’è che oggi, recandosi nell’Ernst-Tallman Park o camminando sui marciapiedi di Landsberger Allee, risulta molto difficile distinguere a prima vista un tedesco occidentale rispetto ad uno cresciuto nella RDT.

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Eppure, negli ultimi anni è emersa una nuova e ancor più aspra contraddizione all’interno del quartiere, una diversità sociale e religiosa che, a differenza del passato, sembra essere ben più difficile da colmare in maniera costruttiva e pacifica: la differenza tra ebrei e musulmani. Inutile dire quanto, in tutto il mondo, il divario fra le due religioni sia apparentemente incolmabile e il dialogo quasi impossibile. Fin dall’Alto Medioevo, musulmani ed ebrei hanno manifestato, se non un’aperta ostilità, quantomeno una serie di tensioni, le quali a propria volta sono drasticamente riemerse nel secondo dopoguerra a causa della questione israeliana. Il punto è che in Germania, e in particolar modo nella città di Berlino, le comunità islamiche e quella ebraica sono entrambe presenti in quantità consistenti. Vi sono i turchi, i cui flussi migratori ebbero inizio addirittura nel XVIII secolo (quando il Kaiser Federico Guglielmo I, in nome di un’alleanza con gli ottomani, giunse ad accettare nell’impero prussiano l’introduzione di numerosi elementi riconducibili alla cultura turca). Vi sono poi i migranti economici, spinti dal desiderio di cercare fortuna nella nazione più ricca d’Europa, e infine sono presenti i rifugiati provenienti principalmente dal Medioriente, il cui accesso alla nazione è stato particolarmente agevolato dalla maggiore flessibilità che il governo di Angela Merkel ha adottato a partire dalla seconda metà del 2015. Vi è infine la comunità ebraica che, pur essendo stata decimata dal nazismo, negli ultimi anni è tornata rapidamente a crescere, specialmente nelle grandi città.

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A Prenzlauer Berg, tutte queste comunità sono costrette a convivere tra loro e questo, come detto, talvolta risulta molto più complesso del dovuto. In questo senso, non era poi così difficile immaginare che prima o poi, nel quartiere, le tensioni sarebbero esplose in episodi discriminatori. È di pochi giorni fa la notizia di due studenti universitari ebrei che, senza ragione differente dal più bieco antisemitismo, sono stati brutalmente aggrediti da un diciannovenne siriano-palestinese e da altri complici non ancora identificati dalla polizia locale. L’aggressione è stata ripresa da un cellulare e postata su Internet suscitando - questa è forse la notizia più sconvolgente! - l’approvazione di molti degli utenti che hanno avuto modo di visualizzarlo.

Quello delle violenze è un problema che gli ebrei tedeschi iniziano a conoscere sin da giovani: ad oggi, infatti, la maggior parte delle discriminazioni non avvengono tra adulti, ma tra bambini. Secondo un reportage della Bild, ai bambini ebrei vengono frequentemente mostrati da parte dei loro compagni di classe islamici video di decapitazioni attuate dall’Isis, mentre in chat, ai ragazzi ebrei, vengono spesso inviate minacce di morte o di torture perché colpevoli soltanto di non credere in Allah. Si tratta all’apparenza di semplici atti di bullismo e di arroganza, eppure questi episodi nascondono in sé un profondo razzismo che una parte dei bambini musulmani coltivano verso gli ebrei fin da piccoli. In merito a questi episodi, occorre sottolineare che a Prenzlauer Berg, ma più in generale in ogni quartiere della Germania con una forte presenza di minoranze etniche, non sono rari gli istituti dove i bambini musulmani arrivano a costituire fino all’80% degli studenti totali. In altre parole, in molte scuole i bambini islamici rappresentano la maggioranza e si sentono pertanto legittimati, complice anche la cattiva educazione ricevuta da parte dei genitori, ad imporre la loro cultura, la loro religione ed il proprio modo di essere. A farne le spese, ovviamente, sono prima di tutto i loro acerrimi rivali, i bambini ebrei; tuttavia, sempre più statistiche ci indicano che anche i giovani cristiani o i bambini senza un orientamento religioso cominciano progressivamente ad essere vittime di vessazioni e violenze psicologiche.

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Naturalmente, tutto questo ha quasi subito generato un aspro dibattito all’interno dell’opinione pubblica e della classe dirigente tedesca. I partiti di estrema destra, in particolar modo Alternative fur Deutschland, hanno apertamente criticato le posizioni del governo in merito al tema dell’immigrazione, asserendo che proprio tali politiche costituirebbero la radice stessa del problema; inoltre, la leader del partito Alice Weidel ha sorprendentemente annunciato che si unirà alla manifestazione programmata la prossima settimana contro l’antisemitismo. Molti opinionisti, a loro volta, hanno giudicato tale posizione strumentale: secondo gli avversari della Weidel, infatti, la sua sensibilità verso i problemi degli ebrei sarebbe in realtà finalizzata a screditare ulteriormente la comunità musulmana; una tesi che sembra trovare supporto nel fatto che, ad oggi, il 90% delle aggressioni subite dagli ebrei da parte di cittadini tedeschi vengono compiute da estremisti di destra, come ci rivela il commissario speciale per la lotta all’antisemitismo Felix Klein.

Il clima di tensione che si è creato, ad ogni modo, ha portato il presidente del Consiglio centrale ebraico, Josef Schuster, a consigliare agli ebrei di non mostrarsi in luoghi pubblici con indosso la kippah, il copricapo utilizzato tipicamente dagli ebrei più ortodossi. La ragione, ovviamente, è quella di evitare di essere riconosciuti e conseguentemente di esporsi al pericolo di ulteriori aggressioni. Dal canto suo Aiman Mazyek, uno dei principali leader della comunità islamica in Germania, ha espresso tutta la propria indignazione per quanto accade ogni giorno ai giovani ebrei; tuttavia, è evidente che tali dichiarazioni difficilmente saranno risolutive rispetto a un problema così complesso.

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È arduo trovare un compromesso fra quella che dovrebbe essere una giusta accoglienza da riservare agli immigrati e la difesa della propria identità culturale. Certo, il fatto che un immigrato si renda protagonista di atti di razzismo o di violenza risulta quanto mai intollerabile. La nostra solidarietà verso i bambini ebrei non può limitarsi alle parole, ma deve tradursi in azioni concrete: nessuno può pensare di approfittare dell’accoglienza o della generosità del popolo tedesco per imporre la propria arroganza, e questa è una posizione che andrebbe sottolineata con la massima decisione possibile. Eppure, non è rispondendo al razzismo col razzismo che risolveremo il problema: attenzione dunque a non strumentalizzare le pur preoccupanti notizie che giungono da Berlino per creare un clima di intolleranza verso gli immigrati o per arrivare a una generalizzazione nei confronti del mondo islamico, poiché questo, forse, è l’errore più grave che potremmo commettere in questa fase così delicata.

Gianmatteo Ercolino

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