HONG KONG: IL DESIDERIO DI DEMOCRAZIA SFIDA IL MONSONE

Ma, secondo gli esperti, le proteste che stanno coinvolgendo milioni di cittadini potrebbero non garantire i risultati sperati

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Neppure le avverse condizioni meteorologiche sono riuscite a bloccare le impetuose proteste dei cittadini a Hong Kong. Il weekend appena trascorso, infatti, ha visto scendere in strada ben 1,7 milioni di manifestanti che, muniti di ombrelli e impermeabili, hanno affrontato una violenta pioggia torrenziale accalcandosi nel Victoria Park. Sebbene le forze dell’ordine riportino la presenza di soli 128.000 contestatori, le stime ufficiali, diffuse dall’organizzazione Civil Human Rights Front, potrebbero persino rivelarsi riduttive: pare che non siano stati inclusi nel conteggio tutti i cortei sparsi per la città, in una protesta che, dunque, potrebbe complessivamente aver raggiunto i 2 milioni di partecipanti, come già accaduto nella marcia del 16 giugno scorso.

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Ancora una volta, i media hanno descritto una protesta del tutto pacifica, almeno sul fronte dei manifestanti. Un’enorme distesa di variopinti ombrelli ha sostato all’interno del parco restando pressoché immobile, rispettando il divieto di marciare imposto dalla polizia cinese. Sono stati gli stessi organizzatori a far defluire la calca verso le principali arterie della città quando il parco ha iniziato a strabordare. In serata, il raduno si è sciolto spontaneamente, senza l’intervento delle forze dell’ordine, che sembrano aver mantenuto un profilo basso rispetto agli scontri delle scorse settimane. Ma i metodi brutali con cui la polizia ha affrontato le mansuete orde di contestatori non sono certo finiti nel dimenticatoio: il popolo di Hong Kong chiede alle autorità di far luce sugli abusi di potere e sulle irregolarità commesse, oltre ad invocare elezioni democratiche a suffragio universale. Le ragioni alla base di quest’ultima rivendicazione gettano le loro radici negli ambigui e turbolenti rapporti che, da oltre vent’anni, legano Hong Kong alla Cina. Lo status di “regione amministrativa speciale cinese”, attribuito al territorio con il cessare della dominazione britannica, da sempre suscita non pochi problemi e dubbi di natura burocratica e legislativa, a fronte dei quali la Repubblica Popolare Cinese concede un’autonomia pressoché fittizia sulle questioni più rilevanti e spinose. Infatti, sebbene sulla carta sia riconosciuto ad Hong Kong un differente ordinamento giuridico, economico, politico e legislativo, la Cina non perde occasione di manifestare il proprio predominio in nome di una presunta “unità nazionale”, che si alterna all’espressione “un paese, due sistemi” a seconda delle circostanze e degli interessi in gioco; complice forse la florida economia di un territorio che, in una superficie di soli 1.106 km² (poco meno della provincia di Vibo Valentia, per intenderci), ospita una popolazione di 7 milioni di persone.

Ad accendere la miccia delle proteste è stata la proposta di emendamento della legge sull’estradizione che, se approvata dal Parlamento locale, avrebbe reso possibile processare gli accusati di crimini gravi in Cina invece che ad Hong Kong, mutilando quest’ultima della sua autonomia giuridica. Tale mozione è scaturita dalla vicenda di un giovane abitante di Hong Kong, colpevole di aver assassinato la sua compagna nel corso di una vacanza in Taiwan. Il 19enne non avrebbe voluto rimpatriare, chiedendo di sottoporsi a processo nello stesso Taiwan; ma la legge sull’estradizione gliel’ha impedito.

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L’emendamento, inizialmente promosso dalla stessa governatrice di Hong Kong, Carrie Lam - di cui ora si chiedono a gran voce le dimissioni - è stato sospeso lo scorso 15 giugno. Ma ciò non è bastato a placare gli animi ormai infervorati dei cittadini, spinti da un unico, ambizioso desiderio: riportare la democrazia nel proprio paese. Tuttora tale speranza non accenna a spegnersi fra la popolazione, che ieri ha sfidato il monsone pur di imporre, con una presenza pacifica e silenziosa seppur massiccia, il proprio bisogno di libertà.

Riusciranno le proteste, che ormai si susseguono da 11 settimane, a far tornare il sereno su Hong Kong? Anche se, con un pizzico di ottimismo, vorremmo poter rispondere affermativamente, le opinioni degli esperti sembrano virare verso l’ipotesi opposta. A tal proposito, Li Yuan e Javier C. Hernández hanno confessato al New York Times profonde preoccupazioni circa il destino di Hong Kong, dovute al fatto che le proteste non sono guidate da un leader capace di farsi portavoce della folla. Tale circostanza espone all’eventualità che ristretti gruppi di rivoltosi possano dar vita ad azioni violente, vanificando l’azione pacifica dell’intera popolazione e dando al governo cinese un alibi per inasprire controlli e limitazioni. “Il movimento è entrato in un periodo di incertezza; è possibile che si verifichino degli arresti. Tra i manifestanti stanno crescendo le divisioni. Senza un gruppo di leader riconosciuti le manifestazioni perdono senso” ha commentato Hernández dopo l’episodio che, alcune settimane fa, ha visto alcuni manifestanti mascherati vandalizzare la sede del Consiglio legislativo. Di certo i violenti tentativi di predominio non aiuteranno il popolo a conseguire l’obiettivo desiderato, acuendo le già ampie distanze ideologiche e culturali tra due territori solo geograficamente vicini.

Federica Marocchino

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