IL MONDO HACKER

UN’ANALISI SOCIOLOGICA-ETNOGRAFICA

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Da quando la tecnologia ha fatto la sua comparsa nei vari ambiti dello scibile umano e delle sue molteplici manifestazioni l’antropologia ha dovuto confrontarsi con una serie di sfide epistemologiche senza precedenti data la natura digitale del mezzo informatico.

In primis, la ridefinizione del lavoro di campo in relazione ad un nuovo spazio d’indagine, il cyberspazio, che ha insito la concezione di uno specifico spazio che l’etnografo è chiamato ad abitare, non più geograficamente delimitabile, bensì relazionale.

Christine Hine (2000), confutando la subordinazione del virtuale nei confronti del reale, introduce una sostanziale differenza: quella tra il cyberspazio decifrato come semplice artefatto tecnologico, ed internet come dimensione attiva impegnata nell’elaborazione di un proprio processo culturale. Come la stessa Hine afferma “concentration on a single geographic location could end up focusing on Internet as technology at the expense of Internet as a cultural context. For my purpose, I am drawn away from holism and toward connectivity as an organizing principle. [...] This my involve viewing the field, rather than a site, as being a “field of relations”(1): internet diviene, quindi, l’oggetto stesso della riflessione scientifica.

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L’etnografia, meglio definita da Arturo Escobar(1994) come cyberantropologia, deve dunque orientare e riadattare i propri schemi interpretativi al fine di poter esaminare la circolazione dei significati culturali, dell’identità e degli oggetti diffusi nello spazio-tempo digitale rispondendo a delle esigenze conoscitive legate alle pratiche ed ai domini delle attività umane a cui vengono finalizzate queste nuove costruzioni di realtà.

Quali sono, in definitiva, i technoscape, ovvero, le modalità con cui le nostre pratiche sociali ed etiche si modificano all’avanzare del progetto della tecno-scienza? Quali sono le nuove forme di pensiero che adottiamo e le nostre, ambigue, concezioni ontologiche in quest’adozione?

“ ‘Bodies’, ‘Organism’, and ‘Communities’ thus have to be retheorized as composed of elements that originate in three different domains with permeable boundaries: the organic, the technical (or technoeconomic), and the textual (or, broadly speaking, cultural). While nature, bodies and organisms certainly have an organic basis, they are increasingly produced in conjunction with machines, and this production is always mediated by scientific narratives (“discourses” of biology, technology, and the like) and by culture in general. Cyberculture must thus be understood as the overarching field of forces and meanings in wich this complex production of life, labour and language takes place”

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La premessa sottostante è che la disciplina antropologica deve essere in grado di analizzare la tecnologia in quanto teatro di produzione di cultura attivo nel tessuto sociale contemporaneo; quest’ultima, difatti, non rappresenta altro che un’invenzione culturale, frutto non solo della creatività umana, ma anche di un esito reso possibile unicamente grazie a determinate condizioni storico-sociali.

In secondo luogo, la cyberantropologia, oltre all’osservazione del campo virtuale, deve tener conto di come il computer abbia rimodellato i nostri modi di pensare e le nostre percezioni, e di quanto i new media non stiano cambiando esclusivamente i nostri stili di vita ma ci stiano progressivamente portando a una ristrutturazione non solo cognitiva ma anche delle personalità individuali e del sé.

La stessa Sherry Turkle(1995) ribadisce “we are using life on computer screen to become comfortable with new ways of thinking about evolution, relationship, sexuality, politics, and identity. [...] the self is no longer simply playing different roles in different settings at different times. The life practice of windows is that of a decentered self that exist in many worlds, that plays many roles at the same time

L’insieme di tutte le pratiche online è talmente vasto ed abbraccia una così ampia molteplicità di scenari ed attori, che risulta necessario ridurre il campo analitico. È per questa ragione che il presente lavoro ha lo scopo di trattare, quanto più esaustivamente possibile, una vera e propria comunità deviante in rete: il mondo hacker, come esempio di analisi etnografica applicata al virtuale.

Questo universo, per molti versi a sé stante, risponde ad una vera e propria etica con un codice ‘non scritto’ di principi, regole e valori attorno alla quale ruota e si fonda l’intera comunità hackerche prende vita dall’attività illegale di singoli hacker e di hack crew.

Alice My

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