IL PORTO DELLE NEBBIE

IL RAPIMENTO MORO (Sesta parte)

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Chi rapì Aldo Moro? Ormai, dopo tanti anni e tanti processi con relative sentenze, tutti sappiamo che furono le Brigate Rosse. Stop. Solo questo. Una banda armata, tanto nomi, ma nessun retroscena. Abbastanza strano, specialmente considerando il cambiamento che subì il Paese in conseguenza delle loro azioni. E poi, i fondatori delle B.R. nemmeno presero parte a quel rapimento, anzi, vennero arrestati nel 1974, ben quattro anni prima del sequestro dello statista. La cattura dei due avvenne a Pinerolo, in provincia di Torino, con un’abile strategia elaborata dal generale Dalla Chiesa. I due terroristi, infatti, furono traditi da Frate Mitra, alias Alberto Girotto, un rivoluzionario già prete e già legionario, che si offrì di aiutarli mettendo al servizio dell’organizzazione le sue competenze. In realtà Frate Mitra era appunto un agente, o meglio un infiltrato, perché aveva davvero combattuto contro il potere in Sud America, ma non apprezzava le B.R.; lui stesso scriverà la sua verità su quegli anni alcuni anni dopo. Ma il particolare inquietante è che in quell’agguato doveva essere presente anche una quarta persona, Mario Moretti. Proprio colui che già si era fatto notare per alcune disattenzioni ambigue, per alcuni fatti particolari, la persona che poi cambiò la direzione delle Brigate Rosse. E invece, guarda te il caso, Moretti venne avvisato in tempo, non si sa da chi, e lui non fece in tempo ad avvisare i suoi colleghi di banda armata! Effettivamente, all’epoca non esistevano telefoni cellulari, quindi è comprensibile l’impossibilità di contattare gli altri due. Ma un altro fatto strano si ricollega alla mancata cattura: la domanda fatta a Franceschini da un magistrato dopo l’arresto, il quale gli chiese, mostrandogli una foto che lo ritraeva assieme a Curcio e Moretti, se non gli sembrasse strano che proprio quella terza persona fosse riuscita a scampare alla cattura.

cms_7326/2.jpgTorniamo al rapimento, agli attimi di terrore vissuti in via Fani quella mattina del 16 marzo 1978. Gli spari, le urla, lo stridore delle gomme sull’asfalto, quella moto Honda che sfrecciava tra le macchine. Un attimo, moto Honda? Sì, qualcuno parlò di una moto in via Fani ma le foto, scattate da una persona affacciata al balcone, scomparvero dopo essere state consegnate a un magistrato. Moretti e Morucci, i due capi banda, dichiararono che senza dubbio non c’erano brigatisti a bordo della moto. Da allora permane il mistero, anche perché a bordo di quella moto c’erano due persone, una delle quali imbracciava un mitra che fece fuoco contro il civile, l’ingegner Marini, che si salvò dalla raffica micidiale solo perché caduto a terra di lato. Due uomini su una moto comparsa dal nulla e poi scomparsa anche dalle testimonianze, o meglio, da quelle poche testimonianze accreditate dalla magistratura (le altre furono considerate irrilevanti). E l’ingegner Marini? Lui disse di aver ricevuto, in seguito al fatto, telefonate minatorie con intimazioni al silenzio, anche perché aveva raccolto un caricatore del mitra, caduto a terra, e lo aveva consegnato agli inquirenti. A ciò si aggiunge che quel caricatore non venne in seguito messo a confronto con le armi ritrovate nei covi delle B.R.: anche questo un fatto anomalo, considerando che era stato rapito colui che stava cambiando la direzione politica dell’Italia. E poi, durante il trasbordo dello statista dalla sua vettura a quella dei brigatisti, nonostante la concitazione, le grida, la tensione, i rapitori ebbero il tempo di aprire le borse di Moro per prendere quelle contenenti documenti riservati. Sì, le borse, perché la moglie dello statista dichiarò che il marito portava con sé cinque borse, di cui una contente documenti riservati, una con medicine ed oggetti personali, e in altre tre tesi di laurea e ritagli di giornali, in particolar modo necrologi, in quanto Moro era convinto che dalle condoglianze delle persone si potessero ritrovare amicizie spesso nascoste. Quindi, nei pochi minuti occorsi per il blitz, i terroristi ebbero il tempo di aprire le borse, verificarne il contenuto e prendere quelle a loro necessarie, lasciando solo quelle contenenti le tesi di laurea e i ritagli. Che stranezza…dei terroristi dotati di capacità d’ analisi fenomenali. Di certo, non sono state fenomenali le indagini, nemmeno quelle dei servizi segreti, visto che a 200 metri da via Fani quel giorno, nello stesso momento, si trovava il colonnello Guglielmi, del Sismi. Presenza confermata dallo stesso Guglielmi, il quale dichiarò che si trovava in quel posto perché doveva andare a pranzo da un amico. Certo, erano le nove di mattina, ma magari si prospettava un aperitivo lungo, e poi il traffico di Roma, uno parte in anticipo. Figurarsi se un responsabile dei servizi segreti, per di più alle dipendenze del generale Musumeci, figura coinvolta nello scandalo P2, non si organizzava per tempo. Guglielmi sarà inoltre citato in una lettera anonima...

Paolo Varese

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