IL PORTO DELLE NEBBIE

LA GLADIO ROSSA

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Italia. Fine della seconda guerra mondiale. Macerie civili e sociali, un Paese da ricostruire e da rifondare, troppi nemici interni, a volte anche dalla stessa parte della barricata. Un unico partito godeva della maggioranza dei voti e anche della fiducia del popolo italiano, quella Democrazia Cristiana che rappresentava l’espressione di un Paese cattolico senza molta fede a cui aggrapparsi. E se gli Stati Uniti erano timorosi di un’avanzata del blocco sovietico, dietro la cortina di ferro si nutrivano gli stessi timori relativamente ad una alleanza atlantica. Quando venne stabilito il disarmo delle formazioni partigiane, proprio da parte degli anglo americani, non tutte le armi vennero consegnate, specialmente quelle ancora efficienti, con la meccanica più avanzata, che furono invece fatte confluire in un nucleo clandestino di azione. Le basi di questo nucleo erano presenti soprattutto nel nord e nel centro dello stivale, ed i suoi componenti erano prevalentemente ex membri delle brigate Garibaldi, partigiani di assoluta fede comunista che in un caso, quello dell’eccidio di Porzus, non avevano esitato a falciare i loro fratelli combattenti a colpi di mitra.

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Solo molti anni dopo lo scioglimento si sarebbe scoperto che queste persone erano direttamente dipendenti dai vertici del P.C.I., e precisamente da Pietro Secchia, delfino di Palmiro Togliatti. In realtà Mosca aveva dato disposizioni ben precise a Togliatti, e cioè che avrebbe dovuto tenere sempre allertata una forza clandestina da poter utilizzare in caso di guerra civile in Italia, poiché l’Unione Sovietica non sarebbe stata in grado di intervenire in modo efficace, a causa della ricostruzione in casa propria. Ma ciononostante i sovietici erano tenuti informati in modo continuativo, come dimostra un rapporto dell’ambasciatore U.R.S.S. in Italia datato 15 giugno 1945, in cui vengono riferite le mancate riconsegne delle armi. Questa struttura era tuttavia nota anche agli americani, e la prima relazione in cui se ne parla, ad opera del console U.S.A. in Italia, del 1947, cita anche i nomi dei capi, nonché il modo in cui è articolato l’apparato, composto da circa 77.000 persone.

cms_7952/3.jpgAnche la Jugoslavia di Tito, pur non essendo strettamente uno stato satellite dell’Unione Sovietica, fornì armi e mezzi ai combattenti dell’organizzazione clandestina, ed inoltre l’addestramento specialistico veniva effettuato nei territori sovietici, formando combattenti esperti in guerriglia, sabotaggio e intercettazione. Durante le elezioni politiche del 1948 si corse il rischio di dar fuoco alle polveri che covavano sotto le ceneri della ricostruzione, poiché l’alleanza delle forze di sinistra, con a capo il P.C.I., temeva che la Democrazia Cristiana non avrebbe mai riconosciuto la sua vittoria. Quindi l’apparato paramilitare venne tenuto in stato di allerta per un pronto intervento, si temeva la necessità di imporsi con la forza, e lo stesso Togliatti chiese all’ambasciatore sovietico se, in caso di provocazioni da parte dei democristiani, bisognava rispondere con una insurrezione armata. Fortunatamente Mosca rispose che si sarebbe dovuto ricorrere alle armi solo in caso di attacco alle sedi del P.C.I., ribadendo che la presa del potere attraverso una insurrezione non avrebbe potuto essere attuata in nessun modo, proprio poiché le truppe sovietiche non avrebbero avuto la capacità e la forza di contrastare un appoggio da parte degli Stati Uniti. Ma la Democrazia Cristiana vinse quelle elezioni con il 48,5 % dei voti, surclassando l’alleanza di sinistra, scongiurando pertanto possibili scontri interni.

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Un altro possibile innesco per una guerra civile si ebbe il 14 luglio del 1948, quando uno studente siciliano, Antonio Pallante, sparò contro Palmiro Togliatti. Quattro colpi di pistola, quattro esplosioni, mentre il leader del P.C.I. usciva da Montecitorio. Pallante venne subito arrestato, non si oppose, non fece resistenza, e durante l’interrogatorio affermò che Togliatti rappresentava un nemico della patria, che era al servizio di una potenza straniera, imputandogli anche gli eccidi ai danni dei non comunisti che si ebbero in seguito al finto armistizio. Ma quel gesto non venne visto come l’azione isolata di un folle, bensì come l’inizio delle provocazioni, cosicché iniziarono subito gli scontri di piazza, i disordini, le occupazioni, gli scioperi. La guerra era finita, ma il Paese ancora subiva la violenza.

Paolo Varese

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