IL PORTO DELLE NEBBIE

LA GLADIO ROSSA (Seconda parte)

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Italia. Fine della seconda guerra mondiale. Macerie civili e sociali, un Paese da ricostruire e da rifondare, troppi nemici interni, a volte anche dalla stessa parte della barricata. L’attentato a Palmiro Togliatti, il leader del P.C.I., da parte di un esagitato di nome Antonio Pallante rischiava di far sprofondare la Penisola in una guerra civile sanguinosa, e già si erano manifestate le prime sommosse, i primi disordini. Era il 1948, le forze di sicurezza erano ancora in fase di ristrutturazione, ed era impossibile impedire le requisizioni forzate di mezzi militari, le occupazioni, gli assalti. La C.G.I.L., il sindacato legato al Partito Comunista Italiano, indisse uno sciopero, e in molti videro nelle rivolte appena scoppiate un segnale, un pronti all’azione per la “Gladio rossa”, anche se altri osservatori si limitarono a giudicare il caos come una normale reazione popolare. Lo stesso Togliatti, però, si rese conto delle conseguenze insite nella propria condizione, pertanto inviò un messaggio ai dirigenti del suo partito invitandoli a non perdere la testa.

cms_8131/2.jpgIn realtà non esistono verbali di riunioni dei dirigenti del P.C.I, e solo la testimonianza del figlio di Pietro Secchia riporta quanto fatto dal politico per bloccare tentativi rivoluzionari e insurrezioni armate. Egli si espresse affermando che la guerra civile non era voluta dal P.C.I. poiché non era voluta nemmeno dai loro amici, con chiaro riferimento all’U.R.S.S. Inoltre riportò parte di un discorso di Togliatti alla Camera, in cui veniva ribadito che se il Partito Comunista avesse ritenuto di dover prendere il potere con le armi, lo avrebbe fatto, al pari di quanto fecero i bolscevichi nel 1917. In pratica venne affermata la propria forza come partito politico, ricordando anche la resistenza partigiana attuata fin dal settembre 1943. Ma ovviamente ci fu anche chi intravide dietro la cortina di fumo lanciata da Togliatti, tanto che, nella riunione del Consiglio dei Ministri del 29 luglio 1948, fu evidenziato come i carabinieri avessero notato le posizioni di battaglia assunte dai comunisti a solo un’ora di distanza dall’attentato, segno di una preparazione paramilitare e non di una rivolta improvvisata.

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In una successiva riunione fu lo stesso Ministro degli Interni, Mario Scelba, a mostrare i documenti che provavano l’esistenza di una organizzazione paramilitare clandestina, finalizzata alla lotta illegale, e coperta, forse anche sovvenzionata, dallo stesso P.C.I. Venne proposto di sciogliere il partito comunista, ma Alcide De Gasperi, il Presidente del Consiglio, si rese conto di come una mossa del genere avrebbe fatto di fatto legittimato il disastro civile e sociale. Il S.I.F.A.R., il servizio segreto militare dell’epoca, provò inequivocabilmente che a capo dell’organizzazione c’erano varie eminenze politiche, tra cui Arrigo Boldrini, presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani nonché comandante dei comitati rivoluzionari dell’Italia settentrionale, e Giorgio Amendola, politico ideatore dell’attentato di via Rasella per cui pagarono 335 vittime innocenti e al tempo stesso responsabile per l’organizzazione paramilitare dell’Italia centrale.

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Fu nel 1955, dopo la sottoscrizione del patto di Varsavia (una alleanza militare tra gli stati comunisti del blocco sovietico nata come contraltare alla N.A.T.O.), che il P.C.I. riorganizzò l’apparato paramilitare clandestino. Vennero create squadre di azione composte da poche unità, perlopiù specialisti ben addestrati, che avrebbero agito da quinte colonne, in caso di una invasione da parte degli stati aderenti al Patto di Varsavia, ossia Albania, Cecoslovacchia, Germania Est, Polonia, Romania, Ungheria, Unione Sovietica. Le redini dell’organizzazione passarono nelle mani di Giorgio Amendola, che nonostante il suo peso politico non riuscì a impedire la fuoriuscita di notizie, tanto che nel 1958 le forze dell’ordine italiane riuscirono a dimostrare l’esistenza dell’organizzazione. Nel tempo, con l’acuirsi della guerra fredda, i piani per l’Italia vennero abbandonati, e nel 1967 Giorgio Amendola venne incaricato di chiedere l’assistenza sovietica nell’eventualità di un colpo di stato, proprio a causa dell’obsolescenza delle armi e dell’avanzare dell’età per i membri aderenti. Ma la verità attendeva, come un faro nella nebbia.

Paolo Varese

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