IL PORTO DELLE NEBBIE

LA GLADIO ROSSA (Terza parte)

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Italia dopo la seconda guerra mondiale. Un Paese da sempre conteso per la sua importanza geografica, e non solo. Da un lato l’occidente, con gli Stati Uniti tesi a rafforzare la presenza su un continente ancora diviso da un muro di Berlino, unica nazione ad approfittare continuamente di aiuti, a differenza della Francia indipendentista anche nella terminologia; dall’altro i sovietici, con la voglia di mettere un piede dentro al parlamento, grazie a politici incapaci di condannare anche i misfatti praghesi e ungheresi. In questo contesto matura il rifiuto, da parte di alcuni esponenti del P.C.I., di abbandonare il sogno di una rivoluzione armata, di mostrare i muscoli, nonostante gli stessi sovietici siano contrari. L’organizzazione paramilitare, addestrata a tal scopo fin dalla fine della seconda guerra mondiale, è in una fase dormiente: i vecchi comandanti hanno ceduto il passo, e qualcosa è trapelato. Anche ai più alti livelli istituzionali. Già nel 1950 il SIFAR, il servizio segreto militare dell’epoca, aveva stilato un rapporto dettagliato, in cui venivano indicati nomi dei dirigenti coinvolti e la localizzazione delle strutture, regione per regione. Nel dossier era anche indicato il numero di persone coinvolte, e su cui avrebbe potuto contare la struttura in caso di bisogno: circa 250.000 unità, non abbastanza per fare una guerra ma senza dubbio sufficienti a consentire una invasione da parte dell’apparato militare del Patto di Varsavia, specialmente da parte dei Paesi confinanti.

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Nonostante richieste di mettere il P.C.I. fuori legge, si decise di optare per una linea morbida, per non innescare un processo che avrebbe portato alla guerra civile, con le braci fasciste ancora fumanti. E fu proprio la caduta del muro di Berlino a mettere in moto il processo di democratizzazione delle ex repubbliche sovietiche, con la conseguente accessibilità ai documenti riservati. L’analisi dei carteggi permise così di comprovare l’esistenza di questa organizzazione paramilitare in Italia, guidata da esponenti del P.C.I. direttamente nominati dal KGB e dalle alte sfere sovietiche. Su un articolo de L’Europeo del 31 maggio 1991, dal titolo “Di Gladio ne esisteva un’altra: quella rossa”, venivano rivelate le ubicazioni delle basi ed i depositi clandestini di armi, ed inoltre era riportata una interista a un dirigente della sezione del P.C.I. di Firenze, Siro Cocchi, il quale sostenne che l’organizzazione aveva solo compiti difensivi, poiché in alcuni Paesi europei, come la Grecia e la Francia, i dirigenti dei partiti comunisti locali erano stati arrestati ed erano comunque osservati speciali. Anche se, sempre Cocchi, affermò che non c’era collegamento diretto col P.C.I., dichiarando una autonomia difficile da credere. In un altro articolo, sempre de L’Europeo, venivano riportate altre circostanze che procurarono allarme nel P.C.I., tra cui il colpo di stato di Pinochet in Cile, nel 1973.

cms_8236/3p.jpgUn possibile golpe della destra nazionale era sempre stato temuto, e nonostante la nuova linea di apertura del P.C.I, erano sempre vive le preoccupazioni e le rivendicazioni di una base dura e pura, tra i cui membri spiccavano personalità del calibro di Giorgio Napolitano, in evidente contrasto con il suo segretario, Enrico Berlinguer, che invece voleva prendere le distanze dall’apparato comunista sovietico. Con l’arresto di Vito Miceli, il generale dell’Esercito Italiano comandante del SID, il servizio segreto militare, nel 1974, venne impartito l’ordine di mobilitazione e di massima allerta a tutti gli aderenti al P.C.I.; inoltre, le cellule dormienti dentro la RAI e gli altri media dovevano sabotare telecomunicazioni e articoli in caso di un golpe. Questo ordine venne dato all’insaputa di Berlinguer e dei suoi sodali, ma una volta diffusa la notizia, fu lo stesso segretario a ordinare l’istruzione di una inchiesta interna al partito, che culminò nella decisione di sciogliere le Commissioni Antifascimo, nel novembre del 1974. A seguito delle rivelazioni venne avviata una indagine da parte della Procura di Roma, che si concluse con una archiviazione del caso, pur rilevando l’esistenza della struttura paramilitare, e venne istituita una commissione di inchiesta parlamentare che rinviò tutto alla Commissione Stragi, dedicata alla ricostruzione dei fatti eversivi nella Penisola. Il risultato di tutto il lavoro svolto, grazie anche al ricevimento del cosiddetto Dossier Mitrokhin (una serie di schede trascritte da un archivista sovietico relative all’attività del KGB in Italia), portò alla stesura di 18 relazioni disgiunte, in cui veniva ammessa l’esistenza dell’apparato; ma, vista l’obsolescenza del materiale e la scomparsa dei comandanti e dirigenti, si concluse tutto con l’archiviazione. Ora il porto delle nebbie è sicuro, ma per i naviganti non sono i relitti del passato a dover preoccupare, bensì i misteri del presente.

Paolo Varese

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