INCONTRO CON LA MUSICA

INTERVISTA A FABIO LEPORE

Fabio_Lepore_Copertina.jpg

Classe 1976, cantante e vocal coach barese, non rinuncia a sognare nonostante il successo del suo album da solista e dei numerosi progetti di cui fa parte. Dopo diverse tournée in Italia e all’estero, dove ha portato la tradizione musicale italiana in chiave jazz, ha diversi progetti in cantiere e continua ad attingere ispirazione dal suo bagaglio di esperienze umane e professionali.

Com’è iniziata questa avventura di Pausa Caffè, cosa ti ha spinto a scegliere di reinterpretare quei brani?

È successo che negli anni di insegnamento ho appuntato dei brani che mi piacevano particolarmente, scoperti grazie agli input che mi davano gli allievi, e si è creata così automaticamente una lista di pezzi che ho reinterpretato con piacere. L’idea era recuperare ciò che la nostra tradizione musicale italiana jazzistica (da Luttazzi a Mina) ha offerto e aggiungerci del mio. Come ad esempio il brano “Brava” è stato scelto come sfida personale nel cantarlo, sia in studio che live, o come il brano “Sette uomini d’oro”, entrambi tecnicamente difficilissimi! Altri invece hanno un testo meraviglioso o degli arrangiamenti che mi hanno stimolato sotto il profilo interpretativo. Ma l’input principale è venuto dalle lezioni.

Perché la scelta di “Pausa Caffè” come titolo dell’album?

Perché l’idea chiave era proprio quello di legare il mio progetto all’italianità e ho pensato ad un nome che potesse rimandare immediatamente ad una tradizione italiana, ossia la pausa caffè! Per noi italiani è quasi sacra e all’estero è riconosciuta come nostra consuetudine, n ne ho avuto piena conferma quando sono stato in tournée.

Dove ti ha portato la promozione dell’album?

Fino ad ora siamo stati in tournée in varie città, sia in Italia che all’estero. Lo scorso anno siamo stati in Argentina, con sei concerti e due seminari presso scuole italiane; ci siamo esibiti nella provincia di Córdoba (un’aria grande quanto l’Italia!) e nella provincia di Catamarca, quasi al confine con il Cile. Poi siamo stati in vari teatri, al Jazz Festival di Minsk (Bielorussia) dove ho presentato l’album durante i mondiali di hockey sul ghiaccio e devo confessare che cantare davanti a quattromila persone è stata un’emozione particolare: con un repertorio di musica italiana in chiave jazz temevo di non entrare contatto con il pubblico ma non è stato così. Poi siamo stati in Bulgaria, in Cina (a Canton) per due concerti in teatro, sempre con la formazione concreta in quartetto.

cms_1869/DSC_5161.jpeg

Puoi rivelare qualche progetto in cantiere?

Per quest’anno sono in ballo diverse altre tournée all’estero: in Paraguay, nuovamente in Argentina (a Buenos Aires) e probabilmente in Kazakistan l’autunno prossimo, per un festival importante ad Astana.

Qual è il riscontro che hai avuto dal pubblico straniero?

Direi che sono popoli completamente diversi e quindi ogni volta che vado all’estero il contatto che ho è differente. In Argentina il contatto con il pubblico è simile a quello che ho con il pubblico italiano. In Cina, invece, il pubblico è completamente diverso! Non avevano comprensione di quello che dicevo a livello testuale quindi la musica aveva ruolo predominante.

A livello tecnico, per te che sei insegnante di canto, qual è stata la sfida più grande per questo album? Ti sei misurato con un repertorio leggermente differente da quello che hai sempre cantato.

In realtà ho sempre cercato di non pormi dei limiti, per natura sono portato a fare ciò che mi piace. Avevo la certezza che questo progetto mi sarebbe piaciuto ma l’obiettivo è stato raggiunto anche grazie alle capacità dei rinomati musicisti che mi accompagnano (Dino Plasmati alla chitarra, Marcello Nisi alla batteria, Dario di Lecce al contrabbasso, Gaetano Partipilo ospite per due brani) che hanno dato un taglio jazz a questi brani di natura pop. Quindi è venuta fuori una fotografia giusta di quello che sono. Più che sfida direi che si è trattato di un’esigenza particolare di quel momento, con quello specifico repertorio.

Quali sono stati i tuoi punti di riferimenti canori, i tuoi idoli?

Così come un buon ascoltatore di musica è sempre in evoluzione, lo sono anche io. Come ascoltatore ma anche come interprete. Sicuramente dieci anni fa avrei risposto senza dubbio Stevie Wonder, oggi confermo quel nome ma dato che i miei ascolti son sempre in evoluzione potrei aggiungerti una serie di artisti. Mi piace il soul, mi piace il jazz soprattutto sotto il profilo compositivo, mi piace lo swing. Mi piace adeguarmi allo stile che devo cantare. Le mie ispirazioni vocali sono tutti i grandi di ogni rispettivo genere: Swingle Singers, Take 6, Sinatra, Michel Legrand ..

cms_1869/intervista_a_fabio_lepore.jpg

Quanta importanza hanno per te timbro, estensione, tecnica? Come si intersecano nella tua vocalità? A quale cerchi di dare priorità?

In realtà sono un insegnante di tecnica canora ma non mi piace la tecnica fine a se stessa. L’obiettivo deve essere quello di avere più strumenti, più colori, in modo da dipingere più sfumature. Quando canto è come se dipingessi un quadro: non penso solo ed esclusivamente alla tecnica ma anche a come vorrei venisse dipinto quel quadro. Anche se si dovesse dipingere solamente con due colori, il bianco e il nero, il risultato potrebbe essere eccellente a differenza magari di un dipinto dai mille colori.

Cosa pensi dello stato attuale della musica italiana? Siamo spesso considerati i fanalini di coda nel panorama musicale internazionale, in particolare confronto con l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Cosa pensi che manchi agli artisti italiani di oggi?

È difficile che mi piaccia un artista pop italiano quindi condivido il fatto che in questo periodo scarseggiano i veri artisti italiani. Allo stesso tempo ti dico che avendo avuto la fortuna di girare il mondo con la musica italiana e avendo la certezza che noi italiani siamo esterofili (negli altri Paesi sono molto più conservatori e tradizionalisti) penso che dovremmo dare più valore alle cose che facciamo. All’estero, musica inglese e americana a prescindere, le maggiori culture musicali fanno riferimento proprio all’Italia. Le tradizioni culturali in generale ma anche musicali di ispirazione sono proprio quelle italiane. È chiaro che oggi rispetto a cinquant’anni fa la televisione fa da padrona, il marketing è spietato. Per cui è più difficile investire su qualcosa di qualità ma meno “redditizio” rispetto ad un qualcosa di qualità inferiore che però dà più introiti. Questo è l’impasse. L’audience purtroppo condiziona la qualità di ciò che viene proposto ma noi italiani abbiamo tutte le carte in regola per fare della buona musica. Bisogna concentrarsi e scegliere l’ascolto.

Pensi che questo pessimismo dilagante vada ridimensionato?

Dal punto di vista di fruizione musicale, direi che oggi siamo fortunati perché con la tecnologia ed internet abbiamo la possibilità di scegliere cosa ascoltare. E’ un vantaggio rispetto a cinquant’anni fa.

Fabio, sei anche fondatore del gruppo vocale acappella Mezzotono (composto da Daniela Desideri, Gaia Gentile, lo stesso Lepore, Marco Giuliani e Andrea Maurelli). Puoi anticipare qualcosa?

Quest’anno uscirà il nuovo disco Mad in Italy ed è un progetto a cui tengo molto e che spero di portare in giro per il mondo in questo 2015. Il titolo dell’album gioca sul doppio senso della parola “mad” che rimanda alla nostra pazzia simpatica e il “made” in Italy nel senso di produzione completamente italiana.

cms_1869/IMG_1919.jpg

Qual è la difficoltà più grande per un artista che si avvicina alla musica acappella?

Oggi si pensa che cantare bene pop possa essere fatto in poco tempo, forse anche senza aver fatto una lezione di canto ma basandosi sull’approvazione di chi ascolta. Per saper cantare bene in un gruppo vocale acappella occorre avere intonazione, controllo della dinamica, capacità di lettura, una serie di cose che sono frutto di studio. È più semplice cantare da solista che avventurarsi in questo genere di canto. Posso garantire a tutti coloro che vorrebbero avvicinarsi a questo stile di canto che è molto più stimolante rispetto al canto da solista!

Sappiamo che sei uno dei pilastri della scuola di canto Il Pentagramma di Bari, scuola che ha recentemente cambiato la sua sede storica. In merito alla tua attività didattica, cosa hai imparato dalla tua lunga esperienza? Immagino ci siano stati dei momenti di crescita e di studio anche per te.

Da insegnante ho imparato tantissimo, è stata la cosa che mi ha regalato più emozioni. Probabilmente me ne ha regalate più di quante ne abbia avuto stando sul palco. Ho avuto la possibilità di confrontarmi con tante persone che mi hanno arricchito da un punto di vista umano e professionale, facendomi crescere assieme alle cose che studiavamo. Non so se a livello artistico sarei stato lo stesso senza l’attività di insegnante. Mi reputo fortunato, non penso rinuncerò mai all’insegnamento.

Come insegnante, si sa, sei molto bravo. Come papà come te la cavi? Cerchi di trasmettere qualche stimolo musicale ai tuoi figli?

Come papà - sorride - cerco di fare il massimo. Ma ti confesso una cosa: mi piacerebbe che i miei figli si avvicinassero alla musica con totale naturalezza, senza imporre loro nulla. Se saranno attirati e se avranno piacere a farlo ne sarò felice anche io. Come i miei genitori mi hanno permesso di scegliere la strada che volevo, lo stesso farò io con i miei figli.

Se dovessi scegliere un brano che ti ricorda la tua famiglia, un brano che colleghi immediatamente.

My cherie amour di Stevie Wonder.

cms_1869/securedownload_(1).jpg

Hai un sogno nel cassetto?

Si. Dieci anni fa ti avrei risposto che mi sarebbe piaciuto viaggiare in tutto il mondo per portare la mia musica. Penso di essere riuscito a farlo e quindi per il domani ho un altro sogno: visto che sognare non costa niente, sogno di cantare nello spazio! Sto seguendo tantissimo l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti nel suo viaggio spaziale, è una donna fantastica! Ma ho notato una cosa: non è molto intonata. Allora ti direi che mi piacerebbe essere la prima persona intonata che canta nello spazio. È un bel sogno? (www.fabiolepore.it)

Giacomo Giuseppe Marcario

Tags:

Lascia un commento



<<Pagina Precedente | Stampa | Torna Su