IN CERCA DI GIUSTIZIA PER LE 298 VITTIME DELL’MH17

Quattro mandati di arresto per i presunti colpevoli del disastro aereo, dopo lo scambio di accuse tra Russia e Ucraina

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Finalmente, la tragedia che nel 2014 provocò la morte di ben 298 persone sembra essere vicina alla verità. Al termine delle indagini condotte dal Joint Investigation Team, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa non governativa Interfax, tre cittadini russi ed un ucraino sarebbero stati oggetto di un mandato di arresto internazionale nelle ultime ore, accusati di aver contribuito all’abbattimento del Boeing 777 il 17 luglio di cinque anni fa.

Torniamo a quella drammatica giornata. Decollato ad Amsterdam, alle 13:15 il volo MH17 della Malaysia Airlines fu colpito da un missile terra-aria mentre sorvolava la zona est dell’Ucraina. Il terribile schianto avvenne qualche istante dopo nei pressi del villaggio Hrabove, togliendo la vita a 15 membri dell’equipaggio e 283 passeggeri, tra cui tre ricercatori diretti a Melbourne, dove tre giorni dopo si sarebbe tenuta la ventesima Conferenza internazionale sull’AIDS. Ad oggi, è ricordato come il settimo incidente aereo più grave in base al numero di vittime, oltre che il terzo schianto a veder coinvolto un Boeing 777.

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Sebbene l’Organizzazione internazionale dell’Aviazione civile non avesse segnalato particolari condizioni di pericolo in quella regione, da lì a poco non solo Malaysia Airlines, ma anche altre importanti compagnie - come Lufthansa ed Air France - decisero di non sorvolare l’area orientale dell’Ucraina, optando per rotte alternative. Ai piloti statunitensi fu addirittura proibito percorrere quella zona con una nota da parte della Federal Aviation Administration.

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Fin da subito, i sospetti ricaddero sui separatisti filo-russi che controllavano, tra le altre, anche la regione di Doneck, proprio quella coinvolta nel macabro schianto, che appena qualche mese prima si era auto-proclamata Repubblica Popolare autonoma. A sostenere con forza questa ipotesi fu non solo il governo ucraino, ma anche l’intelligence statunitense che, sulla base dei dati ottenuti con l’ausilio di radar, conversazioni captate e fotografie raccolte sui social, azzardò una prima ricostruzione della vicenda. Entrambe le fonti giunsero alla medesima conclusione: quel missile terra-aria (riconducibile, tra l’altro, al sistema Buk sviluppato dall’Unione Sovietica) era stato sganciato con l’evidente supporto della Russia, considerato che, come dichiarato dall’allora presidente Obama, “i separatisti non potevano agire da soli”. Secondo le intercettazioni telefoniche tra i membri del governo della suddetta Repubblica di Doneck, diffuse dalle autorità ucraine il giorno dopo l’incidente, quel missile avrebbe dovuto colpire un aereo militare ucraino che trasportava i rifornimenti per l’esercito. Il destino volle che, in quegli istanti, fosse l’MH17 a sorvolare per primo la regione, scambiato dai filo-russi per il velivolo nemico che avevano intenzione di abbattere.

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Dal canto suo, il governo russo si difese ribattendo che l’Ucraina avrebbe dovuto assumersi ogni responsabilità, considerando che l’incidente era avvenuto nel suo territorio. I separatisti filo-russi mossero addirittura accuse dirette nei confronti del governo ucraino: Sergei Kavtaradze, rappresentante del primo ministro della Repubblica di Doneck, dichiarò che le forze separatiste non avrebbero potuto colpire un aereo localizzato a 10.000 metri di quota e svelò che, a detta di alcuni testimoni, sarebbe stato un aereo da combattimento ucraino ad attaccare il Boeing nei cieli della Doneck.

Due versioni contraddittorie, che hanno contribuito a intorbidire le acque. Sebbene tutte le parti in causa, come si può facilmente immaginare, volessero occuparsi delle indagini per imporre la propria versione dei fatti, la Convenzione sull’aviazione civile internazionale assegnò ufficialmente tale mansione all’Onderzoeksraad voor Veiligheid, l’ente olandese (con inquirenti di diverse nazionalità) che si occupa della sicurezza nei cieli. Il 7 agosto del 2014 l’Olanda firmò insieme a Belgio, Ucraina, Australia ed Eurojust (agenzia europea di cooperazione giudiziaria per il contrasto del terrorismo e della criminalità, ndr) un "accordo di non divulgazione" delle informazioni acquisite nel corso delle indagini. Il patto non fu sciolto neppure quando il Ministero della Giustizia olandese fu sollecitato dai parlamentari a svelare i dati che erano stati raccolti, in nome di una legge locale che sancisce il diritto di accesso agli atti amministrativi.

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Ieri, senza ulteriori dettagli circa la dinamica dell’incidente, sono stati dunque resi noti i nomi degli unici quattro sospettati: si tratta di Igor Girkin, Serghei Dubinsky, Oleg Pulatov e Leonid Kharchenko. I primi tre risultano essere ex membri dei servizi di sicurezza del Cremlino; nel 2014 Girkin ricopriva il ruolo di ministro della Difesa nella Repubblica Popolare di Doneck. Dubinsky era il capo dell’intelligence della stessa Repubblica, mentre Pulatov sembra aver procurato in prima persona il missile Buk usato per abbattere il velivolo. Infine, Kharchenko è stato identificato come uno dei soldati separatisti ucraini. Si può dunque facilmente intuire che la conclusione a cui si è pervenuti sia concorde con quanto ipotizzato in principio dal governo russo e dall’intelligence statunitense; si tratta della versione che ha riscontrato maggiore successo anche tra i media occidentali, e che quindi non stupisce affatto gli spettatori. Non resta che sperare di essere giunti finalmente al bandolo della matassa, per rendere giustizia a quei 298 innocenti, totalmente estranei all’intricato intreccio di interessi politici che ha condotto, forse per un banale errore, ad uno dei disastri più tristi e agghiaccianti degli ultimi anni.

Federica Marocchino

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