I GLORIOSI CARABINIERI “MARTIRI DI FIESOLE”

PER NON DIMENTICARE MAI.

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NEL 70° ANNIVERSARIO DELL’ ECCIDIO DEI CARABINIERI SBARRETTI, LA ROCCA E MARANDOLA CHE LA STORIA COMMEMORA COME “MARTIRI DI FIESOLE”.

“… le strade erano deserte, anzi, dalle loro pietre promanava il terrore “

CAMPANE A DISTES

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Un episodio sublime, il Martirio dei tre Carabinieri di Fiesole, scaturito nel contesto della lotta per la Liberazione dell’Italia, che mette in risalto in tutta la loro prorompente pienezza, le qualità intrinseche del Carabiniere. Eroi. “Viri” avrebbe detto il sommo Virgilio, che la sera di quell’ inenarrabile, tremendo 12 agosto 1944, privi di macchia, si offrirono spontaneamente ai nazisti per salvare la vita di dieci civili presi in ostaggio. Poveri cristi questi ultimi, laceri e sconosciuti, strappati alle loro famiglie e destinati al plotone di esecuzione nazista. Restituiti alla vita. Credo che da quel 12 agosto, siano tanti i Carabinieri in congedo e in servizio che -come me- si son posti le stesse domande: perché Fulvio Sbarretti, Alberto La Rocca e Vittorio Marandola l’ han fatto ? qual’ è stata la loro forza ? cosa hanno avuto in più di tanti altri ? Un ritornello che ora, a 70 anni di distanza dal feroce eccidio che spezzò le loro giovani vite, fa il suo imperioso ritorno. Un remake che induce a riflettere. Anzi, sono convinto che molti altri ancora suscitati dal forte richiamo, sentiranno il bisogno di recarsi sul luogo sacro per accendere un lume, deporre un fiore e pregare. A spontanea dimostrazione di riconoscenza e stima, amicizia e solidarietà per l’approdo umano, civile e militare che, con il loro gesto di gloria, quei valorosi Carabinieri hanno lasciato al mondo. Immolati in nome dell’Onor Militare e per la liberazione dell’Italia. Ciò, mentre dalle campane della torre del Palazzo della Signoria di Firenze, così come fu nel Medioevo (…voi suonate le vostre trombe, noi suoneremo le… nostre campane) partiva, con il loro rintoccare a distesa, l’ invito all’adunata. Un richiamo all’orgoglio italico; la parola d’ ordine a ribellarsi contro il giogo straniero, ad insorgere e ricacciare oltralpe il perfido nazista. Un’eco sorda ma solamente per gli usurpatori che, nonostante il sangue innocente da essi versato su ogni contrada ed orami con le ore contate, si intestardirono contro i miti Carabinieri: senza macchia, della Stazione dell’Arma di Fiesole.

L’ANTEFATTO

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Siamo nell’estate del 1944. Firenze è uno degli obiettivi principali dell’avanzata delle forze alleate che puntano a liberare al più presto il capoluogo toscano. Poco lontane da questa, le colline di Fiesole che costituiscono per i nazisti una zona nevralgica per tentare di contrastare l’avanzata degli alleati. La difesa della cittadina viene affidata al tenente Hans Hiesserich, che si insedia nella sontuosa Villa Martini. Dalla cittadina, allo scopo di martellare la pianura sottostante, viene piazzato un pezzo di artiglieria da 88 i cui operatori, per confondere le truppe nemiche, sparano alternativamente da due diverse postazioni. Il presidio nazista ha il compito di vigilare sulle strade di accesso a Firenze. Un compito reso difficile dalle frequenti incursioni dei partigiani che, distruggendo mezzi e postazioni difensive, inaspriscono gli occupanti. A prendere parte attiva alla lotta partigiana della zona, sono anche i carabinieri di stanza a Fiesole. Il cui comandante di Stazione è il vicebrigadiere Giuseppe Amico, al quale venne affidato anche il coordinamento di una delle otto squadre d’azione della V Brigata posta a presidio dello scacchiere “Marte-San Domenico”. Un’attività dissimulata e, nascostamente, ben condivisa dai Carabinieri con il loro consueto servizio d’ordine. Agli inizi di agosto, la situazione precipita. Ed in tutta la zona viene proclamato lo stato di emergenza. I nazisti, incalzati dalla pressione degli Alleati, oramai alle porte della città, fanno saltare tutti i ponti del capoluogo toscano; fortunatamente per l’umanità, fatto salvo “Ponte Vecchio”. A Fiesole non se la passano certamente meglio. Il ten. Hans Hiesserich, infatti, per ribadire il… pugno di ferro, il 5 agosto fece affiggere un manifesto che ordinava…<< l’immediata presentazione di tutti gli uomini abili compresi tra i 17 e i 45 anni, che saranno destinati a compiti di supporto civile all’esercito occupante. E minacciava la deportazione in Germania per chiunque fosse in sospetto di attività partigiana. >> E sulle case dei precettabili piombò il terrore. Alcuni si presentano; diversi si rifugiarono nel seminario o nella Cattedrale; molti altri si diedero alla macchia. E per i nazisti fu praticamente un flop. Nel fuggi fuggi generale tutti, nessuno escluso: donne, vecchi, bambini e gli stessi Carabinieri, si prodigarono, prima per facilitare la fuoriuscita dei clandestini dalla città e poi, per approvvigionarli di vettovaglie, medicinali, vestiario ecc. ecc., nei rifugi improvvisati.

LA REAZIONE NAZISTA

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Incattivito dall’esiguo riscontro ottenuto con la precettazione, Il 6 agosto Hiesserich fece arrestare il vicebrigadiere Amico che riteneva il primario colpevole dell’insuccesso facendolo tradurre in un campo di prigionia. Dal quale, il dinamico sottufficiale riuscirà ad evadere e dopo pochi giorni a ricongiungersi ai suoi collaboratori. Toccato e gonfio di rabbia per gli insuccessi locali e probabilmente pressato dal proprio comando supremo, il tedesco ordinò un’ulteriore azione tesa, stavolta, a scoraggiare ulteriori atti ostili da parte delle forze resistenti. Detto fatto, Hiesserich fece arrestare due tranquilli ragazzi del posto. I quali, pur essendosi dimostrati insensibili alle sue perfide avance e nonostante avessero categoricamente dichiarato di ignorare l’esistenza in loco di organizzazioni clandestine, furono ugualmente sottoposti a serrati interrogatori e tremende torture. E via dicendo, con crescente escalation giorno dopo giorno. Finché, il 10 agosto, nel corso di una delle solite scorribande a sorpresa, i suoi sgherri catturarono 10 civili. Presi a caso qua e la, gli sventurati vennero ammassati nell’ angusto sottoscala dell’Albergo “Aurora”, presidiato da un posto di blocco tedesco. Ma non basta. Lo stesso Hiesserich, che sembrava facesse del tutto per inasprire il proprio pessimo rapporto con la già stremata popolazione, fece affiggere un ulteriore bando in cui ammoniva che…” qualora si fosse verificato un qualsiasi attentato, i 10 ostaggi sarebbero stati passati per le armi”. Insostenibile.

LA RISPOSTA DELLA RESISTENZA

Nel frattempo in Firenze, occupata dall’ 8^ Armata britannica con la quale operavano le due Compagnie Carabinieri comandate dal capitano Mariano Piazza e Fausto Maria Gradoli, si cominciò a combattere strada per strada. Una situazione particolarmente delicata per i Carabinieri che, in caso di ritirata dei nazisti, sarebbero stati deportati al nord. Alla stregua, cioè, dei c.d. “Scudi umani”. Perentoria, quindi, la presa di posizione del Vicebrigadiere Giuseppe Amico, che consigliò ai commilitoni di abbandonare le Caserme e di raggiungere il Comando di Firenze. Per ottemperare allo stesso comando ma senza correre troppi rischi, i tre Carabinieri di Fiesole, pensarono di recarsi al Convento e travestirsi da “fratelli della misericordia”. I volontari, cioè, di una Confraternita locale che garantiva l’anonimato ed offrendo assistenza sanitaria sia ai civili italiani che ai militari tedeschi, godeva piena libertà di movimento. Nella stessa notte dell’ 11 agosto, i tre dopo aver convenientemente sotterrato nel giardino della caserma armi e munizioni, si diressero verso il Convento dei fratelli della Misericordia. Ottima la chance ma, purtroppo, tardiva l’esecuzione. I nazisti, infatti, allo scopo di paralizzare ogni via d’entrata e uscita dal paese, avevano piazzato solidi cavalli di Frisia e posti di blocco in ogni incrocio, le cui scolte avevano l’ordine di non far passare nessuno, compresi i membri della confraternita. Una doccia fredda per i Carabinieri di Fiesole che, in alternativa, decisero di rifugiarsi nella vicina zona archeologica, da essi ben conosciuta ed abbastanza sicura e da cui sarebbe stato più facile eludere gli sbarramenti tedeschi.

LE CONSEGUENZE

Ma l’abbandono della Caserma da parte dei Carabinieri non passò inosservata. Anzi. Informato della loro scomparsa, il Ten. Hans Hiesserich andò su tutte le furie. E, senza ripensamento alcuno, ordinò ai suoi sgherri di… trascinare nel suo ufficio il dottor Luigi Oretti e il ragionier Raffaello Neri, rispettivamente Segretario e impiegato comunale. Ed ivi, alla presenza dell’interprete ing. Silvio Boninsegni il rude tedesco, urlò ancora -affinché i dipendenti comunali se ne facessero carico- che avrebbe fatto uccidere i 10 ostaggi se i Carabinieri non si fossero presentati immediatamente a lui. Dal momento però che i funzionari non seppero fornire alcun tipo di indicazione, irremovibile Hiesserich ribadì a muso duro il triste verdetto: ’’O saranno fucilati gli ostaggi civili o saranno fucilati i Carabinieri ! ’’ e cacciò via tutti. Il segretario comunale si precipitò dal vescovo, Monsignor Giovanni Georgiso che, appresa la notizia, affidò al segretario della curia, Monsignor Turini, l’incarico del rintraccio dei tre. Rintracciati, i Carabinieri decisero che fosse Marandola a raccordarsi con i predetti per il da farsi. Il resto non si conosce. Certo è che i “Nostri”, benché fossero praticamente in salvo ed in procinto di riunirsi ai compatrioti nella Firenze liberata, non esitarono ad incamminarsi imperterriti alla volta di Villa Martini.

IL TRISTE EPILOGO

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Se nza macchia, senza peccato e nonostante: “le strade fossero deserte e pure dalle crude pietre promanasse il terrore…” i tre predestinati si avviarono verso il comando nazista: il loro Golgota ! Già Eroi; perché… anche se avrebbero potuto sottrarsi alla condanna, non lo fecero. Per salvare dieci sconosciuti.“ E si presentarono a testa alta, decisi e fieri al cospetto del ten. Hans Hiesserich: l’arbitro della loro sorte. Duro, inflessibile ed assai infastidito per la mancata collaborazione dei Carabinieri e senza tener conto del loro spontaneo ritorno, il tedesco confermò il triste verdetto; la sua estrema sentenza: la fucilazione. Sbarretti, La Rocca e Marandola si appressarono alla morte che, alle ore 20,30, li ghermì soffocandogli in gola l’ estremo “ Viva l’Italia ’’. Ed erano le 20 e 30 quando i Carabinieri Vittorio Marandola, Fulvio Sbarretti e Alberto La Rocca rendevano il loro ultimo servizio all’Arma e all’Italia. La nostra Patria che di lì a poco sarà liberata. Oramai Martiri di Fiesole. Un gesto eroico, stigmatizzato dal conferimento della Medaglia d’ Oro al Valor Militare.

IL MONUMENTO DI FIESOLE: LE SUE CHELE

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Un Monumento dedicato ai Carabinieri Martiri di Fiesole, dall’ architettura compatta e ardita che dal 1964, sfida il venticello fiorentino che si insinua fra le sue tenaglie protese verso quello stesso cielo che fu testimone del martirio. Un’eco sorda ma solamente per gli usurpatori che, nonostante avessero contezza della innocenza dei buoni Carabinieri della Stazione dell’Arma di Fiesole, si intestardirono pervicacemente contro di essi. All’indomani della ritirata dei tedeschi, i fiesolani composero degnamente le salme degli eroici Carabinieri nella Camera Adente del Cimitero cittadino. Più tardi, a memoria perenne di quel tremendo 12 agosto 1944 fu incisa ed affissa nel Palazzo Comunale, una commovente targa ricordo. Finché, ad onore e gloria dei valorosi Martiri di Fiesole, venne eretto il Monumento che dal 1964 troneggia dal Parco delle Rimembranze. Un monolite a forma di “Chele” le cui branche tentano inutilmente di chiudersi per spegnere la Fiamma che arde al centro. Monumento di cui sono orgoglioso di aver partecipato allo scoprimento nel lontano 1964. Allorquando, inquadrato nel Picchetto della Scuola Sottufficiali di Firenze ho, allora reso gli onori a quel simbolo dell’Orgoglio Militare voluto dall’ Arma, mentre l’indimenticabile Gen. Alfredo Arnera (Comandante della Legione di Firenze), lo svelava offrendolo al mondo.

P.S. Non è dato sapere come la Storia abbia giudicato il ten. Hans Hiesserich.

Giancarlo Giulio Martini

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