I SENTIERI DI PSICHE

FAME di…FELICITA’

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“C’è n’ape che se posa sopr’un botton de rosa:

l’annusa, e se ne va…

In fonno, la felicità

È ‘na piccola cosa”.

(Trilussa, “Felicità”, da Acqua e vino, 1927; versione in romanesco)

cms_12001/0.jpgCaro Lettore,

ci ritroviamo su I sentieri di Psiche e – come spesso accade durante i lunghi tragitti – ci si ferma ogni tanto per trovare ristoro…perché i nostri bisogni primari si fanno sentire e ci dicono di fermarci. Da qui il concetto di fame. Siamo abituati ad associare questo concetto esclusivamente all’abito dell’alimentazione ovvero fame come “sensazione provocata dal bisogno di assumere cibo” e tralasciamo che tale concetto spesso rimanda ad un significato molto più profondo; è noto infatti che anche i disturbi dell’alimentazione si sviluppano nell’ambito delle disfunzioni relazionali e quindi dove non c’è soddisfazione di un altro tipo di fame: quella di un adeguato accudimento, capace di soddisfare il compimento dello sviluppo evolutivo di un individuo.

E’ da quando ho iniziato a scrivere su I sentieri di Psiche che spesso mi accadono cose nella quotidianità che si intersecano per poi dare vita a ciò che scrivo; proprio ieri ho parlato con una coppia di genitori di una ragazzina affetta da una malattia rara: in questi casi la maggior parte delle volte i pazienti affetti da queste malattie si trovano nella condizione di non potersi più alimentare autonomamente ma soltanto attraverso ausilii artificiali; con i genitori abbiamo preso la decisione di comunicare alla paziente che non potrà più alimentarsi autonomamente e ciò comporta la privazione dell’atto del mangiare…

Qualche giorno prima, ero in attesa di un colloquio e d’improvviso è entrato nella mia stanza il portinaio dell’istituto: un uomo semplice, dallo sguardo perso ma tenace, una di quelle persone che per la strada molti evitano perché è evidente il suo fare bizzarro; l’uomo passeggia per i corridoi dell’istituto, scruta tutto e tutti in silenzio, poi dal nulla dice delle frasi che ti spiazzano…proprio come l’altro pomeriggio…entra nella stanza e dice: “mi mancano i professori, sono stati molto importanti per me. Tante volte chi non è di famiglia fa molto di più della famiglia”. Detto ciò, se ne va. Subito ho pensato alla grande responsabilità affidata ai docenti, di questa epoca in particolare; i nostri ragazzi vivono in un momento storico in cui la realtà è inevitabilmente filtrata dai media e dalla tecnologia, realtà nel senso anche dell’ascolto. Spesso capita che molti genitori si rivolgano a psicologi e anche neuropsichiatri infantili perché preoccupati per il rischio della dipendenza dei figli da internet: poi ascolti questi genitori e ti rendi conto, per esempio, che anche mentre sono in seduta, lasciano la suoneria alta del telefono oppure vedono e rispondono ai messaggi, magari mentre l’altro coniuge sta parlando col professionista d’aiuto.

Quali valori e quali significati importanti stiamo trasmettendo ai bambini, agli adolescenti? Da qui pensavo a ciò che è accaduto a Yale nel gennaio 2018: l’apertura del corso di “Psychology and the Good Life”: gli iscritti sono raddoppiati nel giro di tre giorni e ancora di più nei giorni a seguire, insomma circa un quarto dell’università; sul New York Times ne hanno parlato molto come fenomeno in crescita: il corso è stato pensato e tenuto da una professoressa di psicologia la quale insegna agli studenti a come vivere meglio ed essere felici; la docente ha puntato su questa tematica ritenendo che molti studenti, durante le scuole superiori, hanno sacrificato la loro felicità per raggiungere il top nelle performance scolastiche; in seguito a questo, molti allievi della scuola avevano chiesto un supporto psicologico per affrontare la sintomatologia scaturita dall’ansia. Spesso mi trovo a dire ai genitori dei ragazzi che seguo e ai ragazzi stessi che la scuola è sì importante, ma viene prima il benessere, la loro FELICITA’.

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Il significato etimologico di felicità è “stato d’animo positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri”; la radice “fe” indica abbondanza, ricchezza e prosperità; la particolarità di questo concetto è nella sua contraddizione e cioè che quando siamo felici sperimentiamo nello stesso tempo sia la percezione che lo saremo eternamente sia che quello che stiamo provando presto finirà. La felicità deriva dall’appagamento dei bisogni primari dovuti agli istinti e agli impulsi: la fame, il sonno, l’appagamento sessuale. La psiche quindi si “ciba”, si alimenta del piacere e dell’appagamento dei bisogni primari. Inoltre nell’ambito dello studio dei circuiti neuronali, è stata riconosciuta la centralità del sistema limbico nel procurare reazioni legate allo stato psichico così come agli sbalzi d’umore.

Un ultimo input che voglio lasciarvi nasce dal romanzo di Gian Mario Villalta “Scuola di Felicità” edito Mondadori: narra della vita di un professore, del suo disagio di fronte agli sguardi annoiati dei suoi studenti, la loro “fame” di cellulari durante la lezione; e la consapevolezza che “gli studenti che vanno bene avrebbero buoni voti con qualunque insegnante, quelli che vanno male invece vanno male con te…”. Nel frattempo nella scuola si respira una nuova aria, controcorrente, in cui l’obiettivo è aumentare la “Fil”, cioè la Felicità Interna Lorda….gli studenti quindi si dividono in due fazioni: i Marci e i Benesserini, questi ultimi chiederanno aiuto, coinvolgendo il professore, affinchè li sostenga nel loro bisogno di felicità, nella loro fame di benessere.

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Penso che tutta la nostra vita sia costellata da frammenti di felicità. Sono come le stelle cadenti: luminosi ma evanescenti. Pieni di significato e portatori di desideri, i nostri desideri più profondi che ci riportano al fondamentale e imprescindibile bisogno di essere accuditi, protetti, amati. La nostra vita, la nostra quotidianità si snoda e si compie attraverso questa apparente ripetitività che però diventa punto fermo e stabilità.

Il portinaio dell’istituto, in quel suo entrare fugace nella stanza per dirmi quelle poche parole, ha utilizzato la stessa modalità di comportamento appresa dalle decine di passanti che vede ogni giorno: camminare, passare avanti e tutt’al più fermarsi un attimo per chiedere un’informazione…lui, invece le informazioni le regala, le lancia all’interlocutore, come un messaggio in una bottiglia nel mare. Non sa dove andrà quel messaggio o chi lo leggerà, l’importante è averlo espresso. E in un attimo è felice perché si sente guardato, ascoltato, accettato pur nella sua bizzarria.

Siamo ciò che apprendiamo, ciò che vediamo: domandiamoci dove nasce la dipendenza dei ragazzi dai cellulari o dai videogames. E’ davvero una dipendenza? Oppure sta colmando un vuoto che trova le sue radici nelle relazioni affettive?

Educhiamo i nostri bambini e ragazzi all’ascolto, insegniamo loro il concetto di benessere senza dimenticarci mai della felicità: è una parola complessa e soprattutto la cosa più difficile a volte è consentire al prossimo di essere felice e cioè riconoscergli il diritto, la sacrosanta libertà di realizzare il proprio progetto di vita.

Alziamoci la mattina con l’obiettivo di aumentare la nostra Fil e andiamo a letto la sera chiedendoci se abbiamo realizzato, anche solo in parte, tale obiettivo.

Quindi, buona Felicità a tutti…

Alla prossima settimana

Teresa Fiora Fornaciari

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