I sentieri di Psiche

L’ABITO DELL’INVISIBILE

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cms_12075/DSC_2838.jpgCaro Lettore,ci ritroviamo su I Sentieri di Psiche…questa settimana ho pensato di parlarvi dell’invisibile, ovvero di ciò che non è visibile agli occhi. Da questa premessa, potrebbe sembrare che si parli di qualcosa di molto generico; in realtà nel percorso che ci unisce da circa un mese, stiamo incontrando storie di vita da cui sono scaturite molteplici riflessioni. Cosa è invisibile, chi è invisibile nella vita? Ce la poniamo mai questa domanda?

Soprattutto ci chiediamo se cerchiamo un significato al di là delle apparenze o delle nostre immediate impressioni e cioè al di là dei nostri pregiudizi. Penso che la parola invisibile rimandi a parole complesse come pregiudizio, ovvero un’opinione, preconcetta, causa di atteggiamenti ingiusti e a sua volta può essere anche una conseguenza derivante da un comportamento. In psicologia, e più precisamente in quella sociale, il pregiudizio è qualcosa che ha a che fare con un atteggiamento rigido e valutativo verso qualcuno o qualcosa; pertanto la funzione del pregiudizio sarebbe quella di rispondere al nostro bisogno di difenderci dal nuovo, dal diverso e da tutto ciò che possiamo percepire come minaccioso per la nostra identità; inoltre, il concetto di pregiudizio rimanda a emozioni come la rabbia e l’aggressività: avere un pregiudizio, infatti, consente di normalizzare o normativizzare comportamenti non condivisibili per valorizzare se stessi e/o il gruppo a cui si appartiene.

Da qui ne deriva l’invisibilità…chi è soggetto a pregiudizi finisce spesso per diventare invisibile: penso ai bambini vittime di maltrattamenti o contesi nelle separazioni, penso alle persone affette da patologie mentali così come da disabilità in genere, penso ai detenuti reclusi nelle carceri di cui si parla così poco e in particolare a ridosso dell’8 marzo, penso alle tante donne vittime silenziose di violenze fisiche, sessuali e psicologiche.

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Nel pensare alla donna, penso all’abito, un abito invisibile che la maggior parte di noi donne indossa quotidianamente quando senza lamentarsi intraprende la sua “lotta” quotidiana contro quello che continua ad essere uno stereotipo di genere: che lei non ha la stessa forza dell’uomo, che per esempio essere casalinga vuol dire non lavorare; penso alle mamme di figli con disabilità che ogni giorno lottano col sorriso sulle labbra.

L’abito invisibile spesso è quello che la società fa indossare alle vittime del pregiudizio così come a volte è un qualcosa che viene “indossato” per scelta. L’abito è qualcosa che ognuno di noi utilizza al di fuori della propria casa, all’esterno del proprio nido ed equivale ad una corazza, ad un velo che ci difende dagli stimoli esterni.

Proprio qualche giorno fa, riflettevo un ragazzo sul fatto che è importante chiederci cosa trasmettiamo a coloro che ci sono di fronte; a volte ci si chiede il motivo per cui coloro che con cui ci relazioniamo reagiscono in un certo modo; tante volte diamo per scontato che la reazione o il comportamento del nostro interlocutore sia causato da chissà che cosa e non ci chiediamo se qual comportamento in realtà non lo abbiamo provocato noi. Ho potuto constatare che porre una barriera tra noi e gli altri, erigere muri di distanza, seppur in un’apparente convivialità spesso rimanda al disturbo ossessivo compulsivo: paradossalmente, diminuito il sintomo, emerge una modalità relazionale orientata alla simbiosi oppure alla distanza. Credo nella circolarità delle relazioni e quindi penso che la maggior parte delle volte siamo noi in qualche modo a determinare i comportamenti di chi ci è di fronte.

Il significato letterale della parola abito è “quantità di stoffa necessaria per confezionarlo” e in senso più profondo, è un’inclinazione a un determinato comportamento; il concetto di quantità di stoffa necessaria rimanda alla necessità di un equilibrio nei rapporti umani che è dato dalla consapevolezza e dalla gestione delle nostre emozioni. Ne consegue che l’abito è qualcosa che ognuno di noi indossa per vivere nella società e che ci consente di negoziare col prossimo nuove regole di comunicazione, di convivenza, di condivisione.

In riferimento al concetto di invisibile, mi preme lasciare al Lettore due importanti spunti: uno riguarda a ciò che viene fatto in terapia familiare quando – una volta convocata la famiglia e non si presenta un componente – si lascia comunque la sedia libera tra i componenti presenti, proprio perché quell’invisibilità viene ri-significata in terapia nel corso della seduta.

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Infine, vorrei accennare alla storia di Marguerite raccontata da Julie Dachez con una graphic novel che ha preso vita dal suo vissuto personale: esce quindi un libro intitolato “La differenza invisibile” che narra di una ragazza di 20 anni circa che tenta di condurre una vita normale, fino a che non scoprirà di avere un modo diverso di approcciarsi agli altri e da quel momento per lei inizierà una nuova fase…si parla di una ragazza Asperger, resa invisibile poiché non riesce ad adattarsi; preferisce restare in solitudine per evitare il rischio di essere osservata. L’autrice ha dichiarato: “La vostra differenza non è un problema ma la soluzione perchè siete un antidoto alla nostra società, malata di normalità”. Cosa sia in effetti la normalità è un discorso abbastanza complesso: sicuramente in questa epoca storica è necessario che in particolare i ragazzi siano educati alla consapevolezza della propria individualità con tutto quello che ne deriva e cioè che l’essere diversi uno dall’altro è un elemento di ricchezza, sempre, e non di svantaggio. Ed è per questo che è importante diffondere una cultura del rispetto dell’identità e della libertà di ciascun essere umano.

Alla prossima settimana

Teresa Fiora Fornaciari

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