I sentieri di Psiche

CAMICI BIANCHI E…VUOTI

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“Mantenetevi folli, e comportatevi come persone normali”

Paulo Coelho

cms_12472/DSC_2838.jpgCaro Lettore,

ci ritroviamo su I sentieri di Psiche e, come di consueto, camminiamo lungo il nostro percorso osservando tutto ciò che ci circonda…come sulle strade della nostra quotidianità, ci capita di incontrare un ragazzo che vagabonda per i sentieri: egli non sa più chi è, dice di essersi perso e di non sapere dove andare…è un paziente psichiatrico.

Beh, è di questo che vorrei parlarvi oggi. Vorrei narrarvi di coloro che soffrono nell’anima e nella mente, non soltanto per eventi subiti ma anche per patologie organiche che molto spesso sono ereditate ovvero sono caratterizzate da una familiarità.

Circa dieci anni fa, ho intrapreso un tirocinio formativo presso la Clinica psichiatrica del Policlinico di Bari; il primario di allora, un professore illuminato e moderno, desiderava che all’interno del reparto e quindi proprio nelle stanze di ricovero, ci fosse la figura dello psicologo poiché riteneva che al di là della patologia psichiatrica, persino nel paziente schizofrenico, esistesse un’area psicologica bisognosa di cura, in particolare a seguito di uno scompenso che aveva portato al ricovero coatto o – nel minor dei casi – volontario. Il prof era un fautore della legge Basaglia, e cioè la legge del 13 maggio del 1978 in tema di “accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”. La legge in realtà durò pochi mesi fino all’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale all’interno del quale fu poi attuata; la legge prende il nome dallo psichiatra Basaglia, estensore materiale della stessa. Il medico illuminato, ispirandosi alle idee dello psichiatra statunitense Thomas Svasz attuò una riforma nell’organizzazione dell’assistenza psichiatrica ospedaliera e territoriale, proponendo un superamento della logica manicomiale. Basaglia sosteneva che “Non è importante tanto il fatto che in futuro ci siano o meno manicomi e cliniche chiuse, è importante che noi adesso abbiamo provato che si può fare diversamente, ora sappiamo che c’è un altro modo di affrontare la questione; anche senza la costrizione”.

La legge 180/78 entrò a fare parte integrante della legge 833/78 e la psichiatria nonché la cura delle malattie mentali avrebbe cassato di avere una sua legge speciale, separata e scissa dalle leggi e dalle norme che regolano la salute globalmente intesa dei cittadini; la patologia psichiatrica non era più di competenza del Ministero dell’Interno ma di quello della sanità. Si passava quindi dal concetto di custodia a quello di prevenzione, cura, terapia e riabilitazione. I “diritti” venivano riconsegnati alle persone, e le stesse ri-diventavano soggetti attivi di cittadinanza ed in questo passaggio ri-trovavano le loro possibilità di cura e le loro potenzialità di sviluppo, oltre che la loro identità.

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Il “luogo” di tutela e di custodia in cui nel tempo si era trasformato il manicomio, tradendo altresì i suoi motivi ispiratori ottocenteschi, veniva definitivamente abbandonato e lasciato al suo destino, di reperto storico ed archeologico. Il manicomio era ormai collocato nello “spazio/tempo” della “memoria”. La legge 180 va letta nei suoi significati essenziali e fondanti che appaiono tuttora valori inalienabili: “negare la legge 180/78 assumerebbe il significato di negare tutto quello che successe in quel periodo della nostra vita democratica” sostenne qualche anno fa il prof. Nardini primario della clinica psichiatrica di Bari.

Le parole “persona” “malattia” e “salute” non si autoescludono l’un l’altra. Non sono in contrapposizione. La “malattia” esiste unicamente nella “persona”, essere vivente e vitale; la “persona” cessa di esistere in quanto tale al momento della sua “morte”. Nell’individuo “morto” non esiste “malattia”, esiste unicamente il “reperto anatomico”. “Persona”, “salute” e “malattia” sono da leggersi all’interno dello svolgersi del progetto esistenziale, ricongiunto sistematicamente nei suoi vari momenti dal soggettivo senso della vita e dalla coscienza. In questa ottica anche “salute mentale” e “salute fisica” si rivestono di significato solo se intimamente congiunti e inscindibili. A questo discorso è inevitabilmente legato il tema della paura: la paura come sentimento umano che anima la mente del paziente psichiatrico così come la nostra, che viviamo in un’illusione di “normalità”. Ma cos’è questa “normalità”? “In questa società non è semplice comprendere cosa sia la follia; anche essere originali o lontani dal conformismo potrebbe voler dire “essere matti”. In realtà, la società molto spesso riflette la paura, appunto, che impazzire non sia poi così difficile ed impossibile.

Ma la paura è anche e, soprattutto, quella del paziente il quale nella consapevolezza della sua patologia, non rivela le sue emozioni poichè teme le conseguenze di una dolorosa confessione a se stesso e agli altri. Anche le famiglie dei pazienti vivono l’angoscia e la paura e negano sino all’inverosimile che una persona a loro cara possa avere dei problemi.

I camici bianchi e vuoti molto spesso sono quelli indossati, anche non materialmente, da coloro che guardano la patologia mentale, il disagio e la preoccupazione dei familiari dall’alto delle proprie competenze tecniche, ma non sempre umane; il nostro mestiere, al contrario, impone di mettere innanzi a tutto l’umanità, la comprensione, l’immedesimazione e poi unire la tecnicità, la professionalità, le competenze. La difficoltà più grande nel preparare e “servire” questa pozione è quella di non far prevalere l’umanità sulla competenza poiché sappiamo bene quanto sia terapeutico il distacco, il giusto distacco dal paziente, che diventa chiave di svolta nel percorso di cura e di guarigione, quando quest’ultima è possibile.

La paura è anche quella di non riconoscersi e di non essere riconosciuti, di percepirsi e di essere percepiti nella propria identità ma unicamente per la loro alienità che è parte e non il tutto. La “negazione” invade il mondo del paziente e della sua famiglia e per contrappunto la società nel suo complesso. La paura è quella per il futuro: “La malattia mentale ha preso il tempo della mia vita e ora la mia sofferenza si è ridotta…..ma ho paura”: sono parole di un paziente accolto in una comunità terapeutica; ed ancora, lo stesso paziente ricorda la fase successiva allo scompenso acuto che lo ha immesso nel mondo della diagnosi psichiatrica: “Riduzione della sofferenza con un interrogativo sul futuro”.

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Il ragazzo incontrato sul nostro sentiero vive in un tempo sospeso ed interrotto, e per paura si è fermato, in quel tempo senza tempo; prendiamolo per mano e incoraggiamolo a percorrere nuovi sentieri della vita, seppur scuri e sconosciuti, che lui non immaginerebbe mai di poter percorrere.

E’ un viaggio in cui non può essere lasciato solo. Voglio ricordare la canzone di Simone Cristicchi Ti regalerò una rosa, che vi invito a riascoltare, e una frase in particolare “la mia patologia è che son rimasto solo. Ora prendete un telescopio misurate le distanze guardate tra me e voi chi è più pericoloso” .

I camici bianchi sono quelli che molte volte indossiamo davanti ai nostri pazienti vedendo la loro diagnosi e non il loro volto, la loro espressione, il loro bisogno di accudimento e cura, non intesa in senso medico ma in senso umano ed emotivo.

I camici bianchi e…vuoti sono quelli che dovremmo iniziare a togliere di dosso appendendoli ai muri delle nostre stanze professionali per indossarne nuovi pieni di colori e di emozioni.

Alla prossima settimana

Teresa Fiora Fornaciari

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