Il “sogno di Basaglia”

A 40 anni dalla Legge che prese il suo nome, inaugurata una mostra fotografica a Torino

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Che fine ha fatto il sogno di Basaglia, sulla chiusura dei manicomi e sulla riabilitazione dei malati psichiatrici? Lo racconta una mostra fotografica pensata per la Giornata Mondiale della Salute Mentale del 10 ottobre, che si aprirà l’8 ottobre presso l’Arteficio Art Factory dove resterà fino al 14 ottobre per poi spostarsi a Bologna, Ferrara, Roma, Venezia, Palermo, Trento.

L’iniziativa porta il nome del fotografo Alessio Coser e del giornalista Jacopo Tomasi i quali, viaggiando in sei città italiane, hanno raccolto la testimonianza di psichiatri, infermieri, educatori, volontari e familiari, ricavando storie di grande interesse che hanno deciso di divulgare attraverso questa idea.

Gli autori della mostra si sono poi recati a Gorizia, città nella quale Franco Basaglia, negli anni tra il 1961 e il 1966, diede vita alla sua prima esperienza di de-istituzionalizzazione e a Trieste, dove nel 1978 fu chiuso il primo ospedale psichiatrico.

La questione dei manicomi è un argomento tutt’altro che inattuale poiché, sebbene i veri e propri istituti psichiatrici siano chiusi, la situazione dei malati mentali è del tutto irrisolta e costituisce un’emergenza di carattere sociale.

"Abbiamo incontrato realtà molto diverse, - raccontanogliautoridellamostra - luoghi in cui la solitudine e la sofferenza sono ancora molto presenti, altri in cui si percepiscono la voglia di cambiare, di affrontare la malattia mentale con spirito di partecipazione”.

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Franco Basaglia è stato uno psichiatra e neurologo italiano vissuto nel secolo scorso, il cui apporto nella materia della salute mentale è stato determinante in special modo nell’aver introdotto un nuovo approccio filosofico di stampo fenomenologico-esistenziale, contrapposto al positivismo dei primi del Novecento.

Mentre per i positivisti i sintomi della malattia mentale sono un dato oggettivo, secondo Basaglia la psichiatria non deve “oggettivizzare” il malato, producendo una sterile diagnosi, fredda ed impersonale, ma curarlo dal “di dentro”, entrando in empatia con lui.

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«Comprendere significa avvicinarsi all’esperienza vivente nei suoi stessi termini, mobilitando non il semplice intelletto, ma tutte le capacità intuitive del nostro animo, per penetrarne l’intima essenza senza ridurre la ipotesi causale precostituite».

È questa l’eredità spirituale di uno scienziato profondamente persuaso che: «L’unica possibilità che ci resta è di conservare il legame del malato con la sua storia, che è sempre storia di sopraffazioni e di violenze, mantenendo chiaro da dove provenga la sopraffazione e la violenza. Per questo rifiutiamo di proporre la comunità terapeutica come un modello istituzionale che verrebbe vissuto come la proposta di una nuova tecnica risolutrice di conflitti. Il senso del nostro lavoro non può che continuare a muoversi in una dimensione negativa che è, in sé, distruzione e insieme superamento. Distruzione e superamento che vadano oltre il sistema coercitivo-carcerario delle istituzioni psichiatriche, quello ideologico della psichiatria in quanto scienza, per entrare nel terreno della violenza e dell’esclusione del sistema socio-politico, rifiutando di farsi strumentalizzare da ciò che si vuole negare”.

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Non ci resta che attendere l’inaugurazione della mostra, per comprendere quanto si sia attuato degli insegnamenti di Basaglia e quanto abbiano contribuito le sue ricerche alla riforma del sistema psichiatrico.

In altre parole, in che modo, in definitiva, si sia realizzato il suo sogno.

Lucia D’Amore

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