Il caffè pedagogico

Educare riscoprendo la fragilità. Il parere dello psichiatra Vittorino Andreoli

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Autore di innumerevoli saggi sugli adolescenti e sulle emergenze di natura pedagogica, tra cui “L’educazione (im)possibile”, durante un’intervista rilasciata in occasione del XV Convegno Nazionale di pastorale giovanile tenutosi a Bologna lo scorso anno, lo psichiatra Vittorino Andreoli ha fornito alcune indicazioni, sempre valide, su uno dei metodi educativi ritenuto tra i più efficaci nei vari contesti e situazioni in ambito pedagogico.

Secondo Andreoli educare vuol dire insegnare a vivere e per poter svolgere questo difficile compito è necessario possedere degli specifici requisiti, in assenza dei quali si andrà inevitabilmente incontro ad un fallimento.

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Saper vivere è un requisito che le nuove generazioni non possiedono: “Ci sono ragazzi intelligenti che non sanno affrontare le difficoltà affettive e di fronte ad una sconfitta, ad una frustrazione, compiono gesti tragici, come la cronaca spesso, purtroppo mostra” spiega lo psichiatra.

Quindi è prioritario per l’educazione far scoprire la vita e la sua bellezza, piuttosto che insegnare le buone maniere: educare non è una decorazione.

Bisogna però tener presente che vivere vuol dire sapere cos’è la vita, il suo senso, che cosa significa, quindi, anche morire. Solo accettando la fallibilità dell’essere umano, si possono affrontare le frustrazioni, trasformando la sconfitta in un punto di forza per andare avanti.

In una relazione educativa, i ruoli tra educatore ed educando sono tutt’altro che rigidi, ma assolutamente inter-scambiabili. Ci troviamo di fronte ad uno scambio generazionale in cui ognuno ha qualcosa da insegnare e al contempo da imparare.

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La famiglia e la scuola sono le più importanti agenzie educative. Mentre la prima è il luogo dell’amore, la seconda è quello dell’interesse e ad ognuna è affidato il complesso compito di formare alla vita.

Educare - afferma lo psichiatra - vuol dire continuamente educarsi, sentire che c’è l’interesse per l’altro, dedicarsi all’altro”. Anche gli adulti, come i giovani, attraversano oggi un momento di crisi poiché non sono in grado di educare, di insegnare a vivere.“Siamo - per usare le parole di Andreoli - in un vicolo cieco da cui è difficile uscire… La crisi è tuttavia un contenuto dell’educazione. Gli adulti sono da educare. Per educare, allora, bisogna esser fuori dalla crisi? Nemmeno per sogno. Non pretendiamo adulti senza crisi, ma adulti anche in crisi che sappiano, nonostante ciò, trasmettere princìpi fondamentali che sono quelli della vita su questa Terra”.

E ancora: “Non si può pensare di avere oggi una generazione di adulti solida come quelle del passato. Un uomo che è in crisi sbaglia, ma anche l’errore può servire. La fragilità è la caratteristica della condizione umana, di avere desideri che non si realizzano, di porsi domande cui non si danno risposte. Non siamo deboli ma fragili, e fragile vuol dire aver bisogno dell’altro. Si differenzia dal potente, che invece ha bisogno dell’altro per sottometterlo. Il fragile ha bisogno dell’altro perché la sua fragilità, unita a quella dell’altro, danno forza per vivere”.

Conclude: “Questo è l’umanesimo della fragilità: guai al superbo che pensa di potere tutto. L’educazione deve inserirsi all’interno dell’umanesimo della fragilità. La fragilità capovolge la visione del mondo. Un buon educatore deve quindi avere la percezione dei propri limiti, deve sentire particolarmente il piacere di stare in contatto con le nuove generazioni, per insegnare e soprattutto per imparare”.

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Perché solo mettendo in discussione il proprio sapere, è possibile porsi all’ascolto dell’altro accettando le proprie ed altrui fragilità, per intraprendere insieme un cammino non esente da ostacoli, ma consapevoli che ogni momento di crisi e fragilità sarà il presupposto di una crescita personale nel rispetto della specificità dell’altro.

Lucia D’Amore

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