Il caffè pedagogico

Gli uomini e la politica: la lezione di Antonio Gramsci

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L’attuale panorama politico italiano è oggetto di numerose critiche, come da anni accade, nonostante l’alternarsi di orientamenti ideologici e di schieramenti di sinistra e destra che di volta in volta si collocano nella maggioranza o nell’opposizione...

La critica tuttavia deve essere costruttiva e non fine a se stessa. Lamentarsi per il solo gusto di farlo è un atteggiamento infantile e sbagliato.

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A questo proposito Antonio Gramsci già nel 1917, oltre un secolo fa, ne La città futura parla degli indifferenti:

«Odio gli indifferenti. - afferma- L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime».

Il dovere di cui Gramsci parla è la partecipazione alla politica, che può essere espletata in vari modi, in primis non disertando le urne, come ahimè spesso accade.

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Gli elettori, quelli giovani in particolar modo, manifestano la propria mancanza di fiducia rinunciando a votare. Essi ignorano che si tratta di un dovere, ma soprattutto di un diritto di ogni buon cittadino, e preferiscono sostituire la partecipazione politica con l’impegno in attività volontaristiche i cui effetti sono immediatamente verificabili.

Quel che manca è la capacità di progettare una visione teleologica di valori condivisi e attuabili, non necessariamente in prima persona, ma anche delegando, attraverso il voto appunto, persone sulle quali si possa riporre la propria fiducia.

Gramsci afferma inoltre che, così facendo, si corre il rischio di approdare a pericolose derive in cui la “massa” involontariamente (o volontariamente, aggiungiamo noi), abdica al “male”, per il solo fatto di non preoccuparsi di quali possano essere le conseguenze di azioni e decisioni prese da pochi personaggi che non rappresentano l’unanime volontà.

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Sulla base di quanto affermato, si può a ragione considerare l’indifferenza il peggiore dei mali specie in ambito politico, poiché solo agendo si possono modificare le situazioni e soltanto esprimendo, per affermarle con forza, le proprie idee, si è autorizzati, eventualmente, a lamentarsi.

In caso contrario ci si trasforma in complici di coloro i quali, erroneamente, si considerano i propri nemici.

Lucia D’Amore

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