Il caffè pedagogico

Quando la “morale della favola” è più utile all’adulto

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Alzi la mano chi non conosce almeno una favola o una fiaba.

Fin dalla scuola primaria si suole definire il significato di entrambe le forme di espressione: la favola ha come protagonisti gli animali ed ha sempre una morale, mentre la fiaba è caratterizzata da personaggi fantastici che popolano il racconto e non è detto che debba insegnare (almeno esplicitamente) qualcosa.

Sono celebri le favole di Esopo e di Fedro, ma anche autori moderni come Gianni Rodari si sono cimentati nella scrittura di favole con tanto di morale.

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Poi le fiabe di draghi e principesse, ricche di desideri inesaudibili nella realtà ma che in esse si realizzano. Mondi fantastici nei quali i sogni dei bambini navigano fino al sopraggiungere del sonno, custode di nuovi orizzonti onirici. Sì, perché è il momento dell’addormentamento la parte del giorno in cui la mamma o il papà, seduti sul lettino, raccontano le fiabe e le favole preferite dal proprio figlio.

Prendendo spunto, tuttavia, da un fatto di cronaca, ci si chiede se questa forma letteraria particolarmente amata dai bambini non sia più utile agli adulti per l’insegnamento che da essa possono trarre.

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Un giudice del Missouri ha recentemente inflitto una singolare condanna ad un bracconiere, David Berry jr.

Quest’ultimo, oltre a dover scontare un anno di prigione, dovrà guardare una volta al mese un celebre film di Walt Disney, Bambi, fino a quando non tornerà in libertà.

La condanna è motivata dal fatto che Berry è stato giudicato colpevole di aver ucciso illegalmente dei cervi, prendendone solo le corna e le teste, lasciandone marcire poi il resto del corpo.

Nel film Bambi, si narra la fiaba di un cerbiatto che rimane solo, dopo che i cacciatori ne hanno ucciso la madre.

La singolare condanna è motivata dalla convinzione del giudice che la vicenda del piccolo cervo, nella sua trasposizione cinematografica, possa avere un ‘ importante funzione pedagogica, suscitando sentimenti di bontà ed empatia che conducano il condannato a pentirsi del reato commesso con crudeltà.

E chissà se questo esempio non possa esser riprodotto all’interno dei nostri istituti di pena, e che una full immersion di fiabe e racconti animati generi nei detenuti pensieri positivi e moralmente utili alla loro definitiva riabilitazione.

Lucia D’Amore

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