Il caffè pedagogico

Storie di “straordinaria follia”: io, Alda, rinchiusa in manicomio

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Ne “L’altra verità. Diario di una diversa”, la grande poetessa milanese, considerata una delle più importanti figure del ‘900, così descrive la terribile esperienza del manicomio vissuta sulla sua pelle: “Un giorno, esasperata dall’immenso lavoro e dalla continua povertà e poi, chissà, in preda ai fumi del male, diedi in escandescenze e mio marito non trovò di meglio che chiamare un’ambulanza, non prevedendo certo che mi avrebbero portata in manicomio”. Era il 1962, e questo fu il primo di una serie di ricoveri, intervallati da brevi rientri in famiglia.

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“Dare in escandescenza in preda ai fumi del male”, così Alda descrive gli effetti di un disturbo di cui soffriva fin dai primi anni della sua adolescenza: la sindrome bipolare, un disagio psicologico di tipo nevrotico depressivo. Così, Alda venne rinchiusa contro la sua volontà all’Ospedale Psichiatrico “Paolo Pini” di Milano.

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A quel tempo vigeva ancora la Legge n°36 del 1904, concernente le “Disposizioni sui manicomi e sugli alienati”, che così recitava: “Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé e agli altri o riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere convenientemente custodite e curate fuorchédai manicomi”. Alda non era pericolosa, eppure a quei tempi, come lei stessa scrive, “la donna era soggetta all’uomo”, che poteva prendere decisioni per ciò che riguardava il suo avvenire.

Il disagio di Alda Merini all’interno dell’ospedale psichiatrico fu enorme, ma come più volte ha affermato nel corso della sua esistenza, conclusasi a Milano il primo novembre del 2009, le atrocità che ha vissuto sulla sua stessa carne sono state fonte inesauribile di ispirazione per la sua Poesia.

Così annota sul diario: “[…] fui quindi internata a mia insaputa […] e quando mi ci trovai nel mezzo credo che impazzii sul momento stesso, in quanto mi resi conto di essere entrata in un labirinto dal quale avrei fatto molta fatica ad uscire […]”. E ancora: “[…] dai miei visceri partì un urlo lancinante, una invocazione spasmodica diretta ai miei figli, e mi misi a urlare e a calciare con tutta la forza che avevo dentro, con il risultato che fui legata e martellata di iniezioni calmanti […]”.

Alda descrive le celle del manicomio, definendole anguste e maleodoranti, i corridoi sporchi e bui, nei quali si incontravano gli internati deliranti che si strappavano i capelli e le vesti.

La cosa peggiore era la pratica dell’elettroshock, di cui la poetessa nel suo diario racconta: “La stanzetta degli elettroshock era quanto mai angusta e terribile; e più terribile ancora era l’anticamera, dove ci preparavano per il triste evento. Ci facevano una premorfina, e poi ci davano del curaro, perché gli arti non prendessero ad agitarsi in modo sproporzionato durante la scarica elettrica. L’attesa era angosciosa. Una volta arrivai a prendere la caposala per la gola, a nome di tutte le mie compagne. Il risultato fu che fui sottoposta all’elettroshock per prima, e senza anestesia preliminare, di modo che sentii ogni cosa. E ancora ne conservo l’atroce ricordo”.

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Trascorsi i primi terribili mesi, sorprendentemente, in modo graduale, Alda riuscì a trovare un equilibrio: “[…] così per cinque lunghi anni mi adattai a quel mènage veramente pazzesco […] - scrive sul diario - dopo un po’ di tempo cominciai ad accettare quell’ambiente come buono, non mi rendevo conto che andavo incontro a quello strano fenomeno che gli psichiatri chiamano ‘ospedalizzazione’, per cui rifiuti il mondo esterno e cresci unicamente in un mondo estraneo a te e a tutto il resto del mondo […]”.

L’internamento durò fino al 1972: da quel preciso istante, fino alla sua morte, Alda Merini spese tutta la sua esistenza e impegnò tutta la sua vena artistica per descrivere cosa fossero i manicomi prima della Legge Basaglia. “Il manicomio - afferma ne “L’altra verità” - è senz’altro un’istituzione falsa, una di quelle istituzioni che, […] altro non servono che a scaricare gli istinti sadici dell’uomo. Al suo interno vi erano persone bisognose di cure, ma anche gente che veniva internata per far posto alla bramosia e alla sete di potere di altre persone”.

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Durante un’intervista televisiva, al conduttore Paolo Bonolis, che le chiedeva se la mente di un poeta fosse più vulnerabile di quella delle altre persone, lei rispose: “Il poeta soffre molto di più, però ha una dignità tale che non si difende neanche alle volte…è bello accettare anche il male: una delle prerogative del poeta, che è anche stata la mia, è non discutere mai da che parte venisse il male. Io l’ho accettato ed è diventato un vestito incandescente, è diventato poesia”.

La poesia l’ha resa immortale e imperituri sono i suoi versi, come quelli che scrisse per raccontare l’orrore della sua esperienza di vita più atroce:

“Le mie impronte digitali

prese in manicomio

hanno perseguitato le mie mani

come un rantolo che salisse la vena della vita,

quelle impronte digitali dannate

sono state registrate in cielo

e vibrano insieme ahimè alle stelle dell’Orsa Maggiore.”

Lucia D’Amore

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